IV.
(bilinguismo e omologie)
«Tutta la comunità barbaricina non conosce in altro modo, non conosce in altra occasione l'esperienza della
legge, che nei modi e nelle occasioni che le sono offerte dal conflitto che sin
dal principio e quasi fatalmente definisce l'incontro (e lo scontro) di due
ordinamenti giuridici che pretendono di regolare, ciascuno iuxta propria
principia, la vita dello stesso soggetto, la stessa azione».
(ANTONIO PIGLIARU, Il banditismo in Sardegna)
4.1.1.
CODICI INTERNI «VERSUS» CODICI ESTERNI E LOTTA DI CLASSI.
Negli ultimi trent'anni, più che mai nel passato, si e
avuto in Sardegna un contatto, sia in termini di scontro sia in termini di
incontro, oltre che come si è visto tra media antichi e moderni e tra
fonti normative, anche tra codici (e messaggi), cioè tra usi sociali concreti
delle estensioni naturali e acquisite. Il termine «codici» è qui usato
nell'accezione più ampia, inclusiva di tutti i possibili significati correnti,
e dunque nel senso formalizzato dalla semiologia (nel senso saussurriano) o
semiotica come altri preferiscono (Umberto Eco) o linguistica (nell'accezione
proposta da Roland Barthes) con riferimento sia ai sistemi di convenzioni
esplicite sia ai sistemi di segni impliciti (ermeneutica) e dunque
innanzitutto ai codici linguistici di ogni livello, ma anche a quelli
giuridici, estetici, prossemici, vestimentari, culinari e cosi via.
In Sardegna la prima coppia oppositiva che salta agli
occhi e sulla quale generalmente si insiste è: codici posti in essere o più
immediatamente derivati da fonti normative esterne versus codici
elaborati da fonti interne. Sia i gruppi che si riconoscono più agevolmente nei codici dettati dall'esterno
(alta, media e piccola borghesia urbana) sia quelli che si riconoscono meglio
nelle normative elaborate all'interno dell'esperienza isolana (operai,
artigiani, contadini e soprattutto pastori) sono propensi a privilegiare il
problema dei rapporti fra i due ordini di fonti e di codici, rispetto ai problemi derivanti dalle contraddizioni,
squilibri e conflittualità delle fonti e delle normative sia dell'ambito
interno sia dell'ambito esterno.
La contrapposizione interno all'Isola/esterno tende ad
occultare lo scontro di classe
interno a ciascuna arca, come ha mostrato Luigi M. Lombardi Satriani per la
contrapposizione Nord-Sud sulla scorta delle tesi gramsciane sul Risorgimento e
sulla questione Meridionale. Il «blocco
storico» tra borghesia capitalistica piemontese prima e poi nel suo complesso
settentrionale da una parte e borghesia rurale e urbana dell'Isola dall'altra
parte, privilegiando l'unità urbana contrapposta a quella della campagna e
dunque la città «come luogo di un'alleanza con funzione egemone», determinava
una frattura fra operai e contadini e realizzava una «nuova unità fittizia, che
circolava ininterrottamente all’interno del Sud e del Nord costituendo la città
come luogo di controllo sociale e di inserimento e di organizzazione dei
processi capitalistici più avanzati» (Lombardi Satriani) (1).
I tentativi di aggregazione e di convergenza tra
lavoratori della campagna, borghesia urbana e agraria in direzione separatista
nei confronti della conquista piemontese (o dell'assimilazione o in un rapporto
di dipendenza coloniale), i tentativi sintetizzabili nella parola d'ordine «A
mare i continentali», ricordata da Gramsci che l'aveva gridata da ragazzo,
occultavano i conflitti di classe interni alla Sardegna e perciò puntualmente
fallivano non appena quei contrasti emergevano; e non potevano non emergere
perché la borghesia agraria e urbana vedeva minacciata la propria funzione
dirigente proprio dall'attacco al potere esterno al quale doveva la tutela e la
delega all'esercizio di quella funzione egemonica.
