VII.
7. IDEOLOGIE E SEQUESTRO DI PERSONA (SEDIPE)
«Li uomini sdimenticano più presto
la morte del padre che la perdita del patrimonio».
(Niccolò Macchiavelli)
7.1. LE
CONTRADDIZIONI DELLA BORGHESIA DI FRONTE AL SEQUESTRO DI PERSONA.
Il
sequestro di persona a scopo di estorsione (Sedipe) (1) è oggetto di giudizi contrastanti che
funzionano da cartine al tornasole di contrasti di fondo tra fonti normative
diverse. La prima di queste è quella, prevalente, costituita dalla borghesia
nazionale e locale, che considera il sequestro come «il ricatto più vile» (con
questo titolo ha avuto grande circolazione un film
americano dedicato appunto ad una partita di Sedipe), una negazione radicale
della «civiltà» (in questo senso scrisse ripetutamente su «Panorama» Guido
Calogero).
Si muove
in quest’ottica - ma con uno
scarto significativo che si vedrà - la fonte normativa ufficiale statale: il
codice penale punisce il sequestro di persona (art. 630) a scopo di rapina o di
estorsione con «la reclusione da
Le pene
sono state inasprite di recente, tuttavia la «civiltà giuridica» italiana
continua di fatto a non porre il Sedipe come il delitto più grave. Come si
spiega questo contrasto di giudizi sul Sedipe tra gli ideologi della borghesia,
e i legislatori e giuristi della stessa borghesia? Si spiega, a mio modo di
vedere, col fatto che l'ordinamento per quanto borghese non può porre
esplicitamente come bene supremo la proprietà, ma deve porre la vita umana, e
dunque in qualche misura negarsi come ordinamento di classe.
Il fatto
che il Sedipe sia punito con pene meno severe di quelle previste per altri delitti però si spiega non tanto in termini strutturali di
analisi sincronica quanto in termini storico-diacroníci,
nel senso che soltanto la misura della diffusione del Sedipe può seriamente minacciare l'ordine borghese; fino a
quando questo tipo di delitto contro
la proprietà fu di bassa frequenza, la pena fra i 12 e i 18 anni era
considerata un deterrente sufficiente a scoraggiare i malintenzionati. Ma quando il Sedipe tende a
superare la soglia dell'alta frequenza – com’è avvenuto in Sardegna negli anni
Sessanta e come avviene nella Penisola negli anni '70 - anche la «civiltà
giuridica» borghese tende a rivedere le proprie posizioni su questo delitto. Ecco infatti gli
avvocati del Foro di Nuoro, nel momento più caldo, annunziare la loro decisione
di rifiutare il patrocinio legale degli accusati di sequestro di persona; una
misura questa che non si erano mai neppure sognati di minacciare per gli
accusati di delitti ben più gravi (nell'economia dello stesso codice penale
italiano: come l'omicidio premeditato). Queste contraddizioni tra le posizioni
di un Calogero e dell'ordine degli avvocati di Nuoro
da una parte e il CP dall'altra, questo contrasto tra fonti borghesi si spiega
soltanto quando si tenga presente che i primi più o meno esplicitamente
identificano l'ordine borghese e gli interessi della borghesia come classe dominante
con l'ordine e con gli interessi della collettività, il secondo interpreta (o
almeno finge di interpretare) gli interessi supremi della collettività, è
espressione delle capacità della borghesia di essere, oltre che dominante,
dirigente, e dunque di negare (o anche soltanto occultare) il patrimonio come
valore supremo della società borghese per porre come valore supremo la vita dei
cittadini. Quel che non è in primo piano nel Codice Penale
lo è però nel Codice Civile, il quale - come aveva già osservato F. S. Nitti agli inizi del nostro
secolo - tutela minuziosamente i beni dell'orfano, ma non si preoccupa degli
orfani privi di beni) (2).
E
l'analisi strutturale del codice napoleonico ha rivelato che si tratta del regolamento
di un gioco che pone le persone sui 40-50 anni di sesso maschile ed aventi una
certa quantità di beni come giocatori ottimali.
Il codice
penale è una normativa posta in essere dalla borghesia
in quanto classe dirigente, cioè in quanto classe tenuta a porsi i problemi
della collettività, risolvendo (e in parte occultando) in essa anche i propri
interessi di classe sociale antagonista di altre. Ma quando la
borghesia si pone non come fonte normativa della collettività, bensì come fonte
normativa primariamente preoccupata delle sue fortune specifiche e immediate,
allora deve abbandonare le finzioni ideologico-giuridiche
e tener conto della realtà qual è e dei propri interessi di classe immediati.
In questa ottica il Sedipe le si presenta come un attacco
strutturale (ma in realtà è una contraddizione) al proprio ordine, non in
quanto sia (.come
si sostiene) un attacco alla vita del cittadino, ma in quanto è un attacco al
patrimonio del borghese.
A questo
punto essa ha perfettamente ragione di proclamare il Sedipe come il delitto più
vile e come un attacco radicale alla società e alla civiltà, le quali come tutti sanno sono quelle di appartenenza.
