II.
II. GLI STRUMENTI DELLA CULTURA
Non b'hat'
mediu
(Non c'è
mezzo, non si può far qualcosa che si vorrebbe fare).
(Modo di
dire sardo).
«Il medium è il messaggio»
(Marshal McLuhan, Understanding Media,
McGraw-Hill
Book Company,
2.1. SISTEMA NERVOSO CENTRALE E SUE
ESTENSIONI.
Ci occuperemo innanzitutto
delle estensioni (1) del sistema nervoso
centrale confrontando le due situazioni poste agli estremi di un arco di tempo
(1946-1976) privilegiato.
Requisito necessario (ma, come si
vedrà. non sufficiente) perché di qualcuno possa dirsi
che è un uomo è la disponibilità di un suo sistema nervoso centrale (2) l'avere «tutte le rotelle a posto»,
come si dice in italiano. Anche gli animali dispongono di
un loro sistema nervoso centrale, che però non fa di essi degli uomini, perché,
a parte le differenze del sistema centrale, hanno rilevanza decisiva le
diversità delle estensioni. La testa (sa conca, su cherveddu,
nel dialetto della Sardegna interna e in
particolare del paese barbaricino, Bitti, preso come centro di riferimento della nostra
indagine) era detta anche su battisimu (il
battesimo, perché ad essa attraverso i secoli si riferiva il rito di primo
riconoscimento-attribuzione della qualità umana e di «istituzione del soggetto
individuale» e non per caso il termine che designava l'opposizione dell'uomo
agli altri animali era: «cristiana») è ritenuta la sede del sentire (su sentitu, su sentimento) cioè il luogo di arrivo
delle informazioni (input), del giudizio (su giudissu),
cioè dell'elaborazione di queste informazioni provenienti dall'esterno e
delle decisioni da trasmettere all'esterno (sa volontate
o output) (3).
Di chi si allontana dai
comportamenti prescritti dalla società si dice non b’hat homine (non c'è uomo); e non c'è uomo perché non
c'è testa (non b'ha' conca, o anche non b'ha' capu) cioè punto di
partenza e di arrivo, di riferimento, interlocutore accettabile e cosi
via. Ci si rende conto anche a Bitti che la qualificazione umana è da imputare non alla
natura, bensì ai rapporti concreti che una conca, una mente stabilisce
col mondo e con le altre menti, attraverso le estensioni naturali e
acquisite. Di qui l'importanza riconosciuta
a queste ultime. Di chi era privo di qualcuna
delle estensioni naturali del sistema nervoso centrale (occhio o orecchio, mano
o braccio, piede e gamba etc.)
si diceva no es completu
(non è completo), oppure non b'est totu s'homine (non c'è tutto
l'uomo).
In una società a bassa
accumulazione storica (4) l'eguaglianza
degli uomini 'e riferita all'eguaglianza delle
estensioni naturali; dunque è un punto di partenza, non un obiettivo. Diverso,
in senso negativo, è lo zoppo, l'orbo, il monco, detti disgrassatos
= disgraziatí (esclusi dalla grazia), perché le
menomazioni fisiche non sono imputabili a loro, bensì alla natura; diverso, in
senso positivo (balènte) è chi abbia
estensioni naturali più obbedienti al sistema nervoso centrale: gambe più svelte,
mani più abili, occhi più penetranti, orecchie più sottili. La (prima) gerarchia del valore degli uomini
è istituita sugli esiti dìversi di prove di abilità fisica.
Forza, velocità, scatto, precisione, sensibilità, capacità di resistenza resistenza, armonia e
lucidità intellettuale sono ricchezze ben più discriminanti degli altri beni
(dei quali si dice che come vengono così se ne vanno e in bon'ora, cioè buon viaggio, pazienza).
La perdita o anche soltanto la
disponibilità limitata di qualcuna delle estensioni naturali può essere
compensata, nel giudizio di valore, dallo straordinario sviluppo di altre qualità naturali, non dall'acquisizione di beni. Una
deformazione fisica (la gobba di Gramsci) crea una
diversità negativa che può essere riequilibrata da una positiva,
lo sviluppo di un'altra parte del corpo (l'intelligenza di Gramsci;
del resto anche Gobetti nel suo celebre ritratto di Gramsci aveva parlato di corpo soverchiato dalla testa) (5).
Il fatto che un uomo a cavallo, in
bicicletta o in automobile arrivi ad una meta prima di un uomo a piedi non fa automaticamente del primo un uomo migliore del secondo. Tuttavia
anche le estensioni acquisite finiscono - come vedremo - per diventare
discriminanti; anzi, su un'accentuata distribuzione diseguale di esse si fonda la disuguaglianza fra gli individui
all'interno di un universo sociale.
Il pastore bittese
analfabeta, che non sapeva contare (6), ma si accorgeva a colpo
d'occhio se mancava dal pascolo anche una sola delle sue trecento pecore (con
la stessa «naturalezza» con la quale la madre di una famiglia anche numerosa
s'accorge se manca un figlio a tavola) o
che era in grado di riconoscere soltanto dal belato la figlia di una pecora che gli era stata rubata svariati
anni prima, aveva evidentemente sviluppato al massimo su notu
ei s’oricra la capacità di opporre/associare gli
oggetti dell'esperienza visiva e auditiva.
Il riconoscere una persona mai vista prima a sa ghitza o a su 'I'ntínu
(dall'aspetto complessivo o anche soltanto dallo sguardo, sa mirata)
come figlio o nipote di altra persona già conosciuta era reso possibile da
una costante attenzione ai tratti distintivi di tutti gli oggetti
dell'esperienza specifica.
Un osservatore occidentale
occasionale tra i cinesi o tra gli africani non vedrà altro che uguaglianze. Per
lui tutti i cinesi e tutti gli africani sono uguali,
come del resto al poliziotto veneto non solo le pecore ma anche i pastori della
Barbagia sembrano «identici». Ma un'osservazione prolungata ci porta a
distinguere un negro dall'altro, anche se ne ignoriamo il nome, e dunque a
scoprire che tra i negri, come nella lingua saussuriana
e come tra i compagni di lavoro, non ci sono altro che differenze (e ovviamente
queste non ci sarebbero se non ci fosse anche il loro contrario le
somiglianze): il che ovviamente non ci impedirà di
vedere gli elementi comuni al gruppo e differenzianti questo da altri gruppi,
come le differenze interne alla lingua italiana non ci impediranno di
riconoscere la differenza tra italiano e francese.
Gli oggetti privilegiati, spesso
addirittura esclusivi dell'esperienza barbaricina
erano (tratti distintivi di) pecore e altri animali, pietre, sentieri, alberi,
erbe, persone, parole e non anche e tanto meno prevalentemente quadri e
affreschi, sinfonie, leggi scritte, strutture di lingue diverse da quella
materna.
