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LA RIVOLTA DELL’OGGETTO

 

VII.

 

 

 

7. IDEOLOGIE E SEQUESTRO DI PERSONA (SEDIPE)

 

 

 

«Li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio».

(Niccolò Macchiavelli)

 

 

 

 

 

7.1. LE CONTRADDIZIONI DELLA BORGHESIA DI FRONTE AL SEQUESTRO DI PERSONA.

 

Il sequestro di persona a scopo di estorsione (Sedipe) (1) è oggetto di giudizi contrastanti che funzionano da cartine al torna­sole di contrasti di fondo tra fonti normative diverse. La prima di queste è quella, prevalente, costituita dalla borghesia nazionale e locale, che considera il sequestro come «il ricatto più vile» (con questo titolo ha avuto grande circolazione un film americano de­dicato appunto ad una partita di Sedipe), una negazione radicale della «civiltà» (in questo senso scrisse ripetutamente su «Panorama» Guido Calogero).

Si muove in quest’ottica - ma con uno scarto significativo che si vedrà - la fonte normativa ufficiale statale: il codice penale punisce il sequestro di persona (art. 630) a scopo di rapina o di estorsione con «la reclusione da 8 a 15 anni e con la multa da lire 400 mila a 800 mila. La pena della reclusione è da dodici a 18 anni se il colpevole consegue l'intento».

Le pene sono state inasprite di recente, tuttavia la «civiltà giuridica» italiana continua di fatto a non porre il Sedipe come il delitto più grave. Come si spiega questo contrasto di giudizi sul Sedipe tra gli ideologi della borghesia, e i legislatori e giuristi della stessa borghesia? Si spiega, a mio modo di vedere, col fatto che l'ordinamento per quanto borghese non può porre esplicitamente come bene supremo la proprietà, ma deve porre la vita umana, e dunque in qualche misura negarsi come ordinamento di classe.

Il fatto che il Sedipe sia punito con pene meno severe di quel­le previste per altri delitti però si spiega non tanto in termini strut­turali di analisi sincronica quanto in termini storico-diacroníci, nel senso che soltanto la misura della diffusione del Sedipe può seria­mente minacciare l'ordine borghese; fino a quando questo tipo di delitto contro la proprietà fu di bassa frequenza, la pena fra i 12 e i 18 anni era considerata un deterrente sufficiente a scoraggiare i malintenzionati.  Ma quando il Sedipe tende a superare la soglia dell'alta frequenza – com’è avvenuto in Sardegna negli anni Sessanta e come avviene nella Penisola negli anni '70 - anche la «civiltà giuridica» borghese tende a rivedere le proprie posizioni su questo delitto.  Ecco infatti gli avvocati del Foro di Nuoro, nel momento più caldo, annunziare la loro decisione di rifiutare il patrocinio legale degli accusati di sequestro di persona; una mi­sura questa che non si erano mai neppure sognati di minacciare per gli accusati di delitti ben più gravi (nell'economia dello stesso codice penale italiano: come l'omicidio premeditato). Queste con­traddizioni tra le posizioni di un Calogero e dell'ordine degli av­vocati di Nuoro da una parte e il CP dall'altra, questo contrasto tra fonti borghesi si spiega soltanto quando si tenga presente che i primi più o meno esplicitamente identificano l'ordine borghese e gli interessi della borghesia come classe dominante con l'ordine e con gli interessi della collettività, il secondo interpreta (o almeno finge di interpretare) gli interessi supremi della collettività, è espres­sione delle capacità della borghesia di essere, oltre che dominante, dirigente, e dunque di negare (o anche soltanto occultare) il patri­monio come valore supremo della società borghese per porre come valore supremo la vita dei cittadini. Quel che non è in primo piano nel Codice Penale lo è però nel Codice Civile, il quale - come aveva già osservato F. S. Nitti agli inizi del nostro se­colo - tutela minuziosamente i beni dell'orfano, ma non si preoc­cupa degli orfani privi di beni) (2).

E l'analisi strutturale del codice napoleonico ha rivelato che si tratta del regolamento di un gioco che pone le persone sui 40-50 anni di sesso maschile ed aventi una certa quantità di beni come giocatori ottimali.

Il codice penale è una normativa posta in essere dalla bor­ghesia in quanto classe dirigente, cioè in quanto classe tenuta a porsi i problemi della collettività, risolvendo (e in parte occultando) in essa anche i propri interessi di classe sociale antagonista di altre.  Ma quando la borghesia si pone non come fonte normativa della collettività, bensì come fonte normativa primariamente preoccupata delle sue fortune specifiche e immediate, allora deve abbandonare le finzioni ideologico-giuridiche e tener conto della realtà qual è e dei propri interessi di classe immediati.

In questa ottica il Sedipe le si presenta come un attacco strutturale (ma in realtà è una contraddizione) al proprio ordine, non in quanto sia    (.come si sostiene) un attacco alla vita del cittadino, ma in quanto è un attacco al patrimonio del borghese.

A questo punto essa ha perfettamente ragione di proclamare il Sedipe come il delitto più vile e come un attacco radicale alla società e alla civiltà, le quali come tutti sanno sono quelle di appartenenza. Il buon borghese (anche l'intellettuale di sinistra che non abbia spinto fino in fondo la propria analisi del sistema) obiet­ta che il Sedipe attacca non il patrimonio ma la vita dell'uomo (non dice di quale uomo, poiché dovrebbe dire del borghese). Que­sta ipotesi, come si vedrà più avanti nell'analisi strutturale del Sedipe, è del tutto infondata. Infatti la posta in gioco (3) è appunto una quota rilevante del patrimonio dell'ostaggio e della sua famiglia, non la sua vita.