Il blocco storico, infatti, non poteva non imporre alla
classe dominante in Sardegna, da esso medesimo costituita, «messa a cavallo»,
il tradimento delle specificità politico-culturali dell’Isola. Queste ultime,
come in seguito e poi parallelamente quelle del Mezzogiorno continentale,
avranno nel banditismo la loro testimonianza (certificato di esistenza in vita)
più drammatica. Ma soltanto negli anni Cinquanta, con la rivolta dell'oggetto
antropologico, prima Franco Cagnetta e poi più lucidamente Antonio Pigliaru
proporranno una lettura demistificata di questa testimonianza, interpretandola
come presenza di codici e addirittura di ordinamenti contrapposti, irriducibili
e non componibili in disegni integrazionisti e armonistici.
4.1.2. PER CAPIRE IL BANDITISMO E DINTORNI:
Ma per lungo tempo, come il brigantaggio meridionale, il
banditismo sardo sarà imputato dalle classi dominanti unitarie italiane non
alle non alle specificità culturali isolane (e tanto meno ai rapporti di queste
con la cultura del dominio), non ai codici di intere comunità e comunque di
classi sociali oppresse, bensì alle individualità (e perciò sarà visto solo
come somma di comportamenti individuali privi di qualsiasi codificazione
sociale) considerate feroci per natura
(dunque per ragioni razziali) come sosterrà la scuola positivista, braccio
ideologico del dominio alle cui misure repressive – queste si veramente feroci
- deve offrire una giustificazione che rimandi a ragioni etiche di
civilizzazione. Giulio Bechi userà
contro le comunità barbaricine il fucile e il libro; e l'uno sarà la ragione
dell'altro. Raro esempio di franca coerenza. I Lombroso e i Niceforo agiranno
soltanto come braccio ideologico del dominio, lasciando alle forze dell'ordine
e, quando necessario, all'esercito il compito di affermare in Sardegna le
ragioni della civiltà. E tuttavia neanche l'uso dell'esercito per la
repressione del banditismo porterà le classi nazionalmente dominanti ad ammettere
che quella sarda non è una questione di polizia, ma una vera e propria guerra
politica e sociale.
È vero: più tardi la scuola evoluzionista imputerà il banditismo non più alla razza e alla
natura ma alla cultura. Ma con gli
stessi risultati. Infatti il banditismo verrà spiegato col
banditismo, con le sopravvivenze di elementi residuali di remote epoche ferine
nelle specificità culturali della Barbagia; sopravvivenza e residui da
eliminare ancora e sempre con la repressione armata e con gli apparati
ideologici di Stato (la scuola innanzitutto, che non per caso è considerata da
Althusser l'AIS per eccellenza). Quando
necessario (e sarà spesso considerato necessario ed anzi urgente) si
continuerà a far uso oltre che della mobilitazione delle forze dell'ordine, ed
anzi di speciali forze di polizia, come i «baschi blu», dell'esercito e si
sospenderanno le garanzie costituzionali. «La casa brucia; non c'è tempo per le
divagazioni sociologiche», hanno sempre gridato nei loro ritorni all'ovile
anche i rappresentanti dell'apparato ideologico di fronte al ciclico acuirsi
dei «fenomeni di criminalità». Un grido
che è risuonato ancora negli anni Sessanta del nostro secolo, appena ieri
cioè, quando Augusto Guerriero proponeva su «Epoca» una soluzione finale per
il problema di Orgosolo; e lo ripeteva Indro Montanelli; e ad essi faceva eco
in Sardegna Frumentario, il corsivista della «Nuova Sardegna», che a
nome della borghesia urbana e agraria locale, conduceva la polemica con Antonio
Pigliaru e con gli «impegnati» della rivista «Ichnusa».
A ben vedere, anche nelle conclusioni della Commissione
parlamentare di inchiesta sulla criminalità in Sardegna, l'imputazione del
banditismo alle specificità culturali non supera i limiti della scuola
evoluzionista, perché non rimette in discussione il rapporto istituitosi tra
queste specificità e la cultura del dominio, tra blocco storico e masse sarde
oppresse; rapporto che è il vero nodo della sociogenesi del banditismo. Sia che
funzioni a repressione sia che funzioni a ideologia, in ultima
istanza il dominio non può negarsi come tale.