Il buon borghese (anche l'intellettuale di sinistra che non abbia spinto fino
in fondo la propria analisi del sistema) obietta che il Sedipe attacca non il patrimonio ma la vita dell'uomo (non dice di quale uomo,
poiché dovrebbe dire del borghese). Questa ipotesi, come si vedrà più avanti
nell'analisi strutturale del Sedipe, è del tutto infondata.
Infatti la posta in gioco (3) è appunto una quota rilevante del patrimonio
dell'ostaggio e della sua famiglia, non la sua vita.
Lo
scandalo attuale del Sedipe non è da cercare all'interno della sua struttura,
che non è mutata nel tempo: è da cercare nell'atteggiamento della borghesia,
profondamente diverso da quello che essa assumeva nella sua
fase montante, quando ancora non pretendeva di presentare il proprio
ordine come un ordine naturale, universale, razionale.
Uno dei
suoi foschi profeti, il Machiavelli, allora scriveva
che gli uomini dimenticano più facilmente la morte del
padre che la perdita del patrimonio. E fino a quando la borghesia ebbe una
coerente coscienza di classe non si sognò mai di
permettere ai suoi esponenti di scambiare la propria vita o quella di un proprio
familiare con l'alienazione del patrimonio, cioè non si sognò mai di accettare
l'inversione dell'ordine dei propri valori.
Nei primi
anni Cinquanta a Bitti ci fu un sequestro di persona. La richiesta di riscatto era abbastanza
modesta: tre milioni. Allora erano inimmaginabili le attuali cifre da capogiro (ma allora del Sedipe la stampa borghese non si
occupava perché esso sembrava una cosa contenibile all'interno della Barbagia,
un delitto che si consumava all'interno del «mondo dei lebbrosi», avrebbe detto Antonio Pigliaru). La famiglia dell'ostaggio bittese aveva già raccolto
la somma richiesta per il riscatto e si accingeva a versarla secondo le
istruzioni dei rapitori. Ma vi fu una
riunione allargata ad altre famiglie di parenti e di amici
della stessa condizione sociale di quella dell'ostaggio e qui fu avanzato e
fatto prevalere il discorso di classe con questo ragionamento: a prescindere
dal fatto che anche se il riscatto viene pagato non si può avere alcuna
certezza di riavere indietro salvo e sano di mente il rapito, se oggi paga la
famiglia A, domani verrà rapito uno della famiglia B e se anche questa paga si
passerà alla famiglia C e così via, cioè viene colpita la classe.
La
famiglia interessata a quella partita di Sedipe non pagò e il rapito tornò a
casa. In seguito non vi furono ulteriori tentativi di
sequestro di persona a Bitti. Allora io stesso credetti
di trovare la spiegazione nel fatto che la famiglia colpita aveva
avuto la forza di mobilitare interclassisticamente un
grandissimo numero di persone per cercare l'ostaggio e dunque di battere i
rapitori sul piano dei rapporti di forza.
Dissero allora molti bittesi: un conto è che qualcuno cerchi di avere da
me dei soldi sequestrando un mio congiunto, ben altro conto è che, se io non
pago il riscatto, quel mio congiunto venga ucciso; in
questo caso bocche prima disposte a tacere parlerebbero, occhi che si erano
chiusi si riaprirebbero; insomma il furto è una cosa, l'omicidio per mancato
guadagno è tutt'altra cosa.
Ma ora sono
ben certo che la ragione del modo in cui sì risolse quella partita di Sedipe e
del fatto che non ne siano state giocate altre a danno di borghesi bittesi è la
risposta coerente della borghesia locale come classe.
Come dicevo, la ragione di
scandalo del Sedipe non deve essere cercata nella struttura interna a questo
gioco - che analizzerò più avanti -, ma deve essere cercata nel diverso
modo in cui oggi reagisce la borghesia rispetto al modo in cui reagiva nel
passato. Il borghese compiutamente coerente alla propria scala di valori non
può in alcun modo pensare di uscire dalla trappola se non rifiutando di pagare
il riscatto, se non cioè privilegiando il patrimonio
rispetto alla vita del congiunto. Questa fu infatti in
un primo momento la risposta di un grande campione della borghesia, Paul Getty, quando fu rapito un
suo nipote; in seguito anche lui si arrese, dimostrando così che della
coscienza di classe la borghesia ha perduto lo stampo.
Fino a
quando la borghesia fu machiavellianamente «volpe» e non quel che
è oggi, coniglio, fino a quando fu hobbesianamente lupus
e non come oggi lepre, non dovette preoccuparsi del Sedipe. Per difendere
ed espandere il suo patrimonio il borghese era pronto a tutti i sacrifici
necessari: morire difendendo il proprio patrimonio era un atto di eroismo, di patriottismo di classe. Nell'etica della borghesia qualcosa si è rotto, se oggi la famiglia
borghese arriva a chiedere nel corso di una partita di Sedipe col «silenzio
stampa» il non intervento della polizia (dello strumento di difesa della
classe) per modo che sia consentito il pagamento del riscatto contro la
restituzione dell'ostaggio secondo modalità dettate dai rapitori. Si sono
avuti anche dei dibattiti alla televisione, oltre che un'infinità di articoli di stampa, intorno al quesito se la polizia
debba o non debba consentire il pagamento del riscatto, perché soltanto di
recente gli organi di polizia hanno deciso di non attendere, per intervenire,
che la partita fosse conclusa col rientro a casa dell'ostaggio, ad avvenuto
pagamento del riscatto.