L'uso
concreto che il pastore barbaricino faceva della vista e dell'udito era dunque
ben altro che quello che poteva farne la gente delle città della stessa Sardegna. Il
sistema di significanti a lui più familiare era fatto di cose più che di
parole. Si potrebbe dire, iperbolizzando, che egli era più prossimo alla condizione umana che aveva preceduto
lo sviluppo del linguaggio verbale che a quella creata dalla comunicazione
scritta. Significanti (portatori di significati) erano per lui le cose più
delle parole; il dizionario era composto da oggetti
fisici (era un catologo di oggetti) ricorrenti nella
sua esperienza e dunque dotati della invarianza necessaria.
Portatori della «cavallinità» (minimo comune
denominatore dell'esperienza di tutti i cavalli possibili) erano i cavalli
stessi, non la parola «cavallo»; era anzi questa ad essere significata da
quelli nel processo di apprendimento del linguaggio
verbale.
2.2. LA GITATA
DEGLI STRUMENTI DEFINISCE LA SCALA DI UNA CULTURA
Si tratta di un discorso che non
può essere né approfondito né sviluppato in queste pagine, nelle quali ci si
limita ad accennarlo per introdurne un altro più pertinente: quello della
gittata de le estensioni del sistema nervoso centrale dell'uomo barbaricino I suoi media
erano stati per millenni quelli che quelli
che consentivano solo il superamento di brevi distanze: normalmente quelle percorribili
in cinque-sei ore a piedi o anche a cavallo
(eccezionalmente quelle più lunghe delle transumanze ma sempre al passo del
gregge). Il cavallo, estensione acquisita dei piedi e delle gambe, poteva anche
servire per coprire le più lunghe distanze delle razzie nelle pianure (ma se il
bottino era costituito, come spesso capitava, da altro bestiame, era ancora al
passo di questo, per quanto forzato, che ci si doveva adeguare) (7).
Questi sono i confini della
comunicazione e dello scambio per gli uomini della Sardegna più interna e
montanara: avevano incominciato a dilatarsi soltanto a metà del sec. XIX con la coscrizione militare, (l'evento era
ricordato dalla tradizione orale, si parlava infatti
del 1848 come s’annu
de sa prima leva = l'anno
della prima leva); erano poi saltati durante la prima guerra mondiale e,
definitivamente, ma non se ne ebbe subito una chiara coscienza, durante la
seconda guerra mondiale. C'erano stati nel più lontano passato anche episodi di
partecipazione dei barbaricini a battaglie combattute
fuori del loro territorio, ma appunto si era trattato di episodi,
che non avevano avuto ripercussioni diffusive all'interno della cultura barbaricina. Uno di questi episodi e quello, ricordato
dagli storici, del soldato bittese che sulla spiaggia
cagliaritana di Giorgino (dove era stato battuto dall'esercito sardo un
tentativo di invasione francese sul finire del XVIII sec.), mentre si allontana carico di giubbe, brache e
scarpe di francesi uccisi, ad un cagliaritano che gli chiede qualcuno di
quegli indumenti risponde: si nde cheres 'occhietinde = se ne
(di indumenti) vuoi, ammazzatene (di nemici) (8). È un episodio che rivela un'assenza di scarto tra la
cultura bittese di provenienza ed il codice di guerra
(la bardana = la razzia in pianura, da gualdana,
era già un'impresa di guerra della montagna contro la pianura). (9)
La
seconda guerra mondiale, come del resto tutte le guerre
dove passano, produsse anche in Barbagia «un mutamento tecnologico accelerato» (10). Le persone anziane, i bambini e le
donne, non essendoci stato un loro coinvolgimento diretto in allontanamenti dai
propri villaggi, continuarono a vivere anche negli anni immediatamente
successivi alla guerra come se i confini del loro universo fossero ancora
quelli misurabili dal passo dell'uomo e del cavallo; del resto anche alla più
gran parte dei reduci, stanchi delle precarietà belliche, sembrava possibile la
messa tra parentesi delle proprie esperienze eterotopiche,
e la ricostituzione dei rapporti con la cultura barbaricina,
dunque un «ritorno» effettivo e appagante ai media freddi
e alle certezze delle brevi distanze dei chiusi universi locali nei quali la
guerra (la storia esterna) sembrava non essere passata.
Le estensioni privilegiate
rimasero ancora per qualche anno, fino al Cinquanta, le mani e i prolungamenti
più immediati e tradizionali di queste (il coltello, le redini, la zappa, il
sasso scagliato, il fucile, l'aratro - c'era stato decenni avanti un primo tentativo
fallito di introduzione, sarebbe meglio dire di
intrusione, del trattore nelle campagne bittesi, da
parte di un avvocato che viveva nella Penisola, e il fallimento dovuto al primo
guasto meccanico era sembrato definitivo -, eccezionalmente il mitra, i rami
secchi dei recinti per le bestie, i contenitori di sughero, di legno, di latta,
di rame e così via); le gambe ed i prolungamenti di queste (il cavallo e l'asino,
il carro a buoi che come il cavallo e l'asino prolungava anche le spalle; poche
le biciclette perché
La parola parlata, per durare nel
tempo, si ancorava ai metri e alle rime delle ottave e delle quartine e al
canto. Il canto era per la cultura orale
la sola possibilità di riscaldare un medium freddo come la parola e di
dare ai messaggi verbali l'alta definizione propria dei messaggi scritti, senza
imbrattar carte. Le diffusioni e le sopravvivenza dei
testi non andavano al di là dello stretto necessario: le cantones (canzoni) che ricordavano un evento duravano
fino a quando il paese (sa 'idda, da villa) riteneva
opportuno conservare la memoria di quell'evento;
talvolta esse sopravvivevano anche prive del riferimento (referente)
originario, ma per la loro capacità di trovarsene di nuovi.
Della scrittura si continuava a
diffidare, perché la si sapeva estensione di fonti
normative esterne. Le
si opponeva un no metodico, soprattutto quando ad avere la penna in
mano erano rappresentanti riconosciuti dell'ordine esterno e in particolare
delle forze dell'ordine, carabinieri e polizia (questi ultimi detti «la legge»
tout court, o «la
forza»). Dae
su no, no si tinghe' papiru
= dal no non si tinge carta, cioè chi nega non lascia
traccia nei verbali. Un modo sicuro per mandare a monte
un possibile contratto era quello di presentarsi con una carta bollata. Ad «una parola data» (cioè
ad un impegno altamente definito verbalmente) non si poteva venir meno, perché
chi non era considerato homine de paraula (uomo di parola) non aveva né credito né
credibilità, non era accettato come soggetto di scambio differito. L'impegno
verbale era privilegiato rispetto a quello scritto perché consentiva un
maggior controllo delle possibili interpretazioni da entrambe le parti in
causa, mentre l'impegno scritto (Per giunta in italiano, cioè
in una lingua diversa da quella di una o anche di entrambe le parti, in un
codice che non si era in grado di dominare) poteva nascondere insidie e
trappole imprevedibili.