Lo scontro è frontale e non può conoscere altri luoghi di
risoluzione se non le istituzioni totali, il carcere e il manicomio (a seconda
che il potere di «sorvegliare e reprimere», per dirla con Foucault, sia esercitato dall'apparato repressivo o
dell'apparato ideologico).
Ma i veri termini antropologici della questione sarda
(superato il primitivismo romantico della Deledda) si sono fatti chiari
nell'analisi di Gramsci, poi nell'inchiesta di Cagnetta e infine nell'opera di
Pigliaru, «che innova profondamente - sia come quadro teorico che come
acquisizioni specifiche - la demologia giuridica» (2) con la rivendicazione della giuridicità delle norme che
regolano la società barbaricina e con la definitiva acquisizione
dell'inconciliabilità dell'ordinamento barbaricino con quello di classe
italiano.
Lo studio delle conflittualità interne anche ai codici
vissuti come aventi in loco le loro fonti normative, ma da connettere ai
rapporti di produzione è stato affrontato da Giulio Angioni (3) con riferimento alla società contadina della Sardegna
meridionale. Emerge ormai l'esigenza di
un lavoro che valga a rivelare puntualmente le concordanze tra gruppi normativi interni ed esterni, contro
altri gruppi anch'essi interni ed esterni, abbandonando le ipotesi acritiche di
omogeneità delle due aree geografiche, per ritrovare invece le omogeneità
culturali di classe, ma anche per
ricostruire gli effetti delle reciproche interferenze fino ad approdare
a bilanci sia pure provvisori ma
attendibili degli effetti della lotta di classe nei codici e in genere nella
cultura. Questo tema ormai emerge non soltanto in sede tecnica, ma anche in
sede divulgativa. L. M. Lombardi
Satriani lo sviluppa con la stessa coerenza sia nei suoi libri sia sulla stampa
(4).
4.1.3.
I nostri codici sono sempre più instabili e complessi; i
rapporti fra di loro sempre più intricati e confusi; la tensione e lo scontro
tra le fonti normative che li pongono in essere sempre più incessanti e duri.
La conoscenza esecutiva che poteva acquisirsene nelle scuole improprie delle
società semplici, dove l'istituzionalizzazione di ogni norma era frutto della
partecipazione dialettica di tutti e di ciascuno ed avveniva in tempi lunghi,
non è più sufficiente; in atto essa produce solo alienazione. Il che può anche far comodo ai gruppi
dominanti che usurpano le funzioni normative spettanti alle collettività, ma non può essere
tollerato ulteriormente da queste. Non
solo non basta più la conoscenza esecutiva, non basta più neanche la conoscenza
critica quando essa non sia riferita, oltre che alle strutture interne dei singoli
codici, ai rapporti di ciascuno di esca
con tutti gli altri e dunque con i conte-sti e i bisogni sociali. Abbiamo bisogno di nuovi fili d'Arianna che
ci consentano di muoverci non tanto nel «labirinti della sociologia» quanto nel
labirinti della società contemporanea.
Nella polemica-polverone che in questi ultimi due anni si
è sviluppata in Sardegna sulla lingua sarda, da parte dei sostenitori della
necessità che questa lingua venga insegnata nelle scuole si è spesso creduto di
fondare la motivazione della rivendicazione sulla considerazione che il sardo è
appunto una lingua e non un dialetto della lingua italiana. Personalmente sono persuaso che invece anche i dialetti della stessa lingua
italiana debbano essere insegnati
nella scuote, almeno nella misura
in cui risultino ancora parlati. Ma nel fuoco della polemica si è
passato il limite del ragionevole quando si è voluta trascurare la differenza
tra lingue di cultura e lingue in senso puramente tecnico, una differenza che
Gramsci teneva invece sempre ben
presente anche quando sottolineava che il sardo, non e un dialetto bensì una
lingua.