Sulla
questione si sono delineate due posizioni nettamente
contrapposte: quella di chi ritiene che l'intervento della polizia, per
impedire il pagamento del riscatto, sia la misura più adatta a far cessare la
pratica del Sedipe e quella che invece esclude l'intervento della polizia
perché implicherebbe la condanna a morte dell'ostaggio e perché indurrebbe i
familiari degli ostaggi a non denunciare il Sedipe per trattare liberamente con
i rapitori. Delle due
posizioni la prima viene giudicata insensibile ai sentimenti delle famiglie
degli ostaggi ma coerente alle funzioni dello Stato; la seconda viene
considerata rispettosa dei sentimenti dei familiari dell'ostaggio ma a scapito
del prestigio e della funzione dello Stato. Apparentemente il giudizio è positivo o negativo a
seconda che si assuma il
punto di vista dello Stato o della
famiglia.
In questi giudizi
si tende ad assumere lo Stato come un'estensione della famiglia o la famiglia come un'estensione dello Stato. In realtà lo Stato
è estensione non di singole famiglie borghesi ma della classe borghese. E fino a quando esso aveva svolto coerentemente
questa funzione senza infingimenti che la
compromettessero, il pagamento del riscatto e i contatti della famiglia
dell'ostaggio con i rapitori furono impediti e condannati come favoreggiamento
(ciò avveniva pare senza grandi drammi, fino a quando
il Sedipe rimase un gioco circoscritto al lebbrosario barbaricino per esempio).
Quando le vittime del Sedipe incominciarono ad essere scelte prima nelle città
sarde e poi nella Penisola tra famiglie borghesi sempre più importanti prevalse
un altro principio: quello di difendere comunque la
vita dell'ostaggio a costo della resa dello Stato ai rapitori (il dibattito
più clamoroso in questo senso si ebbe in occasione del rapimento del giudice Sossi, per altro finalizzato non all'estorsione ma ad una
significazione politica).
Oggi
sembra chiaro che la borghesia come classe (non come famiglie singole) non è
più in grado di porre lo Stato e la polizia come estensioni di tutela del
proprio ordine.
Essa ormai non riesce a imporre il proprio ordine neppure a se stessa. È bastata la decisione del Ministro
dell'Interno, Francesco Cossiga - perfettamente
coerente con la logica borghese classica -, di bloccare in banca le somme
destinate al pagamento dei riscatti a far emergere contraddizioni e polemiche
tali da farla rientrare di fatto. È facile comprendere che la borghesia attuale
non tollererebbe un ministro dell'interno e un apparato giudiziario che criminalizzassero
(sia pure nell'interesse della classe), come favoreggiatori, congiunti e amici
dell'ostaggio responsabili del contatto coi rapitori e
del versamento a questi delle somme richieste per i riscatti. Eppure è proprio questo lo strumento tecnico che può dare la
maggiore efficacia all'intervento dello Stato (e dunque della stessa borghesia
come classe attraverso lo Stato).
L'esposizione della famiglia dell'ostaggio alla sanzione fornirebbe,
oltre tutto, una giustificazione «moralmente» valida anche agli occhi dei
rapitori per il rifiuto del pagamento del riscatto.
7.2. ANALISI STRUTTURALE
DEL SEQUESTRO DI PERSONA.
Ma tutti
questi aspetti sono esterni alla struttura del Sedipe che essenzialmente si
gioca fra due coppie oppositive attive Famiglia/Rapitori e fra due coppie
oppositive inerti Ostaggio/Somma (del riscatto). E si
gioca tutto all'interno della più rigorosa logica borghese, perché è soltanto
all'interno di questa che ha un senso il dilemma posto dal Sedipe tra
patrimonio e vita del titolare del patrimonio. In una società diversa,
egualitaria, il Sedipe non avrebbe alcun senso per il semplice motivo che non
vi sarebbero persone che valesse la pena di sequestrare a scopo di estorsione.
I Rapitori
assumendo l'iniziativa del Sedipe mettono alla prova il codice degli
atteggiamenti della borghesia, ponendo la famiglia dell'ostaggio nella
necessità di contrassegnare con un + o con un - due elementi che la borghesia
nella sua fase attuale mostra di voler segnare entrambi con un + di eguale forza semantica.