Lo scandalo attuale del Sedipe non è da cercare all'interno della sua struttura, che non è mutata nel tempo: è da cercare nell'atteggiamento della borghesia, profondamente diverso da quello che essa assumeva nella sua fase montante, quando ancora non pretendeva di presentare il proprio ordine come un ordine natu­rale, universale, razionale.

Uno dei suoi foschi profeti, il Machiavelli, allora scriveva che gli uomini dimenticano più facilmente la morte del padre che la perdita del patrimonio. E fino a quando la borghesia ebbe una coerente coscienza di classe non si sognò mai di permettere ai suoi esponenti di scambiare la propria vita o quella di un pro­prio familiare con l'alienazione del patrimonio, cioè non si so­gnò mai di accettare l'inversione dell'ordine dei propri valori.

Nei primi anni Cinquanta a Bitti ci fu un sequestro di per­sona.  La richiesta di riscatto era abbastanza modesta: tre milioni. Allora erano inimmaginabili le attuali cifre da capogiro (ma allora del Sedipe la stampa borghese non si occupava perché esso sem­brava una cosa contenibile all'interno della Barbagia, un delitto che si consumava all'interno del «mondo dei lebbrosi», avrebbe detto Antonio Pigliaru). La famiglia dell'ostaggio bittese aveva già rac­colto la somma richiesta per il riscatto e si accingeva a versarla se­condo le istruzioni dei rapitori.  Ma vi fu una riunione allargata ad altre famiglie di parenti e di amici della stessa condizione so­ciale di quella dell'ostaggio e qui fu avanzato e fatto prevalere il discorso di classe con questo ragionamento: a prescindere dal fatto che anche se il riscatto viene pagato non si può avere alcuna certezza di riavere indietro salvo e sano di mente il rapito, se oggi paga la famiglia A, domani verrà rapito uno della famiglia B e se anche questa paga si passerà alla famiglia C e così via, cioè viene colpita la classe.

La famiglia interessata a quella partita di Sedipe non pagò e il rapito tornò a casa. In seguito non vi furono ulteriori tentativi di sequestro di persona a Bitti. Allora io stesso credetti di trovare la spiegazione nel fatto che la famiglia colpita aveva avuto la forza di mobilitare interclassisticamente un grandissimo numero di per­sone per cercare l'ostaggio e dunque di battere i rapitori sul piano dei rapporti di forza.  Dissero allora molti bittesi: un conto è che qualcuno cerchi di avere da me dei soldi sequestrando un mio congiunto, ben altro conto è che, se io non pago il riscatto, quel mio congiunto venga ucciso; in questo caso bocche prima disposte a tacere parlerebbero, occhi che si erano chiusi si riaprirebbero; insomma il furto è una cosa, l'omicidio per mancato guadagno è tutt'altra cosa.

Ma ora sono ben certo che la ragione del modo in cui sì risolse quella partita di Sedipe e del fatto che non ne siano state giocate altre a danno di borghesi bittesi è la risposta coerente della bor­ghesia locale come classe.

Come dicevo, la ragione di scandalo del Sedipe non deve essere cercata nella struttura interna a questo gioco - che ana­lizzerò più avanti -,  ma deve essere cercata nel diverso modo in cui oggi reagisce la borghesia rispetto al modo in cui reagiva nel passato. Il borghese compiutamente coerente alla propria scala di valori non può in alcun modo pensare di uscire dalla trappola se non rifiutando di pagare il riscatto, se non cioè privilegiando il patrimonio rispetto alla vita del congiunto. Questa fu infatti in un primo momento la risposta di un grande campione della bor­ghesia, Paul Getty, quando fu rapito un suo nipote; in seguito anche lui si arrese, dimostrando così che della coscienza di classe la borghesia ha perduto lo stampo.

Fino a quando la borghesia fu machiavellianamente «volpe»  e non quel che è oggi, coniglio, fino a quando fu hobbesianamente lupus e non come oggi lepre, non dovette preoccuparsi del Sedipe. Per difendere ed espandere il suo patrimonio il borghese era pronto a tutti i sacrifici necessari: morire difendendo il proprio patrimo­nio era un atto di eroismo, di patriottismo di classe. Nell'etica del­la borghesia qualcosa si è rotto, se oggi la famiglia borghese ar­riva a chiedere nel corso di una partita di Sedipe col «silenzio stampa» il non intervento della polizia (dello strumento di difesa della classe) per modo che sia consentito il pagamento del riscatto contro la restituzione dell'ostaggio secondo modalità dettate dai ra­pitori. Si sono avuti anche dei dibattiti alla televisione, oltre che un'infinità di articoli di stampa, intorno al quesito se la polizia debba o non debba consentire il pagamento del riscatto, perché sol­tanto di recente gli organi di polizia hanno deciso di non atten­dere, per intervenire, che la partita fosse conclusa col rientro a casa dell'ostaggio, ad avvenuto pagamento del riscatto.