C'era sì un posto telefonico, ma
vi si accedeva soltanto se chiamati per gravi emergenze,
rare perché tutti i possibili interlocutori erano a portata di voce. L'idea
stessa di dover pagare un pedaggio per parlare con qualcuno e per un tempo
limitato aveva bisogno di farsi accettare in un ambiente nel quale per millenni
non si era sentito alcun bisogno di parlare con persone lontane e nel quale per
giunta il medium moneta aveva fatto la sua apparizione da poco.
Il ceto superiore, al quale
accadeva con maggior frequenza di aver bisogno di comunicare a distanza e di
fare uso del telefono, raccontava divertito la ragione per la quale una madre
«rustica» aveva impedito alla figlia di rispondere ad una chiamata telefonica
del fidanzato lontano dal paese: non cheglio chi si la vaset, = non voglio che
se la baci. Il ceto superiore trovava ridicolo quel sospetto, ma tutto sommato
la madre rustica aveva intuito il carattere freddo, coinvolgente, del nuovo medium,
estensione delle labbra e dell'orecchio. Poiché il codice locale poneva limiti severi alla
comunicazione fredda tra due fidanzati, la madre rustica aveva perfettamente
ragione di non lasciare andare la figlia al telefono. La tendenza era a fare
solo un uso caldo del telefono, sull'esempio dell'uso che si era fatto della
scrittura e del telegrafo, portatori di messaggi ad alta definizione, non correggibili
da parte del ricevente. Gli apparecchi radio erano pochi (una decina per 5.000
abitanti) e posseduti soltanto dallo strato sociale superiore. (A suo tempo anche l'orologio aveva fatto le sue prime
apparizioni soltanto nelle tasche dei signori come mero simbolo di prestigio,
posto che neanche loro avevano bisogno di misurare il tempo con strumenti
meccanici; più tardi il possesso di un orologio ebbe giustificazione per chi
aveva frequenti necessità di prendere l'autobus (11); se chi non aveva queste necessità esibiva un orologio
era canzonato). La radio era, ovviamente, estensione del
potere centrale, serviva a far pervenire rapidamente anche in Barbagia i
messaggi (gli ordini e l'ordine) del potere centrale. Dei barbaricini
questo medium estendeva solo le orecchie e dunque la loro capacità di
obbedienza: giusto dunque che a possederlo fossero le persone già disposte all'obbedienza,
perché sia pure marginalmente inserite nell'ordine esterno, cioè i «signori».
La scuola elementare, frequentata
nei primi anni e poi abbandonata, era anch'essa un medium non della
cultura locale (che trasmetteva tutto il suo sapere nella scuola impropria, cioè
nei luoghi di lavoro e di vita) ma della cultura ufficiale nazionale, cioè era
Apparato Ideologico di Stato nel senso indicato da Louis
Althusser (12).
A parte l'alta percentuale degli analfabeti, la stragrande maggioranza di
quelli che avevano imparato a scrivere (per giunta in una lingua diversa da quella
materna e della massa parlante nella quale si viveva) aveva ben poche occasioni
di servirsi di questo medium caldo.
Quanto alla stampa, anche i libri e i giornali erano estensioni di fonti
normative esterne che, come la radio. mandavano fin
qui i loro messaggi ad alta definizione sottraendoli e sottraendosi alle risposte
di chi qui li riceveva.
La chiesa era un'estensione del
clero, ma quest'ultimo aveva una maggiore capacità
della scuola ufficiale di proporsi anche come estensione della cultura locale,
mediante la predicazione nella lingua parlata localmente e mediante riferimenti
a strutture vissute e ad eventi accaduti in loco (il Cristo e
Naturalmente anche la pubblica
amministrazione, e l'apparato giudiziario erano estensioni di sistemi nervosi
esterni o, meglio, di fonti normative esterne scarsamente coinvolgibili nelle risposte
barbaricine. Il processo di democratizzazione dell’apparato
statale era appena avviato nel 1946; e, sulle prime, i sindaci nominati dal CLN e, in seguito, anche molti di quelli eletti apparvero e
furono di fatto anch'essi, come i podestà fascisti
portatori di volontà e messaggi più esterni che interni, anche perché
normalmente erano espressi dai ceti superiori più esposti alla cultura ufficiale
nazionale, esponenti del «blocco storico» nel senso individuato da Gramsci e sviluppato da Lombardi Satriani
per gli aspetti antropologici (13). Erano infatti (e dovevano essere) gli stessi che ascoltavano la
radio, leggevano, scrivevano, facevano uso frequente dell'autobus, qualcuno
aveva persino la macchina privata; andavano spesso in città, qualche volta
addirittura a Roma; facevano uso del telefono e del telegrafo; maneggiavano il
danaro, taluni di essi avevano anche il conto corrente in banca, vestivano alla
civile e, insomma, disponevano di estensioni a più lunga gittata di quelle del
resto della popolazione.
Le distanze che essi tenevano,
anche fra di loro, erano maggiori di quelle
privilegiate dalla cultura locale (14). I «rustici» comunicavano, oltre che con
parole soprattutto «villanamente», con le mani, sempre in movimento per gesticolare,
palpare, carezzare, stringere respingere, sottolineare,
minacciare etc. ovviamente secondo un codice antico e sistematico (15).
I
significati dei codici che regolavano l'uso delle mani e degli sguardi erano
sentiti come più «sinceri» (sine cera) di
quelli verbali. Servivano a verificare la credibilità di quel che si diceva con le parole. Si faceva infatti una distinzione fra il messaggio formulato a
parole (chìn sas lavras = con le labbra), che poteva anche essere menzognero,
e le intenzioni reali, che dovevano essere accertate con un'attenta
osservazione delle espressioni del viso, delle mani e del movimento di tutte le
estensioni corporee che «tradivano» (ma nel senso di svelare) il «cuore» (cioè
le vere intenzioni, e gli stati d'animo, del sistema nervoso centrale). «Lu nara' ch’ sa, lavras, non chi' su coro» = lo
dice con le labbra (con le parole) non col cuore, era un’espressione
idiomatica che opponeva appunto un linguaggio (quello linguo-labiale)
all'insieme degli altri, un ordine di estensioni a tutti gli altri.