Nel Sedipe
la borghesia si morde la coda: il Rapitore, quale che sia la sua effettiva
condizione sociale (la maschera nasconde non soltanto i suoi tratti individuali
ma anche i suoi connotati sociali: ma non la direzione di essi,
che è verso la borghesia), ha sulla Famiglia un grosso vantaggio: quello di
connotare positivamente, assumendolo come posta, soltanto uno dei due termini
della coppia oppositiva O/S. Per il
Rapitore è positiva solo
Lo scontro
tra F e R (Famiglia e Rapitore) avviene appunto su questo terreno: R deve
costringere F a riconoscere che O in tanto può avere un valore d'uso in quanto
gli si riconosca un valore di
scambio. F ha una sola possibilità di
sfuggire alla trappola: quella di
negare fino in fondo il valore di scambio di O ma perché possa fare questo occorre che ne neghi
anche il suo valore d'uso. ,Nelle mani di R il valore
d'uso di O si esaurisce tutto nel suo valore di scambio; se O non è accettato
dalla famiglia come valore di scambio, R non può fare alcun uso di O, tanto e
vero che l'alternativa al mancato riconoscimento del valore di scambio è (la
minaccia de) la soppressione di O.
Ma qui è il
punto debole di R. Se egli non riesce ad imporre O come valore di scambio non
riesce ad acquisire l'unica posta che gli interessi nel Sedipe, cioè la somma del riscatto. Gli resta nelle mani il bene che
per lui non ha alcun valore (ormai né di scambio ne di
uso) e del quale deve solo decidere come sbarazzarsi, cioè se lasciarlo andar
via libero o sopprimerlo come aveva minacciato di fare strumentalmente per
ottenere il riconoscimento del suo valore di scambio. Ma
con la soppressione di O, R non guadagna nulla, in sostanza ha perso la sua
partita; F invece esce dalla partita per metà sconfitto in quanto ha perso un valore
d'uso (O) ma anche mezzo vittorioso in quanto ha conservato un suo valore di
scambio e d'uso (S).
L’assassinio
dell'Ostaggio da parte del Rapitore non è strutturalmente necessario, perché
non compensa R della mancata conquista della posta (S); «appesantisce la sua
coscienza» (l'idea che ha della propria razionalità) con un delitto gratuito,
del quale egli ha un bel dire che è stato deciso dalla
Famiglia nel momento in cui essa si è rifiutata di accettare lo scambio;
strutturalmente egli non ha alcuna ragione di uccidere O, e non può alienarne
in alcun modo la responsabilità. F rifiutando lo scambio ne ha negato il
valore d'affezione o d'uso per sé, ma non lo ha condannato a morte: questa
condanna e l'eventuale esecuzione di essa ricade tutta
nella responsabilità di R; se anche non sarà chiamato a risponderne ad altri,
dovrà comunque risponderne a se stesso (Per giunta R non è un solo individuo,
ma è, formato da numerose persone tra le quali è più facile che si stabilisca
l'accordo sul rapimento e sulla divisione della somma del riscatto che
sull’uccisione dell'ostaggio e sulla divisione delle spoglie di quest’ultimo, che non hanno alcun valore né d'uso né di
scambio e sarebbero solo un inutile rimorso).
C’è un
solo motivo strutturale che possa indurre R a razionalizzare
l'uccisione di O, ed . da cercare nel fatto di essere
impegnato o di aver intenzione di
impegnarsi in altre partite di Sedipe; in questo caso l'uccisione dell'ostaggio
di questa prima partita può servire a rendere più credibile la minaccia di
uccidere gli ostaggi delle altre c/o successive partite, cioè può servire come
strumento di pressione per convincere le famiglie di altri ostaggi ad accettare lo scambio. L’uccisione
di O immotivata sul piano sincronico può diventare motivata da un punto di
vista diacronico; ma se anche le
altre famiglie degli ostaggi assumono lo stesso atteggiamento
della prima, il Sedipe cessa di essere un gioco interessante. Lo stesso risultato ovviamente si otterrebbe se la
coscienza di classe recuperando
se stessa riuscisse a trovare gli strumenti tecnici idonei ad impedire il
pagamento del riscatto. Tutta la lotta al
Sedipe finora è stata condotta appunto su questo piano tecnico ma, in Italia, senza successo.
R, se non
ha la possibilità di guadagnare la posta, non ha alcun motivo di dare inizio al
gioco o di proseguirlo. Attualmente però la borghesia
non sa giocare il Sedipe secondo la propria regola, cioè tendendo alla propria
posta che è la salvezza del patrimonio. Questa è l'unica regola alla quale può
attenersi R, che non può non privilegiare il
patrimonio. Nella misura e nella
frequenza della conquista della
posta da parte di R - l'ho scritto già una decina
d'anni fa - il Sedipe è destinato a diffondersi sempre di più e a farsi sempre
più frequente. Potrebbe dirsi con E. Morin che la
borghesia ormai vive il Sedipe non con l'etica propria, ma con quella della cultura di massa, che pone
«la felicità» come obiettivo (4).
L’interesse
al gioco verrebbe meno solo quando venisse meno la materia prima, cioè i ricchi.