Sulla questione si sono delineate due posizioni nettamente contrapposte: quella di chi ritiene che l'intervento della polizia, per impedire il pagamento del riscatto, sia la misura più adatta a far cessare la pratica del Sedipe e quella che invece esclude l'intervento della polizia perché implicherebbe la condanna a morte dell'ostag­gio e perché indurrebbe i familiari degli ostaggi a non denunciare il Sedipe per trattare liberamente con i rapitori.  Delle due posi­zioni la prima viene giudicata insensibile ai sentimenti delle fa­miglie degli ostaggi ma coerente alle funzioni dello Stato; la se­conda viene considerata rispettosa dei sentimenti dei familiari dell'ostaggio ma a scapito del prestigio e della funzione dello Stato.  Apparentemente il giudizio è positivo o negativo a seconda che si assuma il punto di vista dello Stato o della famiglia.

In questi giudizi si tende ad assumere lo Stato come un'estensione della famiglia o la famiglia come un'estensione dello Stato. In realtà lo Stato è estensione non di singole famiglie borghesi ma della classe borghese. E fino a quando esso aveva svolto coerentemente questa funzione senza infingimenti che la compromettessero, il pagamento del riscatto e i contatti della famiglia dell'ostaggio con i rapitori furono impediti e condannati come favoreggiamento (ciò avveniva pare senza grandi drammi, fino a quando il Sedipe rimase un gioco circoscritto al lebbrosario barbaricino per esempio). Quando le vittime del Sedipe incominciarono ad essere scelte pri­ma nelle città sarde e poi nella Penisola tra famiglie borghesi sempre più importanti prevalse un altro principio: quello di di­fendere comunque la vita dell'ostaggio a costo della resa dello Sta­to ai rapitori (il dibattito più clamoroso in questo senso si ebbe in occasione del rapimento del giudice Sossi, per altro finalizzato non all'estorsione ma ad una significazione politica).

Oggi sembra chiaro che la borghesia come classe (non come famiglie singole) non è più in grado di porre lo Stato e la polizia come estensioni di tutela del proprio ordine.

Essa ormai non riesce a imporre il proprio ordine neppure a se stessa.  È bastata la decisione del Ministro dell'Interno, Francesco Cossiga - perfettamente coerente con la logica borghese classica -, di bloccare in banca le somme destinate al pagamento dei riscatti a far emergere contraddizioni e polemiche tali da farla rientrare di fatto. È facile comprendere che la borghesia attuale non tolle­rerebbe un ministro dell'interno e un apparato giudiziario che cri­minalizzassero (sia pure nell'interesse della classe), come favoreg­giatori, congiunti e amici dell'ostaggio responsabili del contatto coi rapitori e del versamento a questi delle somme richieste per i riscatti. Eppure è proprio questo lo strumento tecnico che può dare la maggiore efficacia all'intervento dello Stato (e dunque della stessa borghesia come classe attraverso lo Stato).  L'esposizione della famiglia dell'ostaggio alla sanzione fornirebbe, oltre tutto, una giu­stificazione «moralmente» valida anche agli occhi dei rapitori per il rifiuto del pagamento del riscatto.

 

 

 

 

 

 

 

7.2. ANALISI STRUTTURALE DEL SEQUESTRO DI PERSONA.

 

Ma tutti questi aspetti sono esterni alla struttura del Sedipe che essenzialmente si gioca fra due coppie oppositive attive Fami­glia/Rapitori e fra due coppie oppositive inerti Ostaggio/Somma (del riscatto). E si gioca tutto all'interno della più rigorosa logica borghese, perché è soltanto all'interno di questa che ha un senso il dilemma posto dal Sedipe tra patrimonio e vita del titolare del patrimonio. In una società diversa, egualitaria, il Sedipe non avreb­be alcun senso per il semplice motivo che non vi sarebbero persone che valesse la pena di sequestrare a scopo di estorsione.

I Rapitori assumendo l'iniziativa del Sedipe mettono alla pro­va il codice degli atteggiamenti della borghesia, ponendo la fa­miglia dell'ostaggio nella necessità di contrassegnare con un + o con un - due elementi che la borghesia nella sua fase attuale mostra di voler segnare entrambi con un + di eguale forza se­mantica.

Nel Sedipe la borghesia si morde la coda: il Rapitore, quale che sia la sua effettiva condizione sociale (la maschera nasconde non soltanto i suoi tratti individuali ma anche i suoi connotati sociali: ma non la direzione di essi, che è verso la borghesia), ha sulla Famiglia un grosso vantaggio: quello di connotare positiva­mente, assumendolo come posta, soltanto uno dei due termini della coppia oppositiva O/S.  Per il Rapitore è positiva solo la Somma, la detenzione dell'Ostaggio è strumentale; è detenzione di un bene che per lui non è tale, o meglio di un bene che ha soltanto un valore di scambio ma non ha alcun valore d'uso se non quello dell'unico scambio possibile. L'Ostaggio ha invece per la famiglia soltanto un valore d'uso; essa si rifiuta di attribuirgli un valore di scambio.

Lo scontro tra F e R (Famiglia e Rapitore) avviene appunto su questo terreno: R deve costringere F a riconoscere che O in tanto può avere un valore d'uso in quanto gli si riconosca un valore di scambio.  F ha una sola possibilità di sfuggire alla trappola: quella di negare fino in fondo il valore di scambio di O ma perché possa fare questo occorre che ne neghi anche il suo valore d'uso. ,Nelle mani di R il valore d'uso di O si esaurisce tutto nel suo valore di scambio; se O non è accettato dalla fami­glia come valore di scambio, R non può fare alcun uso di O, tanto e vero che l'alternativa al mancato riconoscimento del valore di scambio è (la minaccia de) la soppressione di O.