Eppure in quanto codificati, e dunque fatti
significanti arbitrari, i movimenti delle mani e degli occhi potevano essere
anch'essi usati per mentire: senza possibilità di mentire non c'è possibilità
di significazione. Ma evidentemente si credeva, non a torto, che le capacità di
controllo di questi media (più freddi della fonazione) da parte
del sistema nervoso centrale fossero minori di quelle di controllo della
parola, la quale non solo poteva essere «pesata» (pensare viene appunto da
pesare) e dunque «studiata», ma doveva esserlo. Non costa molta fatica
l'espressione «a parole» di sentimenti che non si provano. L’esprimerli con lo
sguardo e i movimenti del viso e delle mani e del, corpo
è molto più impegnativo come sa bene non solo il grande attore che spesso vi
riesce, ma anche il guitto che non vi riesce quasi mai. E del resto neppure il, primo
vi riesce compiutamente, come ha dimostrato Umberto Eco (16): c'è
sempre il rischio che qualche piega del viso e qualche luce nello sguardo non
concordino. Detto altrimenti, tutto ciò conferma che i media
freddi coinvolgono più di quelli caldi sia chi emette sia chi riceve
il messaggio. cioè impongono un feedback più intenso.
e dunque come non consentono un'alta definizione di
verità così non consentono alte definizioni di menzogne.
Il primo articolo del Codice della
vendetta barbaricina (del «noi pastori»)
raccolto (a Orune paese
confinante con Bitti) e studiato da Antonio Pigliaru detta: l'offesa deve essere vendicata (17).
Anche ad Antonio Pigliaru
e ai demologi giuridici l'obbligo della vendetta
sembra attenuato, quando non addirittura scomparso, negli ordinamenti «evoluti».
Lo stesso Pigliaru osserva che già i
signori della Barbagia sono esentati dal dovere della vendetta. In
realtà però anche questi vendicano le offese e, a giudicare dai risultati, con
efficacia maggiore. la differenza sta non tanto nel
fatto che essi esercitano il diritto-dovere della vendetta secondo la
normativa di un codice diverso da quello del «noi pastori», quanto nel fatto
che si servono di strumenti (estensioni, media) diversi. Il pastore
offeso si vendica (o è vendicato dai suoi parenti custrintos
= obbligati) con i media a sua
disposizione, che sono quelli freddi: il pugno, il coltello (su ferru ftittu = il ferro
freddo, opposto al piombo «caldo» della fucilata), il bastone, il sasso, la
fune, il calcio, il fucile il mitra (se ne ha uno nascosto da qualche parte; e
c’è una maggiore disponibilità ad acquisire la tecnologia di guerra che quella
di pace).
Gli strumenti della vendetta del
«signore» sono invece: la carta da bollo innanzitutto
(il famoso bandito Berrina ai pastorelli
che gli chiedevano lezioni di tiro insegnava invece a scrivere spiegando loro
che sa pinna ispara' menzus
de su fusile = la penna spara meglio del fucile, variante del «ne uccide
più la penna della spada») poi i carabinieri e le manette (i «ferri» per
antonomasia), il magistrato e il carcere, insomma sa Giustissa
(= l'apparato
giudiziario, non la giustizia come comunemente si traduce, espressioni come sa
giustissa ti bruiet significano
l'apparato giudiziario ti bruci; la giustizia in sardo è da tradurre con su justu), che per il «noi pastori» è una
maledizione ben più temibile di qualsiasi
coltello aperto e di qualsiasi fucile spianato.
A s'enemicu parare, a sa giustíssa fughire (= affrontare
il nemico, fuggire davanti all'apparato giudiziario) impone una norma del
codice barbaricino per regolare il contatto (di chi
deve ad esso obbedienza) con l'altro codice (quello dello Stato) che chiede
anche esso obbedienza (18). La
diversità (e conflittualità) dei codici (se ne parlerà diffusamente più avanti)
è coerente con la diversità dei media e dei soggetti
sociali (dei locutori) che se ne servono. Chi si meraviglia del fatto che le liti
verbali tra pastori barbaricini (soprattutto se
giovani) degenerino rapidamente in pugni e coltellate non tiene
presente che i loro strumenti del comunicare e del contendere non sono parole
regolate dalle normative dell'urbanità parlamentare, ma sono le mani e le
estensioni immediate di queste, media più freddi (coinvolgenti) delle
parole. E d'altra parte anche chi si meraviglia della laconicità dei discorsi
fra innamorati barbaricini dimentica che gli
strumenti del loro comunicare sono non tanto le parole
quanto gli sguardi, i gesti, il tatto, i quali evidentemente consentono una
comunicazione anche più fredda e coinvolgente di quella delle parole anche
sussurrate, obiettivo di tutti gli innamorati. (È stato
McLuhan a rilevare che il massimo raffreddamento
della comunicazione verbale si ha appunto nelle conversazioni tra innamorati) (19).
Già la ricognizione, sia pure esemplificativa, dei media presenti negli universi barbaricini ha rivelato una stratificazione sociale
accompagnata ovviamente da differenziazioni culturali, che risulteranno più
chiare quando si parlerà dei codici, dei messaggi e dei soggetti (sistemi nervosi
centrali e fonti normative) operanti in questi universi o aventi qui proprie
estensioni.
2.3. EFFETTI DELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA.
Si 'è
finora cercato di dare un'idea dei media disponibili fino al 1946. La
situazione odierna è alquanto mutata. Negli ultimi trent'anni
le tecnologie dei paesi della Sardegna interna si sono rinnovate in misura
maggiore che nel corso dei millenni successivi alla rivoluzione neolitica. In
pochi decenni si è passati dal privilegiamento delle
brevi distanze, non tanto a quello delle lunghe quanto all'annullamento di
queste ultime (o al trattamento di esse come brevi) e
dunque da un complesso di media, di codici e di messaggi ad un altro,
con un profondo sconvolgimento dei rapporti sociali all'interno dei chiusi
universi barbaricini e fra questi che, aprendosi,
hanno cessato di essere universi, per entrare, nella prospettiva di integrazioni
a scala sempre più ampia, regionale, nazionale, europea, planetaria.
Si potrebbe scrivere un intero libro
sulle , ripercussioni culturali della scomparsa quasi
totale del cavallo, dell'asino e del bue come mezzi di trasporto e della loro
sostituzione con i mezzi meccanici (motorette, motocarri, automobili,
autocarri, trattori). Scompare col trasporto e con la trazione animale tutta
una gran fascia delle esperienze necessarie e quotidiane per secoli. Scompare
la nomenclatura (20) che designava
quelle esperienze; le frasi idiomatiche ad esse
riferite perdono il loro valore semantico; allegorie, metafore costruite
attraverso i secoli e grondanti sapienza, poesia, arguzia, diventano incomprensibili
per la scomparsa dall'esperienza di uno dei termini che le componevano (21). Sprofonda in abissi dai quali non
può essere recuperata da nessun poeta e da nessun antropologo
una raffinata educazione sentimentale al rapporto umano con quegli animali che
avevano condiviso con l'uomo e la donna di Barbagia fatiche, dolori, allegrie,
speranze, memorie. Animali che, sì, non
erano battezzati, ma soltanto benedetti, tuttavia avevano nomi propri e in
definitiva comunicavano con l'uomo. L'umanità
(s’umanitate), che qui significava «la
cultura», si misurava innanzitutto sul modo in cui l'uomo si comportava con gli
animali soprattutto domestici; chi li maltrattava, chi persino al momento di
ucciderli li faceva soffrire più dello stretto necessario, non aveva umanitate. Erano animali la cui morte veniva pianta, non proprio coi riti previsti per la morte di
persone care, ma pur sempre pianta.