Alla
Commissione parlamentare d'inchiesta sulla criminalità, richiamata nell'Isola
essenzialmente dalla straordinaria frequenza che negli anni Sessanta aveva
assunto il sequestro di persona, io feci ben presente che il Sedipe era da
considerare un delitto tipico e specifico, non del banditismo sardo, ma della
società borghese, e destinato a diffondersi
anche nella Penisola, dove fino a quel
momento c'era stato soltanto (a
Genova) l'episodio del sequestro
Gadolla
(per altro allora considerato piuttosto ambiguo da taluni che vi vedevano un
espediente del sequestrato per estorcere soldi alla madre; ed io invitai a
riflettere che se anche cosi fosse stato, il ricorso a questo
espediente anziché ad altri doveva pur essere spiegato). Aggiunsi che
il Sedipe si sarebbe diffuso anche nella Penisola non per trasferimento in
Continente di personale specializzato sardo, ma in virtù delle sue
caratteristiche intrinseche. I parlamentari nazionali
e per la verità anche quelli sardi trovarono le mie considerazioni non solo
astratte (lo erano e volevano esserlo) ma anche fantasiose, riferite ad una
realtà, quella continentale, molto diversa da quella della Sardegna.
Io
sostenevo invece che la diffusione del Sedipe in Sardegna aveva superato il
livello di guardia proprio in conseguenza dell'espansione
di sistemi di vita continentali e in particolare dei dislivelli sociali
continentali. Perché in continente, dove questi dislivelli
erano anche più forti, il Sedipe non era (ancora) diffuso come nell'Isola? La mia risposta al quesito era: perché non se
n’è ancora scoperta la sua vera funzione; in questo caso
Avevo
anche osservato che un rilancio del piano di rinascita del
Anch'io,
ripeto, ero sorpreso del fatto che il sequestro avesse fatto le sue prove
generali nell'Isola anziché in regioni italiane caratterizzate da più
accentuati squilibri nella ripartizione della ricchezza. La spiegazione che
davo di questo fatto era riferita a quella che Antonio Pigliaru
dava del passaggio dall'abigeato al sequestro nel quale l'uomo sostituisce la
pecora, con l'aggiunta di un accenno alla improvvisa
accumulazione e concentrazione di ricchezze in un ambiente ancora percorso da
ideologie ed etiche egualitariste residuali.
Dei molti
sequestrati continentali che in seguito si sono
regolarmente presentati alla televisione per raccontare le loro vicende, il
solo che mi pare abbia capito le ragioni strutturali del diffondersi dei Sedipe
e stato il gioielliere romano Gianni Bulgari il quale, sfuggendo alle
sollecitazioni moralistiche, ha spiegato il fenomeno in una logica
rigorosamente borghese, osservando che si tratta dell'operazione
commerciale a più basso investimento e a più alto profitto, cioè dal punto di
vista borghese del più proficuo degli «affari» possibili anche se illegali.
Certo non
si possono attendere i tempi lunghi dell'avvento di una società socialista, per
eliminare il sequestro di persona, ma è troppo chiedere alla borghesia nel
medio termine di essere coerente? E
troppo, perché essa ormai non ha più né la forza politica, né la capacità
morale di affermare con la necessaria nettezza la propria scala di valori.
Può come nel caso dei familiari della povera Cristina Mazzotti (i quali, dopo aver pagato un riscatto pesantissimo,
hanno ritrovato la ragazza cadavere in una discarica), sottolineare che neppure
il pagamento del riscatto dà la garanzia di salvare l'ostaggio; si può anche
fornire ai familiari una motivazione insormontabile (anche agli occhi del
rapitore) per il rifiuto del pagamento del riscatto nella certezza di andare
incontro ad una severa condanna come favoreggiatori, ma tutti questi
accorgimenti e provvedimenti lasciano in piedi la ragione strutturale del
Sedipe, che è, da una parte la stratificazione sociale e la presenza di punte
di concentrazione di ricchezza tali da suggerire appunto l'idea di
appropriarsene col minimo sforzo dall'altra l'incoerenza della borghesia come
classe.
7.3. IL
FALLIMENTO DELL’ESORCIZZAZIONE NARRATIVA DEL SEDIPE.
La
narrativa giornalistica e televisiva ha eletto il sequestro di persona a
romanzo di successo, perché ha tutti i requisiti delle trame e dei personaggi
di successo: offre la possibilità di descrivere ville e menages
di famiglie di miliardari nel momento dell'emergenza, nel momento in cui sono
poste in difficoltà drammatiche, globali, sia sul
piano dei sentimenti sia sul piano sociale e patrimoniale; offre la possibilità
di intervistare le piccole corti di queste famiglie, di cinematografare
operazioni di polizia, di scatenare sospetti a destra e a manca anche sui nuovi
inquilini dell'appartamento accanto dei quali ancora non si è riusciti a capire
che cosa facciano; offre suspense e qualche volta anche la possibilità dell'agnizione;
consente la rimozione e l'alienazione di impulsi che la piccola borghesia frustrata
non osa confessare neanche a se stessa e che censura persino nei propri sogni
perciò consente anche gratificazioni moralistiche a buon mercato: sei un buon
cittadino perché non fai sequestri di persona e non hai ucciso Cristina Mazzotti, anche se evadi il fisco.