Ma qui è il punto debole di R. Se egli non riesce ad imporre O come valore di scambio non riesce ad acquisire l'unica posta che gli interessi nel Sedipe, cioè la somma del riscatto. Gli resta nelle mani il bene che per lui non ha alcun valore (ormai né di scambio ne di uso) e del quale deve solo decidere come sbarazzarsi, cioè se lasciarlo andar via libero o sopprimerlo come aveva minacciato di fare strumentalmente per ottenere il riconoscimento del suo va­lore di scambio. Ma con la soppressione di O, R non guadagna nulla, in sostanza ha perso la sua partita; F invece esce dalla partita per metà sconfitto in quanto ha perso un valore d'uso (O) ma anche mezzo vittorioso in quanto ha conservato un suo valore di scambio e d'uso (S).

L’assassinio dell'Ostaggio da parte del Rapitore non è strut­turalmente necessario, perché non compensa R della mancata con­quista della posta (S); «appesantisce la sua coscienza» (l'idea che ha della propria razionalità) con un delitto gratuito, del quale egli ha un bel dire che è stato deciso dalla Famiglia nel momento in cui essa si è rifiutata di accettare lo scambio; strutturalmente egli non ha alcuna ragione di uccidere O, e non può alienarne in al­cun modo la responsabilità. F rifiutando lo scambio ne ha negato il valore d'affezione o d'uso per sé, ma non lo ha condannato a morte: questa condanna e l'eventuale esecuzione di essa ricade tutta nella responsabilità di R; se anche non sarà chiamato a ri­sponderne ad altri, dovrà comunque risponderne a se stesso (Per giunta R non è un solo individuo, ma è, formato da numerose persone tra le quali è più facile che si stabilisca l'accordo sul rapimento e sulla divisione della somma del riscatto che sull’uccisione dell'ostaggio e sulla divisione delle spoglie di quest’ultimo, che non hanno alcun valore né d'uso né di scambio e sarebbero solo un inutile rimorso).

C’è un solo motivo strutturale che possa indurre R a razio­nalizzare l'uccisione di O, ed . da cercare nel fatto di essere im­pegnato  o di aver intenzione di impegnarsi in altre partite di Sedipe; in questo caso l'uccisione dell'ostaggio di questa prima partita può servire a rendere più credibile la minaccia di uccidere gli ostaggi delle altre c/o successive partite, cioè può servire come strumento di pressione per convincere le famiglie di altri ostaggi ad accettare lo scambio. L’uccisione di O immotivata sul piano sin­cronico può diventare motivata da un punto di vista diacronico; ma se anche le altre famiglie degli ostaggi assumono lo stesso at­teggiamento della prima, il Sedipe cessa di essere un gioco in­teressante. Lo stesso risultato ovviamente si otterrebbe se la coscien­za di classe recuperando se stessa riuscisse a trovare gli strumenti tecnici idonei ad impedire il pagamento del riscatto. Tutta la lotta al Sedipe finora è stata condotta appunto su questo piano tecnico  ma, in Italia, senza successo.

R, se non ha la possibilità di guadagnare la posta, non ha alcun motivo di dare inizio al gioco o di proseguirlo.  Attualmente però la borghesia non sa giocare il Sedipe secondo la propria regola, cioè tendendo alla propria posta che è la salvezza del patrimonio. Questa è l'unica regola alla quale può attenersi R, che non può non privilegiare il patrimonio.  Nella misura e nella frequenza della conquista della posta da parte di R - l'ho scritto già una decina d'anni fa - il Sedipe è destinato a diffondersi sempre di più e a farsi sempre più frequente. Potrebbe dirsi con E. Morin che la borghesia ormai vive il Sedipe non con l'etica propria, ma con quel­la della cultura di massa, che pone «la felicità» come obiettivo (4).

L’interesse al gioco verrebbe meno solo quando venisse meno la materia prima, cioè i ricchi.

Alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla criminalità, richiamata nell'Isola essenzialmente dalla straordinaria frequenza che negli anni Sessanta aveva assunto il sequestro di persona, io feci ben presente che il Sedipe era da considerare un delitto tipico e specifico, non del banditismo sardo, ma della società borghese, e destinato a diffondersi anche nella Penisola, dove fino a quel mo­mento c'era stato soltanto (a Genova) l'episodio del sequestro Gadolla (per altro allora considerato piuttosto ambiguo da taluni che vi vedevano un espediente del sequestrato per estorcere soldi alla madre; ed io invitai a riflettere che se anche cosi fosse stato, il ricorso a questo espediente anziché ad altri doveva pur essere spie­gato). Aggiunsi che il Sedipe si sarebbe diffuso anche nella Pe­nisola non per trasferimento in Continente di personale specializ­zato sardo, ma in virtù delle sue caratteristiche intrinseche. I par­lamentari nazionali e per la verità anche quelli sardi trovarono le mie considerazioni non solo astratte (lo erano e volevano esserlo) ma anche fantasiose, riferite ad una realtà, quella continentale, molto diversa da quella della Sardegna.