Per contro, la comparsa degli
strumenti meccanici rende necessaria l'irruzione di esperienze,
terminologie, e frasi la cui comprensione e il cui uso rimandano più alla
lingua italiana (cioè alla cultura di provenienza di questa tecnologia) che ai
dialetti sardi. L’uso concreto di questi strumenti di trasporto produce non
soltanto un più rapido superamento delle distanze interne ai singoli villaggi
e alle campagne pertinenti, ma anche nuovi rapporti, provoca un impatto, un
contatto, uno scambio intenso tra paesi sardi anche lontani fra
di loro e la caduta delle reciproche chiusure (e conseguentemente un
allentamento del valore dei rapporti interni). Le esperienze dirette vissute fuori
del paese di nascita e di residenza hanno assunto una continuità e uno spessore
tali da non poter più essere messe tra parentesi come per il passato la
prestazione del servizio militare. Si è scoperta l’angustia degli universi
locali e – quel che comunque , è più importante – la
si è cominciata a connotare negativamente anche dall'interno. Ora si parla con stupore di nonni e nonne che
in tutta la loro lunga vita non erano mai usciti dai
confini del paese.
È quasi scomparso dalle tasche dei
barbaricini il coltello e hanno incominciato a
riempirle messaggi scritti (indirizzi, documenti, giornali, fumetti, librini).
Il giaciglio all'addiaccio è stato generalmente sostituito dalla casa colonica;
le strutture e i contenuti dell'abitazione nel paese
si sono trasformati nel modo rappresentato da Bachisio Bandinu
nel libro scritto in collaborazione con Gaspare Barbiellini
Amidei (22).
L'involucro naturale del sistema nervoso centrale (il
corpo nel suo complesso) si prolunga ora di un’infinità di nuovi media. Già la
motoretta estende piedi e gambe, braccia e mani, vista
e udito. È quasi scomparsa la distinzione vestimentaria
del ceto rustico da quello paesano; anzi scompare la
ragione di una distinzione degli abitanti in viddaresos
(= quelli che stanno
nel paese) e rusticos
quelli che normalmente stanno in campagna).
Giovani pastori e giovani studenti, domestiche
(già quasi colf) e studentesse indossano gli stessi blu-jeans;
nei modi di vestire sopravvivono ormai soltanto differenziazioni generazionali.
La parola, per durare non ha più bisogno dei ritmi del verso e della rima e
tanto meno del canto. Nel contratto scritto si, incomincia ad avere più
fiducia che in quello verbale. È un passo avanti, va bene. Però si tenga presente che sta anche a significare una caduta
della fiducia reciproca richiesta e data dai contraenti. Dal no alla scrittura
si passa al si. La carta a íncominciato a «cantare»;
qualche bocca a tacere. Giornali o libri vengono letti
non più soltanto da una categoria ristretta di «istruiti», bensì anche
da pastori, operai, artigiani, madri di famiglia e ragazze. Anche davanti agli occhi barbaricini
incomincia a «squadernarsi» l'esperienza culturale di tutta l'umanità.
All'unico telefono pubblico se ne
sono aggiunti decine e centinaia in ogni paese. La telefonata e preferita alla
corrispondenza scritta perché realizza una comunicazione fredda; può svolgersi,
e generalmente si svolge, anche in dialetto coprendo tutto l'arco della capacità
di espressione verbale degli interlocutori (bilinguismo). Un confronto tra le guide telefoniche del
1946 e quelle del 1976 la dice più lunga di molti saggi sociologici. Altrettanto dovrebbe dirsi degli elenchi
degli abbonati alla radio, se fossero di facile consultazione.
Nel 1946 i vecchi trovavano ancora
meraviglioso e quasi incredibile il fatto che il medico, il farmacista, il
veterinario, il direttore didattico, il prete disponessero
di un apparecchio che portava nelle loro case le voci di De Gasperi,
di Togliatti, di Parri, di
Pio XII e di Nilla Pizzi. Qualcuno di essi in campagna si sorprendeva a scoprire che il suo più
alto desiderio era la disponibilità di quell'apparecchio:
balentia - pensava - diat
esser a intendere sa missa de su papa inoche, in Sarachine = valentia
sarebbe ascoltare la messa del papa qui a Sarachine
(la sua campagna sperduta). E così dimostrava che ormai anche per lui «la preda» era
diventata là conoscenza dell'altro.
Ora la radio è alla portata di tutte
le tasche. Diffonde parole e musiche
anche nelle sorgenti più sperdute, dove una volta (che però vuol dire ancora venti-trent'anni orsono) l'unica
traccia del passaggio umano era una conchetta
di sughero limacciosa, un corno, o un barattolo arrugginito.
La frequenza della scuola è
diventata obbligatoria; e non solo fino alla quinta elementare, ma fino ai 14
anni. È vero che giornali, libri, scuola e radio continuano a non occuparsi
della vita locale e, non trasmettono messaggi elaborati qui. La montagna insomma non è andata da
Maometto, in compenso però gli manda un'infinità di
segnali, che consentono a Maometto di sperare in un giorno in cui possa lui
salire da lei. Si è aperto un processo
di rivendicazione del diritto alla parola barbaricina
almeno tradotta anche alla radio, sui giornali, nella scuola e alla televisione
(della quale si parlerà tra poco).
Alla pubblica amministrazione si incomincia a guardare non piu
come ad un'estensione di poteri soltanto esterni, bensì anche interni, dei ceti
privilegiati esistenti all'interno dell'Isola, Barbagia compresa. La dialettica
politica di questi ultimi trent’anni assume questa
consapevolezza come un dato di fondo: ai ceti che
accettano e si fanno forti della P.A così com’è si oppongono con sempre maggior forza e
maggiore capacità di aggregazioni i ceti oppressi per i quali la P.A. deve
diventare una fonte normativa ed uno strumento esecutivo proiettivi della
volontà e della capacità popolare di assumere, elaborare ed emettere
informazioni da restituire al popolo nel suo complesso, un sistema nervoso
centrale cioè influenzabile anche di qui, presente anche qui.