Gradualmente
però il pedale calcato sull'indignazione e sull'esecrazione
si è rivelato non solo inadatto a impedire sequestri o
a scoraggiare il loro diffondersi, ma persino a tener viva l'attenzione
sociologica sul fenomeno. Il telegiornale non dà più le notizie
in apertura, le riduce a pochi dati: nome e cognome del sequestrato, attività
svolta, tipo di macchina nella quale rientrava a casa, meccanica del rapimento,
presumibile numero di rapitori, colore e forma delle maschere. Al momento
della liberazione il personaggio compare con la barba lunga seduto su un
divano per raccontare che in fondo non è stato trattato male, che sì gli davano da mangiare, che non sa se e quanto i suoi familiari
abbiano pagato il riscatto. Si crede
che il Sedipe sia un'industria da descrivere nell’ordine evenemenziale; invece
è conoscibile soltanto quando si sottometta
all'analisi strutturale, cosa severamente vietata agli inviati dei giornali, ai
quali i direttori chiedono solo «fatti».
7.4.
Come
reagiscono al Sedipe le fonti normative interne alla Barbagia? Le
classi superiori. quelle che ritengono a ragione o a
torto di poterne essere vittime
un giorno o l'altro, non si limitano a diffendere la
condanna moralistica, ma cercano di adottare misure per renderlo «tecnicamente» impossibile: si spostano a sorpresa, per quanto possibile senza rendere
noti gli itinerari che seguiranno; si fanno
scortare; si armano di fucili a ripetizione e pistole speciali; portano con sé
qualche somma ragguardevole per evitare la detenzione e risolvere subito il
rapporto con i rapitori e così via. Ma i
più ritengono che sia fondato il detto popolare: meschinu
s'homine tentatu, cioè che prima o poi uno, quando è preso di mira, cade nella trappola.
C'è chi
raccomanda ai parenti di non dare un soldo per il riscatto, di considerarlo morto in un incidente stradale; cosa, aggiungono, non meno probabile del sequestro. Non mancano
quelli che temono il sequestro
apparentemente finalizzato all'estorsione, ma in realtà motivato da propositi di vendetta e dunque tendente ad aggiungere al danno dell'assassinio
dell'ostaggio la beffa dell’impoverimento della
famiglia mediante il pagamento del riscatto.
Quando fu sequestrato l'On. Riccio furono in molti a dire che probabilmente
non era il caso di versare alcunché per il suo riscatto (Riccio nell'esercizio
della sua professione di avvocato non poteva non aver urtato gruppi e persone
«vendicative»). Altri sul finire degli anni Sessanta hanno creduto di
mettersi al riparo trasferendosi nella Penisola, dove in ogni caso la loro collocazione sociale più
modesta di quella appariscente che avevano in Sardegna li avrebbe resi
trascurabili come possibili ostaggi. Nel
complesso i problemi che si pongono a chi
in Sardegna si considera esposto al Sedipe non sono
diversi da quelli che si pongono ai miliardari della Penisola.
Ma vediamo
la posizione di chi non ha alcun motivo di temere un sequestro perché privo
dei beni indispensabili per suscitare qualsiasi appetito.
C’è
naturalmente un ceto impiegatizio o piccolo imprenditoriale
in promozione incerto sulla propria collocazione, allarmato da sequestri a
danno di pesci piccoli e dunque timoroso che il fenomeno si estenda e degeneri
fino a colpire anche redditi sia pure modesti di lavoro. Ma
capita di sentir paventare il sequestro anche da parte di persone che a mala
pena riescono a sbarcare il lunario.
Queste
persone sono naturalmente oggetto di facile satira sociale, sia da parte di
chi è ben consapevole di non correre alcun rischio, sia da parte di persone che hanno ragione di temere il Sedipe, ma che, noblesse oblige, non
gradiscono l'assimilazione del proprio ceto a quello inferiore.
Tuttavia la tendenza di chi ha motivi per temere il
Sedipe è ad estendere la categoria di quelli che a ragione o a torto ne hanno
paura. Si tratta evidentemente di operazioni ideologiche più o meno consapevolmente
condotte dalla stampa per creare una solidarietà della classe oppressa con la
classe dominante. Generalmente si tende a minimizzare i beni della famiglia
dell'ostaggio non tanto per far persuasi i rapitori che la cifra richiesta per
il riscatto deve essere di molto ridotta (in genere
prima di procedere al sequestro, il rapitore ha fatto accertamenti ben più
accurati di quelli che può fare un giornalista o un agente del fisco), quanto
per allargare, come si diceva prima, la fascia dei «motivati» alla paura del
Sedipe.
A parte
tutto ciò, cioè a parte quelli che hanno motivi seri,
strutturali (cioè una notevole quantità di ricchezza) e quelli che hanno
soltanto motivi ideologici per condannare la pratica del Sedipe, come
reagiscono quelli che non hanno alcuna motivazione, né strutturale né
ideologica, per temere il sequestro e che semmai avrebbero ragione di temere di
poter esservi un giorno o l'altro coinvolti non dalla parte della famiglia
dell'ostaggio, ma dalla parte del gruppo dei rapitori?