Io sostenevo invece che la diffusione del Sedipe in Sardegna aveva superato il livello di guardia proprio in conseguenza del­l'espansione di sistemi di vita continentali e in particolare dei dislivelli sociali continentali. Perché in continente, dove questi disli­velli erano anche più forti, il Sedipe non era (ancora) diffuso come nell'Isola?  La mia risposta al quesito era: perché non se n’è an­cora scoperta la sua vera funzione; in questo caso la Sardegna non è in ritardo, è in anticipo. Ma la diffusione nella Penisola vi sa­rebbe stata «condizioni tecniche permettendolo». Sembrava al­lora, anche a me, che le condizioni tecniche permissive del Sedipe sussistessero soprattutto in Sardegna e fossero costituite dalle cam­pagne spopolate.  Neanch'io allora mi rendevo conto che una città popolarissima della Penisola potesse essere un terreno favorevole alla coltura del Sedipe. Avevo però avvertito che il solo modo di porre termine al Sedipe, quando la borghesia non ha più il co­raggio o la forza di essere coerente fino in fondo preferendo la morte del padre alla perdita del patrimonio, è quello di mettere da parte l'ordine borghese e di sostituirlo con un ordine socialista. Poiché non credo di essere un ingenuo, feci anche presente che l'ordine borghese avrebbe preferito tenersi il sequestro di persona e combatterlo sul piano tecnico (piuttosto che su quello strutturale) pur di non rinunziare a se stesso. Il che mi pare stia avvenendo puntualmente.

Avevo anche osservato che un rilancio del piano di rinascita del­la Sardegna finalizzato all'espansione dello sviluppo capitalistico e non già alla creazione e all'espansione di elementi di società socia­lista, lungi dal condurre all'eliminazione del sequestro di persona in Sardegna lo avrebbe favorito.

Anch'io, ripeto, ero sorpreso del fatto che il sequestro avesse fatto le sue prove generali nell'Isola anziché in regioni italiane carat­terizzate da più accentuati squilibri nella ripartizione della ricchez­za. La spiegazione che davo di questo fatto era riferita a quella che Antonio Pigliaru dava del passaggio dall'abigeato al sequestro nel quale l'uomo sostituisce la pecora, con l'aggiunta di un accenno alla improvvisa accumulazione e concentrazione di ricchezze in un am­biente ancora percorso da ideologie ed etiche egualitariste residuali.

Dei molti sequestrati continentali che in seguito si sono regolar­mente presentati alla televisione per raccontare le loro vicende, il solo che mi pare abbia capito le ragioni strutturali del diffondersi dei Sedipe e stato il gioielliere romano Gianni Bulgari il quale, sfuggendo alle sollecitazioni moralistiche, ha spiegato il fenomeno in una logica rigorosamente borghese, osservando che si tratta del­l'operazione commerciale a più basso investimento e a più alto pro­fitto, cioè dal punto di vista borghese del più proficuo degli «affari» possibili anche se illegali.

Certo non si possono attendere i tempi lunghi dell'avvento di una società socialista, per eliminare il sequestro di persona, ma è troppo chiedere alla borghesia nel medio termine di essere coerente? E troppo, perché essa ormai non ha più né la forza politica, né la capacità morale di affermare con la necessaria nettezza la propria scala di valori. Può come nel caso dei familiari della povera Cristina Mazzotti (i quali, dopo aver pagato un riscatto pesantissimo, hanno ritrovato la ragazza cadavere in una discarica), sottolineare che nep­pure il pagamento del riscatto dà la garanzia di salvare l'ostaggio; si può anche fornire ai familiari una motivazione insormontabile (anche agli occhi del rapitore) per il rifiuto del pagamento del ri­scatto nella certezza di andare incontro ad una severa condanna co­me favoreggiatori, ma tutti questi accorgimenti e provvedimenti la­sciano in piedi la ragione strutturale del Sedipe, che è, da una parte la stratificazione sociale e la presenza di punte di concentrazione di ricchezza tali da suggerire appunto l'idea di appropriarsene col mi­nimo sforzo dall'altra l'incoerenza della borghesia come classe.

 

 

 

 

 

 

 

 

7.3. IL FALLIMENTO DELL’ESORCIZZAZIONE NARRATIVA DEL SEDIPE.

 

La narrativa giornalistica e televisiva ha eletto il sequestro di persona a romanzo di successo, perché ha tutti i requisiti delle trame e dei personaggi di successo: offre la possibilità di descrivere ville e menages di famiglie di miliardari nel momento dell'emergenza, nel momento in cui sono poste in difficoltà drammatiche, globali, sia sul piano dei sentimenti sia sul piano sociale e patrimoniale; offre la possibilità di intervistare le piccole corti di queste famiglie, di cinematografare operazioni di polizia, di scatenare sospetti a destra e a manca anche sui nuovi inquilini dell'appartamento accanto dei quali ancora non si è riusciti a capire che cosa facciano; offre suspense e qualche volta anche la possibilità dell'agnizione; consente la ri­mozione e l'alienazione di impulsi che la piccola borghesia fru­strata non osa confessare neanche a se stessa e che censura persino nei propri sogni perciò consente anche gratificazioni moralisti­che a buon mercato: sei un buon cittadino perché non fai seque­stri di persona e non hai ucciso Cristina Mazzotti, anche se evadi il fisco.