Diceva un vecchio pastore bittese, commentando Sa mundana
cummedia, di Salvatore Poddighe (23):
«sono stati gli uomini ad inventarsi un dio capace di
leggere in ogni loro pensiero e di difenderli dalle prepotenze dei ricchi; poi
i ricchi si sono impadroniti anche di dio e anziché fargli fare le leggi
volute da tutti gli uomini, gli hanno fatto firmare quelle che facevano comodo
a loro». Nel pensiero del pastore bittese c'è, in soldoni, la tesi sostenuta da Barbiellini
Amidei nel suo Il minusvalore
(24).
C’è forse anche di più: l'idea che sia stato possibile nel passato e che
si debba conquistare per l'avvenire alla comunità uno strumento che ne
raccolga, ne esprima e attui in ogni momento la
volontà unitaria.
Il processo di democratizzazione
ha avuto sviluppi anche in Barbagia negli ultimi trent'anni;
ma anche qui si è consapevoli della necessità di ben altri sviluppi
ulteriori. Il sindaco è chiamato a
rispondere con sempre maggiore frequenza alla gente di quel che fa e di quel
che dice a nome del paese; è sollecitato a farsi interprete della volontà locale
anziché di quella di chi sta in alto loco, a Roma o
a Cagliari.
2-4-
Ma un medium in particolare
ha sconvolto la vita, la
società e la cultura della Sardegna interna (e del mondo intero)
negli ultimi vent’anni: la televisione. Ha scritto
Umberto Eco che l’universo immaginario di carosello ha formato l'Italia,
aggiungendo: «Se è stato possibile a Bachisio Bandinu
e a Gaspare Barbiellini Amidei
scrivere Il re è un feticcio, un'inchiesta sulla vita degli oggetti
nuovi nell'universo di un arcaico paesino sardo, ciò è stato possibile perché
non
La cultura barbaricina,
per il fatto di non avere alle sue spalle secoli di alfabetismo,
era, meglio della cultura delle città, alfabetizzate (anche quelle sarde) da
tempo, disposta a ricevere il e reagire al medium televisivo. «La
civiltà elettrica - ha scritto McLuhan - mescola le
culture della preistoria con i sedimenti della civiltà industriale,
l'analfabeta con il semi-analfabeta e con il post-alfabeta» (26).
In Barbagia, come in genere nelle
campagne italiane (e in particolare del Mezzogiorno), la televisione ha avviato
e (coniugandosi con i contenuti e i soggetti sociali avanzati politicamente)
sviluppato un processo rivoluzionario di portata antropologica, capace cioè di incidere non già soltanto sulle culture di ristretti
gruppi privilegiati, bensì sulla cultura delle grandi masse (27).
Naturalmente non era esattamente
questo che si prefiggevano i sistemi nervosi centrali che finora hanno detenuto
il controllo della TV e in genere dei media elettrici
dei quali hanno fatto un uso prevalentemente conservatore e spesso cinicamente
reazionario, esemplato sull'uso che avevano fatto
dell'alfabeto, della stampa e in genere dei media
caldi organici agli interessi e alle concezioni del mondo proprie delle
classi sociali dominanti.
La lettura (ma il termine improprio rivela una deformazione alfabetico-gutemberghiana; si dovrebbe parlare invece di
percezione) barbaricina della televisione, anche dei
programmi più sfacciatamente finalizzati alla difesa, alla espansione
e al potenziamento del sistema centro-marginale fondato sul dominio e
sull'egemonia della borghesia nazionale e dell'imperialismo internazionale, è
avvenuta sulla base di codici diversi da quelli propri dei controllori
dell'uso della TV. Si era capito (ancor
prima che McLuhan avesse rivelato la
differenza tra media caldi e media freddi e collocato la
televisione tra i secondi come medium tattile e auditivo, più che
audiovisivo) che il telespettatore interveniva in misura decisiva nella definizione
dei messaggi. L'emittente poteva prevedere e controllare le possibili significazioni
della lettura melodica dei programmi, non quelle della lettura armonica e
inconscia che produceva ribaltamenti decisivi (28). Dal telespettatore barbaricino
quello che per l'emittente era (doveva essere) l'eroe, il personaggio positivo
(il poliziotto, l'ufficiale, il padrone pieno d'intraprendenza, il subalterno mansueto) veniva percepito negativamente; gli era
invece «in simpatia» quello che per l'emittente era (doveva essere)
l'antagonista cattivo (il fuorilegge, il soldato indisciplinato, il dipendente
riottoso). La più gran parte dei comportamenti condannati con più o meno sottile ironia dagli autori dei programmi (ignari
del fatto che «le buone maniere» della loro «società» potevano non coincidere
con quelle di altre società) apparivano invece al telespettatore di cultura
diversa addirittura come consigliati.
L'effetto più straordinario
prodotto dalla TV nei paesi della Barbagia è stato non tanto quello
sottolineato da Umberto Eco, della sostituzione dei prodotti locali con quelli
raccomandati da Carosello, quanto la scoperta che tutto il mondo è paese, anzi
un unico grande villaggio aperto, abitabile da tutte
le tribù, e che anche i potenti hanno le dimensioni degli oppressi e, dunque,
che quesri ultimi, barbaricini
compresi, non hanno minor dignità di quelli. Un medium caldo come la stampa, l'esercito, la burocrazia, può
nascondere, occultare questa eguaglianza e questa domanda
di eguaglianza; per molti versi è proprio questa la funzìone
dei media caldi. La grandezza dei caratteri usati nei titoli dei
giornali per i nomi dei potenti riflette e crea una gerarchia inaccettabile da
parte di una cultura fredda (sia nel senso dato al termine da Lévi-Strauss sia nel senso, datogli da MeLuhan,
di fondata su media coinvolgenti). In cima alla gerarchia della cultura calda gutemberghiana stanno i potenti di cui tutti i giorni la
stampa ripete i nomi, in fondo stanno gli oppressi i
cui nomi neppure compaiono (se non nelle cronache appunto dei «bassi fondi»
della società); essi non esistono, non hanno presenza in quella che Lewis Mumford ha chiamato «la
vita vissuta sulla carta» (29).