Si ricostruirà più avanti la storia del rapporto del
sardo con la scrittura e con la stampa per approfondire il discorso. Non si può
infatti affrontare la questione culturale sarda prescindendo dal fatto che si
tratta appunto di una «questione» dialettica, avente ai due poli opposti: a)
una classe sociale collegata con la sovranità esterna ed esercitante i propri
poteri normativi nell'interesse di quella sovranità; e b) classi
sociali strumentali e subalterne escluse dall'uso della scrittura e della
stampa come strumenti di potere e di sviluppo del proprio ordine, dei propri
codici sia giuridici sia linguistici. Come
Il conflitto fra codici, anche linguistici, e ora lo
stesso dibattito sulla conflittualità stessa di questi codici deve essere
assunto in prima ed ultima istanza come lotta fra soggetti sociali o, per usare
termini più coerenti all'impostazione di questo saggio, tra fonti normative.
Fonti normative che, per giunta, si scontrano, non già in una assemblea di
filosofi idealisti deputata a decidere tenendo conto soltanto degli imperativi
di una presunta ragion pura chi abbia ragione e chi torto, ovvero quale
complesso di norme sia da preferire in astratto, bensì sul terreno della prassi
storica, e dunque armate non soltanto di argomenti logici ma anche e
soprattutto di strumentazioni di altro genere, comprese le tecnologie della
violenza per l'affermazione delle proprie «ragioni».
La televisione sembra riprodurre su scala planetaria il,
tema, centrale del teatro tragico greco. Infatti la tragedia greca, e in particolare l'Antigone, può
essere interpretata come rappresentazione e presa di coscienza della
conflittualità dei nomoi e delle fonti normative che li dettano. Il
nomos di Antigone è dettato dalla parentela, quello di Creonte dalla
città. e il nomos che li
oppone dialetticamente è dettato da Zeus (il fato sfugge al potere
normativo dei singoli soggetti individuali e sociali e «niente di buono accade
all'umanità che non sia mescolato alla disgrazia»). «Né i :nomoi di
Creonte, né i nomoi di Antigone sono sufficienti. Non sono altro che aspetti del nomos di
Zeus... Ciascun protagonista invoca i nomoi e la dike, ma alla
fine tutti i protagonisti sono ugualmente condannati perché rappresentano,
nell'opposizione reciproca, diversi diritti» (5).
Così accadrà fino a quando la legge sarà ancella di poteri divisi in modo
diseguale.
Tutto ciò i barbaricini mostrano di sapere quando dicono:
chie pote' fache' lege (chi può detta legge, produce diritto). È
la misura del potere della fonte normativa la misura della giustezza della
legge; e i suoi limiti non possono essere posti che da altro potere con altre
leggi, dialettiche. Persino la resa dei vinti non è mai definitiva; secondo le
loro possibilità (cioè mezzi o potere) essi continueranno ancora e sempre a
tener viva la dialettica. Ma anche, la fuga è da iscrivere nella dialettica; la
legge coerente alle possibilità di chi,
battuto in un determinato terreno, ne cerca un altro sottratto al controllo
(ordine e diritto) del vincitore.
La caratteristica di fondo dei rapporti tra le fonti
normative interne alla Sardegna e quelle esterne è stata nella diacronia
secolare, proprio la fuga delle prime, spinte dalle seconde in spazi sempre più
angusti e sempre più interni, ma, dentro questi spazi, a loro modo e secondo le
loro possibilità, vittoriose sia pure in misura decrescente. Infatti il
graduale esaurirsi degli spazi di fuga ha imposto a molti gruppi sociali
soprattutto costieri, urbani e della pianura la resa ai dominatori esterni e il
loro adeguamento alle normative dettate da questi ultimi, ma li ha anche
costretti a cercare di costituirsi all'interno degli ordinamenti esterni in
fonti normative dialettiche e per quanto possibile a cercare di ricostituire
spazi di autonomia e di identità differenziata.
La loro assimilazione ai vincitori, non potendo superare la
contraddizione strutturale della loro posizione subalterna, non fu mai
completa e totale. Il Piemonte si diede e perseguì esplicitamente il disegno
dell'assimilazione, poi ereditato e sviluppato con ben altri e più efficaci e
penetranti mezzi dallo stato unitario italiano e tuttavia mai compiutamente
realizzato.