Gradualmente però il pedale calcato sull'indignazione e sul­l'esecrazione si è rivelato non solo inadatto a impedire sequestri o a scoraggiare il loro diffondersi, ma persino a tener viva l'atten­zione sociologica sul fenomeno. Il telegiornale non dà più le noti­zie in apertura, le riduce a pochi dati: nome e cognome del se­questrato, attività svolta, tipo di macchina nella quale rientrava a casa, meccanica del rapimento, presumibile numero di rapitori, co­lore e forma delle maschere. Al momento della liberazione il per­sonaggio compare con la barba lunga seduto su un divano per raccontare che in fondo non è stato trattato male, che sì gli davano da mangiare, che non sa se e quanto i suoi familiari abbiano paga­to il riscatto.  Si crede che il Sedipe sia un'industria da descrivere nell’ordine evenemenziale; invece è conoscibile soltanto quando si sottometta all'analisi strutturale, cosa severamente vietata agli inviati dei giornali, ai quali i direttori chiedono solo «fatti».

 

 

 

 

 

 

 

 

7.4. LA STRATIFICAZIONE SOCIALE RIFLESSA NEI GIUDIZI SUL SEDIPE.

 

Come reagiscono al Sedipe le fonti normative interne alla Bar­bagia? Le classi superiori. quelle che ritengono a ragione o a torto di poterne essere vittime un giorno o l'altro, non si limitano a diffendere la condanna moralistica, ma cercano di adottare misure per renderlo «tecnicamente» impossibile: si spostano a sorpresa, per quanto possibile senza rendere noti gli itinerari che seguiranno; si fanno scortare; si armano di fucili a ripetizione e pistole speciali; portano con sé qualche somma ragguardevole per evitare la deten­zione e risolvere subito il rapporto con i rapitori e così via.  Ma i più ritengono che sia fondato il detto popolare: meschinu s'homine tentatu, cioè che prima o poi uno, quando è preso di mira, cade nella trappola.

C'è chi raccomanda ai parenti di non dare un soldo per il riscatto, di considerarlo morto in un incidente stradale; cosa, ag­giungono, non meno probabile del sequestro. Non mancano quelli che temono il sequestro apparentemente finalizzato all'estorsione, ma in realtà motivato da propositi di vendetta e dunque tendente ad aggiungere al danno dell'assassinio dell'ostaggio la beffa dell’imp­overimento della famiglia mediante il pagamento del riscatto.  Quando fu sequestrato l'On.  Riccio furono in molti a dire che pro­babilmente non era il caso di versare alcunché per il suo riscatto (Riccio nell'esercizio della sua professione di avvocato non poteva non aver urtato gruppi e persone «vendicative»).  Altri sul finire degli anni Sessanta hanno creduto di mettersi al riparo trasferen­dosi nella Penisola, dove in ogni caso la loro collocazione sociale più modesta di quella appariscente che avevano in Sardegna li avrebbe resi trascurabili come possibili ostaggi. Nel complesso i problemi che si pongono a chi in Sardegna si considera esposto al Sedipe non sono diversi da quelli che si pongono ai miliardari della Penisola.

Ma vediamo la posizione di chi non ha alcun motivo di te­mere un sequestro perché privo dei beni indispensabili per susci­tare qualsiasi appetito.

C’è naturalmente un ceto impiegatizio o piccolo imprenditoria­le in promozione incerto sulla propria collocazione, allarmato da sequestri a danno di pesci piccoli e dunque timoroso che il feno­meno si estenda e degeneri fino a colpire anche redditi sia pure modesti di lavoro. Ma capita di sentir paventare il sequestro anche da parte di persone che a mala pena riescono a sbarcare il lunario.

Queste persone sono naturalmente oggetto di facile satira so­ciale, sia da parte di chi è ben consapevole di non correre alcun rischio, sia da parte di persone che hanno ragione di temere il Sedipe, ma che, noblesse oblige, non gradiscono l'assimilazione del proprio ceto a quello inferiore.

Tuttavia la tendenza di chi ha motivi per temere il Sedipe è ad estendere la categoria di quelli che a ragione o a torto ne hanno paura. Si tratta evidentemente di operazioni ideologiche più o me­no consapevolmente condotte dalla stampa per creare una solida­rietà della classe oppressa con la classe dominante. Generalmente si tende a minimizzare i beni della famiglia dell'ostaggio non tan­to per far persuasi i rapitori che la cifra richiesta per il riscatto deve essere di molto ridotta (in genere prima di procedere al se­questro, il rapitore ha fatto accertamenti ben più accurati di quelli che può fare un giornalista o un agente del fisco), quanto per allargare, come si diceva prima, la fascia dei «motivati» alla paura del Sedipe.

A parte tutto ciò, cioè a parte quelli che hanno motivi seri, strutturali (cioè una notevole quantità di ricchezza) e quelli che hanno soltanto motivi ideologici per condannare la pratica del Se­dipe, come reagiscono quelli che non hanno alcuna motivazione, né strutturale né ideologica, per temere il sequestro e che semmai avrebbero ragione di temere di poter esservi un giorno o l'altro coinvolti non dalla parte della famiglia dell'ostaggio, ma dalla par­te del gruppo dei rapitori?