La televisione è invece
intrinsecamente demistificante nei confronti di
quella gerarchia e di ogni gerarchia; rovescia l'ordine gerarchico e lineare,
il sistema centro-marginale. Ma pochi tra i Potenti lo sanno. I più sono anzi convinti
che la frequenza delle loro apparizioni in Tv produca gli stessi effetti di
quella delle loro apparizioni sulla stampa, cioè una
crescita della loro immagine e del loro prestigio. È vero esattamente il contrario. Nella misura
in cui essi appaiono in televisione il loro potere non sale
ma scende; quello del presidente del consiglio dei ministri può alla
fine apparire minore di quello del «presentatore». Infatti
il tratto distintivo del potere, come ha ben intuito Garcia
Marquez, è la solitudine, la sua distanza
incolmabile dagli «altri». Perciò i grandi dittatori
della prima metà del secolo evitavano di comparire in pubblico se non su palchi
iperbolici o in balconi remoti. Ad un soldato bittese
che ebbe la ventura di vedere Mussolini da vicino, e
sia pure circondato (forse circonfuso) dai cortigiani, venne
fatto di dire: «Tutto qui è Mussolini? Se lo afferro io con mio fratello su carrale
- lo faccio a pezzi ».
Il potente che appare in
televisione non sa di essere esposto a impressioni e
giudizi analoghi di milioni e milioni di telespettatori. Se egli conoscesse, anziché le cialtronerie
dei servizi-opinioni, anche soltanto una millesima parte dei commenti
scorticanti che nelle famiglie accompagnano le sue
esibizioni televisive capirebbe di essere un personaggio fuori del tempo, di
incarnare un tipo umano connotato negativamente ed in ultima istanza
insopportabile dopo la caduta del sistema centro-marginale provocata dalla TV e
dai media elettrici in genere.
I campioni della politica graditi
al pubblico televisivo sono quelli privi di potere personale ma capaci di porsi come
proiezione della volontà di rivolta e di rivalsa degli umiliati e degli offesi.
«Bucano» il video nella misura in cui sono esclusi dall'apparirvi o rinunciano
ad apparirvi con elevate frequenze personaggi come Marco Pannella (quando riesce a
proporsi come vittima), Enrico Berlinguer (quando sa
essere il gracile e modesto David che batte i Golia senza dire «ho vinto»),
Benigno Zaccagnini (come immagine del potere non
«goduto» ma «sofferto»). La più grande pena che si
possa infliggere agli arroganti oggi è l'obbligo di farli apparire spesso in
televisione: qui il potere trova scampo soltanto nella misura del suo
negarsi. La Chiesa, come non poteva
trovare un miglior papa di Pio XII nel momento di più
alta potenza dei media caldi (stampa e radio), così non
poteva trovarne uno migliore di Giovanni XXIII
nell'epoca della televisione. Paolo VI appare invece, in quest’epoca,
un personaggio arcaico, da incunabolo se non addirittura da pergamena.
Nel nostro tempo non c'è posto per
i capi carismatici. Il carisma si è trasferito, come
viene rilevato dai sociologi da Weber (30)
in poi, nelle organizzazioni più partecipate (il partito di massa, il
sindacato). Non c'è posto per i potenti
che non sappiano negarsi come tali, perché la
televisione (vale a dire il popolo che vede, ascolta, tocca e... deciderà
prima o poi definitivamente) abbattendo le distanze culturali abbatte anche il
dominio, le distanze sociali. McLuhan giunge a
ritenere indotta dalla televisione persino la preferenza accordata negli anni
Sessanta dagli americani alle automobili compatte europee e l'abbandono delle
auto-transatlantico i cui passeggeri non potevano conversare per le eccessive
distanze tra i sedili (31).
La società barbaricina
che aveva alle spalle una tradizione millenaria e quasi intatta di brevi distanze
coinvolgenti era in Sardegna la più preparata a comprendere l'effetto
principale della TV: l'abbattimento delle grandi distanze (geografiche,
temporali, sociali e culturali), il nuovo spettacolo costituito dalla
rappresentazione quasi in tempo reale della vita universale, premessa
indispensabile ad un processo (già in corso) di ridefinizione
e riqualificazione della propria ed altrui identità e
del rapporto fra queste.
È da rilevare che la TV ha una
funzione depotenziante di tutti gli altri strumenti di comunicazione di massa e
provoca uno sconvolgimento della loro gerarchia e dunque della stratificazione
sociale, in gran parte ancorata proprio alla diversa disponibilità di essi e alle diverse misure di accesso al loro uso. Il fatto di poter apprendere a Lodé (per indicare uno dei comuni della Barbagia che sino
all'avvento dei media elettrici si era
abituati anche in Barbagia a deridere come accantonati, sperduti e da non
contare; e ciò coerentemente con la gerarchia dei valori propria del sistema
centro-marginale), nello stesso momento in cui le apprende a Roma il presidente
del consiglio dei ministri, una notevole quantità di informazioni politiche, economiche,
sindacali etc. (in misure che bisognerebbe accertare, ma che sono in ogni modo
rilevanti, anche se sui tavoli dei potenti le telescriventi rovesciano una
grande quantità di notizie che non entrano nei canali televisivi) attenua il
potere del presidente del consiglio sugli abitanti di Lodè
e, simmetricamente, fa salire il
contropotere di questi ultimi (la loro capacità di conoscere si trasforma ben
presto in domanda di partecipazione al deliberare) (32).
Ma ovviamente non è da trascurare
la capacità del sistema normativo centrale di dotarsi di nuove estensioni
esclusive via via che gli oppressi conquistano
l'accesso ai vecchi media e misure rilevanti del controllo di questi. La
consistenza del potere è definita appunto dalla quantità e dalla qualità
(gittata, estensione e penetrazione) delle sue estensioni
esclusive. Il potere è tale innanzitutto per il fatto
di disporre di imbarcazioni quando gli altri abbiano soltanto le braccia per
nuotare; di archi e frecce quando gli altri abbiano soltanto sassi da
scagliare a mano; della scrittura quando gli altri abbiano soltanto la parola
per comunicare; della polvere da sparo quando gli altri sono fermi alle
balestre; di cannoni quando gli altri si armano di fucili; dei cavalli quando
gli altri vanno a piedi; dei carri armati quando gli altri si impossessano di
qualche cannone; di automobili e di aerei quando gli altri montano a cavallo e tutt'al più in bicicletta; di stazioni radio quando gli
altri conquistano i giornali; della televisione quando gli altri accedono alla
radio; di radar e satelliti quando gli altri sono ancora ai binocoli; di compaters quando gli altri sono ancora alle
calcolatrici meccaniche; di sistemi integrati di computers
quando gli altri accedono alla TV, e così via.
2.5. PER IL RISARCIMENTO DELLA VOX POPULI.
La stratificazione sociale
all'interno delle aggregazioni sociopolitiche e i
rapporti di forza fra queste ultime hanno il loro fondamento essenziale nello
squilibrato possesso dei media (di tutti i media, e dunque non
solo del danaro). La lotta politica e
sociale dei diversi gruppi e strati ha come obiettivo
il possesso e il controllo dei media; cioè dei mezzi di produzione dei messaggi (e dunque anche degli
oggetti). L’appropriarsi dei prodotti
finiti esposti nel grande magazzino non e un atto rivoluzionario (come pensavano
i rivoluzionari da baraccone del Parco Lambro); atto
rivoluzionario è la conquista e l'uso delle fabbriche che mettono sul mercato
quei prodotti. L'accontentarsi di rubacchiare qualche pesce
al mercato è da miserabili; l'impossessarsi di una canna da pesca è già un modo
più serio di «allungare la mano»; cosa anche più seria è il mettersi insieme
con altri e «rimediare» un peschereccio.