Nell'analisi
dell'atteggiamento di questi, che complessivamente chiameremo «esclusi dal
gioco», occorre distinguere due posizioni, corrispondenti grosso
modo al modello egualitario residuale e al modello egualitario
(socialista) emergente. Il giudizio dei primi è quanto mai esplicito e
sbrigativo: si risolve in una rapida ricognizione dei beni dell'ostaggio e
della sua famiglia e si conclude con un: può pagare,
paghi». In questo gruppo di esclusi è però molto forte la diffidenza sulle
finalità del Sedipe; si è più facilmente portati ad immaginare che nel
sequestro presentato a scopo di estorsione interferiscano altri motivi come la
vendetta, l'odio, la concorrenza, e anche elementi emotivi, qualificati da un
codice antico degli atteggiamenti. La bussola per l'orientamento è il censo
della famiglia dell'ostaggio, s'è detto; ma si tiene conto anche di altri elementi connotativi del gruppo familiare colpito
dal Sedipe.
Per quanto
riguarda i rapitori si avanzano due ipotesi contrapposte:
la prima è che R sia anche lui un pescecane, al limite anche più ricco
dell'Ostaggio e più spregiudicato; la seconda è che R sia un gruppo di esclusi
dal mondo dei ricchi che ricorrono al Sedipe per entrare in quel mondo. Dai
processi celebrati in Sardegna per i sequestri avvenuti nel
corso degli anni Sessanta è emersa una netta prevalenza di rapitori
aventi questa fisionomia (emarginati dalle attività pastorali sulla soglia
dell'inurbamento). L'atteggiamento verso questo tipo di R è di più o meno blanda condanna; si condanna sì il tentativo di
arricchirsi in quel modo, Ma il giudizio si attenua immediatamente nella
comparazione coi modi «più scandalosi» in cui si sono visti altri arricchirsi
legalmente.
Scriveva
nel secolo scorso Giorgio Asproni nel suo diario; «Io non so rendermi conto dell'umana giustizia ogni
qual volta considero che un ladro che espone la propria vita per rubare pochi
Scudi è mandato in galera, e talora al patibolo; e un principe è onorato
perché, sotto apparenze di forma legale, si fa assegnare un esorbitante annuo
stipendio. Nell'avvenire dopo che il
mondo si sarà trasformato mercè la repubblica, la
storia sembrerà favola narrando la presente condizione della società» (5).
Evidentemente
l'Asproni pensava ad una repubblica ben diversa da quella che conosciamo.
Nell'atteggiamento
qualificato della fonte normativa residuale interna prevale sulla condanna del Rapitore (quando questi non sia egli stesso un ricco) la
condanna della diseguale distribuzione dei beni, un certo compiacimento per
l'umiliazione inflitta all'arroganza del ricco e così via. Naturalmente anche
i portatori di giudizi come questi, se chiamati davanti alla telecamera o se
intervistati da un signore con un taccuino in mano o un registratore a
tracolla, diranno che il Sedipe è una vergogna, che il
Governo deve riuscire a porvi rimedio etc.. Non è in
queste circostanze che essi rivelano il loro vero punto di vista e il loro
codice. In queste circostanze sanno che cosa l'interlocutore vuole sentirsi
dire e non hanno alcuna difficoltà a dirglielo. Ma quando ritornano a sedersi sul muretto o si rinchiudono a bere
vino nuovo nel magazzino di uno di loro, al riparo dall'occhio e dall'orecchio
dell'ideologia dominante, ribaltano i loro giudizi, fino ad estremizzarli con
espressioni del tipo: adesso dovremmo anche metterci a lastimare
(commiserare) questi ricconi che maneggiano e guadagnano miliardi con la
stessa facilità e con la stessa disinvoltura con la quale noi maneggiamo le
cento lire; il sequestro ben gli stia; e ben gli sta se lo mungono a
dovere.
In
sostanza la solidarietà all'ostaggio e alla famiglia è proclamata ma anche
negata radicalmente; capita anzi di sentir dire di qualcuno che abbia
rapidamente accumulato ricchezza e che - come accade ai nuovi ricchi - non
abbia molti freni nell'esibirla: cussu chere' murtu = quello bisognerebbe mungerlo. Il riferimento
può essere tanto a personaggi non residenti in Barbagia ma
dei quali si parla sulla stampa o dei quali «corre voce» che abbiano molti
soldi, quanto anche a personaggi residenti nel paese (commercianti e medici).