Nell'analisi dell'atteggiamento di questi, che complessivamente chiameremo «esclusi dal gioco», occorre distinguere due posizioni, corrispondenti grosso modo al modello egualitario residuale e al modello egualitario (socialista) emergente. Il giudizio dei primi è quanto mai esplicito e sbrigativo: si risolve in una rapida ricogni­zione dei beni dell'ostaggio e della sua famiglia e si conclude con un: può pagare, paghi». In questo gruppo di esclusi  è però molto forte la diffidenza sulle finalità del Sedipe; si è più facilmente portati ad immaginare che nel sequestro presentato a scopo di estor­sione interferiscano altri motivi come la vendetta, l'odio, la con­correnza, e anche elementi emotivi, qualificati da un codice antico degli atteggiamenti. La bussola per l'orientamento è il censo della famiglia dell'ostaggio, s'è detto; ma si tiene conto anche di altri elementi connotativi del gruppo familiare colpito dal Sedipe.

Per quanto riguarda i rapitori si avanzano due ipotesi contrap­poste: la prima è che R sia anche lui un pescecane, al limite anche più ricco dell'Ostaggio e più spregiudicato; la seconda è che R sia un gruppo di esclusi dal mondo dei ricchi che ricorrono al Sedipe per entrare in quel mondo. Dai processi celebrati in Sar­degna per i sequestri avvenuti nel corso degli anni Sessanta è emersa una netta prevalenza di rapitori aventi questa fisionomia (emarginati dalle attività pastorali sulla soglia dell'inurbamento). L'atteggiamento verso questo tipo di R è di più o meno blanda condanna; si condanna sì il tentativo di arricchirsi in quel modo, Ma il giudizio si attenua immediatamente nella comparazione coi modi «più scandalosi» in cui si sono visti altri arricchirsi legalmente.

Scriveva nel secolo scorso Giorgio Asproni nel suo diario; «Io non so rendermi conto dell'umana giustizia ogni qual volta considero che un ladro che espone la propria vita per rubare pochi Scudi è mandato in galera, e talora al patibolo; e un principe è onorato perché, sotto apparenze di forma legale, si fa assegnare un esorbitante annuo stipendio.  Nell'avvenire dopo che il mondo si sarà trasformato mercè la repubblica, la storia sembrerà favola nar­rando la presente condizione della società» (5).

Evidentemente l'Asproni pensava ad una repubblica ben diver­sa da quella che conosciamo.

Nell'atteggiamento qualificato della fonte normativa residuale interna prevale sulla condanna del Rapitore (quando questi non sia egli stesso un ricco) la condanna della diseguale distribuzione dei beni, un certo compiacimento per l'umiliazione inflitta all'arrogan­za del ricco e così via. Naturalmente anche i portatori di giudizi come questi, se chiamati davanti alla telecamera o se intervistati da un signore con un taccuino in mano o un registratore a tracolla, diranno che il Sedipe è una vergogna, che il Governo deve riuscire a porvi rimedio etc.. Non è in queste circostanze che essi rivelano il loro vero punto di vista e il loro codice. In queste circostanze sanno che cosa l'interlocutore vuole sentirsi dire e non hanno al­cuna difficoltà a dirglielo. Ma quando ritornano a sedersi sul mu­retto o si rinchiudono a bere vino nuovo nel magazzino di uno di loro, al riparo dall'occhio e dall'orecchio dell'ideologia domi­nante, ribaltano i loro giudizi, fino ad estremizzarli con espressioni del tipo: adesso dovremmo anche metterci a lastimare (commi­serare) questi ricconi che maneggiano e guadagnano miliardi con la stessa facilità e con la stessa disinvoltura con la quale noi ma­neggiamo le cento lire; il sequestro ben gli stia; e ben gli sta se lo mungono a dovere.

In sostanza la solidarietà all'ostaggio e alla famiglia è pro­clamata ma anche negata radicalmente; capita anzi di sentir dire di qualcuno che abbia rapidamente accumulato ricchezza e che - come accade ai nuovi ricchi - non abbia molti freni nell'esi­birla: cussu chere' murtu = quello bisognerebbe mungerlo. Il ri­ferimento può essere tanto a personaggi non residenti in Barbagia ma dei quali si parla sulla stampa o dei quali «corre voce» che abbiano molti soldi, quanto anche a personaggi residenti nel paese (commercianti e medici).

Ma com’è che, pur essendo il Sedipe a danno di famiglie ricche considerato in modo ambiguo, le partite effettive sono rare anche in Barbagia?  La spiegazione è da cercare certo anche nei dubbi sul buon esito dell'impresa, e nella considerazione dei rischi che essa comporta, cioè in cause esterne, come le difficoltà tecniche del rapimento, della custodia dell'ostaggio e della riscossione del riscatto (difficoltà generalmente considerate però non insormontabili) ma soprattutto proprio nel residuale e diffuso rigetto della disuguaglianza che superi una certa soglia, dunque in una accet­tazione anche inconscia della condizione e del gruppo nel quale si vive e del quale si vuol condividere la sorte.  Pur essendo la ric­chezza desiderata come «fortuna», un salto individuale o familiare di classe fondato su un'improvvisa e non generalizzabile acquisizio­ne di beni, specialmente se non se ne possa spiegare l'origine, è visto con sospetto. Il passaggio ad una nuova condizione che im­porrebbe l'abbandono delle vecchie amicizie e solidarietà, la ricer­ca di nuovi e meno fidati interlocutori, il doversi muovere in un ordine di bisogni sconosciuto e, tanto peggio, in ambienti scono­sciuti, non sempre sono desiderati, anzi lo sono di rado.  Si vede in un’acquisizione improvvisa di ricchezza anche di origine lecita - una vincita al totocalcio per esempio - un pericolo per la pro­pria identità socio-culturale, e dunque per la propria identità in assoluto.,