È di quest'ordine
il salto di qualità fatto negli ultimi trent’anni dalla coscienza storica e dalla cultura barbaricina, passata definitivamente dal privilegiamento delle estensioni naturali a quello delle
estensioni acquisite; da una stratificazione sociale (almeno a prima vista) priva
di dialettica perché fondata su una rassegnata accettazione del proprio stato
da parte delle classi «povere» di mezzi (e dunque rassegnate a vivere «con i
propri mezzi», che erano appunto soprattutto la forza delle braccia e delle
gambe; e poi deus mi dia' salute = e poi basta che dio mi dia la
salute), lasciando alla classe superiore (appunto sa tzente
de grasse = la gente di classe, o
de ereu, quella che aveva da ereditare
qualcosa di buono) la gestione più o meno paternalistica dei media più
caldi, come la scrittura e la pubblica amministrazione, il tutto
nazionalizzato dal mito etnologico della contrapposizione unitaria del paese
nel suo complesso ai paesi contermini.
Un mito che occultava e in qualche
misura anche risolveva la conflittualità sociale
interna proiettandola verso l'esterno. Per chi nasceva nella classe inferiore non
b’aia' mediu = non c'era mezzo
(appunto medium) di uscirne; chi nasceva in quella superiore era invece tzente de remeju = gente
di rimedio. L’imperativo era per tutti: bive
in grasse tua (= vivi in classe tua, secondo le possibilità della tua
classe). Una severa applicazione dei
codici locali (che imponevano obblighi di rilievo anche alla classe superiore
circa il modo di portarsi con l'altra), frutto di un compromesso sociale
quotidianamente rivalutato dal consenso dell'unanimità (sa 'idda = il paese nel suo complesso) produceva certezze
gratificanti (ma quasi esclusivamente per il fatto di essere
certezze) anche al vivere della classe inferiore.
Negli ultimi trent'anni
quest’ordine antico (storico, ma
naturalizzato) è saltato: anche le classi inferiori hanno scoperto il carattere
ideologico delle solidarietà interne alla dimensione dei villaggio. Hanno
scoperto i legami della classe superiore locale con le classi superiori
esterne, abilmente occultati fino ancora al primo dopoguerra, quando sembrava
(e su questa ipotesi nacque il primo partito politico
moderno dell'Isola, quello sardista) possibile una
difesa populista di uno «specifico» sardo su scala regionale. La conseguenza
immediata e più importante dello svelamento che si
diceva è una nuova coscienza delle classi oppresse, che tendono alla solidarietà con gli altri oppressi di tutto il mondo.
Ovviamente di qui parte un
processo che si sviluppa localmente con contraddizioni molteplici, le quali,
come si vedrà più avanti, si possono meglio cogliere come contraddizioni fra codici,
fra messaggi e fra soggetti sociali.
Le comunità della Sardegna
interna, in quanto sono ancora oggi prive di strumenti
di libera espressione propria, unitaria ed efficace (possibilità che invece
ebbero, come s'è visto, nella dimensione dei dispersi villaggi), sono state
fatte oggetto di assalti, rapine e negazioni mostruose, alle quali esse non
potevano che dare risposte altrettanto mostruose come quella del banditismo
(nell'ordine della negazione dello Stato), del clientelismo (nell'ordine dell'accettazione dello Stato), dell'emigrazione
nell'ordine dell’accettazione
del nuovo, del conservatorismo cieco nell'ordine della difesa della tradizione.
Perché dalla Barbagia possa venire
al mondo, agli altri, una risposta accettabile occorre preliminarmente creare e
restituire nell’uso dei mezzi moderni di comunicazione di massa i luoghi, i momenti
e gli istituti di formazione, dichiarazione e attuazione della volontà
collettiva; e dunque eliminare nella maggior misura possibile l’uso anti-democratico
degli strumenti di informazione e di produzione, tenendo sempre presente che la
gestione dei media di massa (producano essi
canzonette o autocarri) oggi è, non una gestione pubblica, ma di minoranze
privilegiate. La priorità deve essere
data al rinvenimento di canali (media e loro uso) di corretta e non
deformata espressione delle collettività.
Gli istituti tradizionali della democrazia e più ancora quelli recenti
di più marcata misura partecipativa (consigli di fabbrica, di quartiere e
scolastici) hanno già questa finalità, ma per ora soprattutto nella finzione
giuridica: si tratta, e non è cosa da poco, di trasformare tutte le finzioni
democratiche in funzioni.
Esiste un modello insuperato e
forse insuperabile di creazione collettiva con la libera, dialettica ed
efficace partecipazione degli individui.
È il modello costituito dalle lingue cosiddette naturali (ma anche qui
sarà bene tenere presente che l'avvento dei media
caldi come la scrittura e la stampa ha dato maggior potere alle classi
dominanti rispetto a quelle subalterne persino sul terreno dell'evoluzione
delle lingue; già Saussure aveva rilevato che non
solo i grammatici ma anche le corti avevano sulle lingue un maggior potere
normativo di altri gruppi sociali) (33). Nell'uso concreto del linguaggio verbale
(almeno in società nelle quali questo sia ancora lo strumento di comunicazione
prevalente e privilegiato) è consentito a ciascuno di inventare nuove frasi e
persino nuove parole, ma spetta alla comunità il decidere se accoglierle o non
accoglierle nella lingua, nel «deposito» (Saussure)
linguistico sociale, cioè decidere se esse (le nuove
parole e i nuovi messaggi) siano o non siano significanti, che è come dire se
debbano valere per tutti. Si vorrebbe
che altrettanto e con altrettanta naturalezza (ma si tratta ovviamente pur
sempre di storicità) accadesse in tutte le costruzioni collettive; cioè che
l'accettazione o il rigetto delle invenzioni individuali e la normativa sui
loro usi possibili e legittimi fossero sempre la risultante di quella
dialettica che fa di ogni lingua un sistema, sempre costituente un
codice-medium sociale dato e pur tuttavia sempre in divenire col concorso
dell'attività linguistica di tutti.
Gli strumenti elettrici di
comunicazione, memorizzazione, sommazione, analisi e
sintesi delle intenzioni e volontà anche individuali oggi
sono tali da consentire, se gestiti correttamente (che qui vuol dire
coerentemente agli interessi della collettività e non di singoli gruppi
particolari), di fare di una regione come