Ma com’è
che, pur essendo il Sedipe a danno di famiglie ricche considerato in modo
ambiguo, le partite effettive sono rare anche in Barbagia? La spiegazione è da cercare certo anche nei
dubbi sul buon esito dell'impresa, e nella considerazione dei rischi che essa
comporta, cioè in cause esterne, come le difficoltà
tecniche del rapimento, della custodia dell'ostaggio e della riscossione del
riscatto (difficoltà generalmente considerate però non insormontabili) ma
soprattutto proprio nel residuale e diffuso rigetto della disuguaglianza che
superi una certa soglia, dunque in una accettazione anche inconscia della
condizione e del gruppo nel quale si vive e del quale si vuol condividere la
sorte. Pur essendo la ricchezza
desiderata come «fortuna», un salto individuale o familiare di classe fondato
su un'improvvisa e non generalizzabile acquisizione
di beni, specialmente se non se ne possa spiegare l'origine, è visto con
sospetto. Il passaggio ad una nuova condizione che imporrebbe
l'abbandono delle vecchie amicizie e solidarietà, la ricerca di nuovi e meno
fidati interlocutori, il doversi muovere in un ordine di bisogni sconosciuto e,
tanto peggio, in ambienti sconosciuti, non sempre sono desiderati, anzi lo
sono di rado. Si vede in
un’acquisizione improvvisa di ricchezza anche di origine
lecita - una vincita al totocalcio per esempio - un pericolo per la propria
identità socio-culturale, e dunque per la propria identità in assoluto.,
I desideri
di maggiori entrate non vanno al di là dell'orizzonte
dei miglioramenti possibili senza uscire dalla propria pelle (che è la propria
condizione sociale e in ogni modo la propria cultura). Avere
una casa migliore, si; avere un maggior numero di pecore, sì; avere anche la
possibilità di comprarsi una più estesa superficie di pascoli, sì; ma Montecarlo, il panfilo, l'investimento azionario, la villa
sulla Costa Smeralda, i gioielli firmati, i viaggi in Giappone e in capo al mondo
sono oggetti fantastici che non si ha ragione alcuna di desiderare, che non
promettono gratificazioni migliori dello starsene nel tempo libero seduti sui
gradini della porta di casa a parlare con chi passa per scambiare e confermare
notizie, giudizi, identità.
7.5.
In
sostanza quella che si sta cercando di descrivere è una fonte normativa con
notevoli misure di coerenza, nella cui scala di valori non c'è la brama di
ricchezze che pongano il problema: e adesso che ne
faccio? L'accertamento dei bisogni è tale da escludere quelli che per il loro
soddisfacimento comporterebbero fatiche, noie, imprese e novità
supplementari. Mi diceva un pastore emigrato, al quale rappresentavo la possibilità di un
notevole miglioramento della sua azienda e perciò di più lauti guadagni: Ma
perché dovrei fare tutto ciò? Io sto
bene così; quello che guadagno con poca fatica mi basta e avanza. Perché dovrei
lavorare di più? Correre da una parte
all'altra, perché? Per avere più
soldi? Ma se
faccio così sono i soldi che diventano miei padroni, mentre adesso sono io
padrone di quel che guadagno.
Il mio
accompagnatore continentale, col quale in seguito analizzavo la risposta,
diceva: Vedi, sono poltroni.
E avevo un
bel ribattere che a loro modo sono saggi, perché la
loro cultura rifiuta l'irreversibile, la corsa all'infinito, di cui aveva
parlato Durkheim, e dunque l'angoscia e l'ansia delle
società calde. Il loro ideale non è
l'avere più soldi per poter dilatare i loro bisogni e il soddisfacimento di
questi; la loro preda è il soddisfacimento dei bisogni posti come tali dalla
loro cultura, anzi il controllo della dimensione dei propri bisogni. Nella
cultura residuale il ricco doveva farsi «perdonare» (era anche la formula che
doveva usare quando rifiutava un favore o
un'elemosina) la sua ricchezza con una generosità indiscutibile, con una messa
a disposizione dei propri mezzi a favore dei meno «fortunati», con tutta una
serie di comportamenti obbliganti. Il rispetto che gli era
dovuto almeno nell'immaginario collettivo non era maggiore di quello dovuto
al bravo artigiano, al pastore abile, all'apprendista pastore capace (il theracu era non tanto un servo quanto un
apprendista, appunto). Quando un ricco (affortunatu) cercava di usare la sua posizione per
avere un potere normativo più esplicito e più forte di quello degli altri
compaesani (malassortatos = privi di fortuna),
cioè quando cercava di emergere come «principe»,
veniva fatto fuori, suscitava l'invidia degli dei, cioè del popolo.
E forse è proprio
qui che deve essere cercata la ragione della mancata formazione di un
principato interno alla Sardegna e della mancata formazione di città
effettivamente sarde, perché, come ha sostenuto Lewis
Mumford, la città è stata prodotta dal cacciatore
trasformatosi in monarca.
Questo
spiega anche la profonda differenza tra il banditismo sardo e la mafia
siciliana. Il primo era effetto di occasionali aggregazioni
di gente che voleva fare un colpo (una bardana da «gualdana»,
un irrobatariu, o unu recattu)
per risolvere col bottino che veniva subito diviso alcuni problemi già
emergenti dei coponenti del gruppo (Su Mont'e Mesus era nelle
campagne di Bitti una località famosa come nascondiglio di banditi e di
grassatori. Una canzone diceva: Tue ses cuddu monte addisertadu / totu rocca' lanidas e pischinas
/ nara cantos e chie has ospitadu
/ chin bardanas,
recattos e rapinas = Tu
sei quel monte disertato / tutto rocche lanute e
pozzanghere (piscine naturali) - Dimmi quanti e chi hai ospitato / con bardane,
sequestri e rapine? (6).