I desideri di maggiori entrate non vanno al di là dell'orizzonte dei miglioramenti possibili senza uscire dalla propria pelle (che è la propria condizione sociale e in ogni modo la propria cultura). Avere una casa migliore, si; avere un maggior numero di pecore, sì; avere anche la possibilità di comprarsi una più estesa superficie di pascoli, sì; ma Montecarlo, il panfilo, l'investimento azionario, la villa sulla Costa Smeralda, i gioielli firmati, i viaggi in Giappone e in capo al mondo sono oggetti fantastici che non si ha ragione alcuna di desiderare, che non promettono gratificazioni migliori del­lo starsene nel tempo libero seduti sui gradini della porta di casa a parlare con chi passa per scambiare e confermare notizie, giudizi, identità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7.5. LA SCALA DEI VALORI NELLA CULTURA BARBARICINA.

 

In sostanza quella che si sta cercando di descrivere è una fonte normativa con notevoli misure di coerenza, nella cui scala di valori non c'è la brama di ricchezze che pongano il problema: e adesso che ne faccio? L'accertamento dei bisogni è tale da esclu­dere quelli che per il loro soddisfacimento comporterebbero fatiche, noie, imprese e novità supplementari.  Mi diceva un pastore emigra­to, al quale rappresentavo la possibilità di un notevole migliora­mento della sua azienda e perciò di più lauti guadagni: Ma perché dovrei fare tutto ciò?  Io sto bene così; quello che guadagno con poca fatica mi basta e avanza.  Perché dovrei lavorare di più?  Correre da una parte all'altra, perché?  Per avere più soldi?  Ma se faccio così sono i soldi che diventano miei padroni, mentre adesso sono io padrone di quel che guadagno.

Il mio accompagnatore continentale, col quale in seguito ana­lizzavo la risposta, diceva: Vedi, sono poltroni.

E avevo un bel ribattere che a loro modo sono saggi, perché la loro cultura rifiuta l'irreversibile, la corsa all'infinito, di cui aveva parlato Durkheim, e dunque l'angoscia e l'ansia delle società calde.  Il loro ideale non è l'avere più soldi per poter dilatare i loro bisogni e il soddisfacimento di questi; la loro preda è il soddisfa­cimento dei bisogni posti come tali dalla loro cultura, anzi il con­trollo della dimensione dei propri bisogni. Nella cultura residuale il ricco doveva farsi «perdonare» (era anche la formula che do­veva usare quando rifiutava un favore o un'elemosina) la sua ric­chezza con una generosità indiscutibile, con una messa a disposizione dei propri mezzi a favore dei meno «fortunati», con tutta una serie di comportamenti obbliganti. Il rispetto che gli era do­vuto almeno nell'immaginario collettivo non era maggiore di quel­lo dovuto al bravo artigiano, al pastore abile, all'apprendista pa­store capace (il theracu era non tanto un servo quanto un appren­dista, appunto).  Quando un ricco (affortunatu) cercava di usare la sua posizione per avere un potere normativo più esplicito e più forte di quello degli altri compaesani (malassortatos = privi di fortuna), cioè quando cercava di emergere come «principe», veniva fatto fuori, suscitava l'invidia degli dei, cioè del popolo.

E forse è proprio qui che deve essere cercata la ragione della mancata formazione di un principato interno alla Sardegna e della mancata formazione di città effettivamente sarde, perché, come ha sostenuto Lewis Mumford, la città è stata prodotta dal cacciatore trasformatosi in monarca. La Sardegna ha potuto avere città coloniali (teste di ponte svolgenti la funzione di veri e propri eserciti di occupazione), ha conosciuto principi esterni, sovranità esterne, abbastanza forti per impedire (saldandosi con la tendenza interna che si è detta) la formazione di sovranità interne, ma non ha mai varcato la soglia dell'effetto urbano e dell'organizzazione statuale per virtù interne. Tutto ciò è evidente soprattutto nella zo­na montuosa ed è stato esattamente colto da Fernand Braudel quando ha osservato che qui non potevano esserci altro che libere repubbliche (il regno della legge e dello Stato è la pianura).

Questo spiega anche la profonda differenza tra il banditismo sardo e la mafia siciliana. Il primo era effetto di occasionali aggre­gazioni di gente che voleva fare un colpo (una bardana da «gual­dana», un irrobatariu, o unu recattu) per risolvere col bottino che veniva subito diviso alcuni problemi già emergenti dei coponenti del gruppo (Su Mont'e Mesus era nelle campagne di Bitti una località famosa come nascondiglio di banditi e di grassatori.  Una canzone diceva: Tue ses cuddu monte addisertadu / totu roc­ca' lanidas e pischinas / nara cantos e chie has ospitadu / chin bardanas, recattos e rapinas = Tu sei quel monte disertato / tutto rocche lanute e pozzanghere (piscine naturali) - Dimmi quanti e chi hai ospitato / con bardane, sequestri e rapine? (6).