Quella che è stata chiamata «la costante resistenziale
sarda» (Lilliu) (6) e che aveva come
propria strategia privilegiata la fuga nell'interno dell'Isola e nell'interno
di se medesima, nella chiusura del villaggio e della famiglia, non esaurisce la
vicenda culturale isolana, nella quale si deve invece saper riconoscere il
ruolo svolto dalla dominazione esterna e da tutti i gruppi interni che accettarono
la resa e hanno covato la resistenza al dominio all'interno dell'area dominata,
fino a trovare le vie moderne della lotta di classe. La cultura sarda oggi non
è più soltanto quella che parla i dialetti sardi, ma anche quella che parla la
lingua dei dominatori e a questi si oppone nelle loro lingue, in solidarietà
con gli altri oppressi.
La scissione non è più soltanto quella implicita e oggettiva del pastore analfabeta barbaricino, ma è anche quella esplicita e ricca di qualità formali della classe operaia sarda, e degli intellettuali a questa organici. E il terreno della saldatura e della resistenza di tipo etnologico propria delle comunità interne sfuggite per millenni al dominio mediante le loro fughe, con la resistenza «di classe» dei gruppi incorporati nelle aree soggette al dominio è l'aspirazione comune a forme sempre più sviluppate di autogoverno e di riappropriazione della cultura e della storia come mutamento in positivo.
4.1.4.
NECESSITA’ DI ULTERIORI RICERCHE.
Si può scrivere un intero libro di esempi della
condizione drammatica nella quale è posto l'uomo quando sia tenuto a
rispettare codici contrastanti. I guasti provocati in Barbagia dalla caduta dei
codici locali e dall'inadeguata conoscenza e «padronanza» di quelli esterni
sono stati illustrati da Barbiellini Amidei e da Bachisio Bandinu. La vita sociale della Sardegna interna appare
così spesso selvaggia e fuori legge (nel senso di non regolata da leggi) e, in
definitiva, incomunicabile e ingovernabile soltanto a chi non voglia darsi la briga di studiare i
codici «altri» dai quali quella vita è abitata, attraversata e governata. L'apparato statale (da quello scolastico a
quello giudiziario) criminalizza ogni forma di devianza dai codici ufficiali,
nel momento stesso in cui la imputa all'egoismo o all'irrazionale individuale,
perché degli atti che condanna non sa (e non vuol sapere) individuare il
significato che questi hanno all'interno dei loro codici di pertinenza. Non potendosi apertamente dichiarare la
guerra alle società che si sono date quei tali codici, si attribuisce agli
individui e si condanna in essi quel che è imputabile alle loro società e alle
loro culture.
Il fraintendimento più frequente (l'arresto della
comunicazione) e il trapasso alla violenza derivano dalla pretesa di collocare
la performance comportamentale in paradigmi di codici diversi da
quelli nei quali essa è operata ed è significante. Si prenda l'esempio dell'ospitalità
data ad un latitante. Il codice penale
italiano la candanna; il codice locale barbaricino no. Perché?
Perché i due codici le attribuiscono un diverso valore semantico, perché
diversi sono i comportamenti-significanti contermini del «dare ospitalità» e
della «latitanza» (sono diversi anche i contesti e le presupposizioni da tenere
presenti. Già l'attenersi a un codice o all'altro non è dovuto ad una scelta.
ma ad uno stato di necessità, tanto è vero che l'ospitalità viene data anche
nella certezza di vederne stravolto il significato dalla interpretazione che ne
sarà data nel codice italiano.;
Non si può rinunciare al rispetto del codice del gruppo al quale veramente si appartiene senza
cadere nell'anomia; il codice
locale non soltanto è quello meglio interiorizzato (aspetto individuále), ma è
soprattutto quello della massa comunicante, quello nel quale viene istituita
dal sociale la propria identità di uomo, e quello nel quale l'individuo
istituisce o riconosce l'identità degli
altri, in definitiva quello che rende possibile la relazione (scambio e
comunicazione) con gli altri, la base della comunanza dei segni, e dunque della
loro significanza e comunicabilità. Il
non dare ospitalità al latitante è nel codice locale un atto di ostilità nei
confronti di quest'ultimo; atto legittimo soltanto se il latitante abbia recato offesa diretta al nucleo
familiare del quale si chiede l'ospitalità (ma appunto in questo caso non la si
chiede).
Se non c'è stata offesa non si hanno doveri da compiere
contro il latitante; quei doveri ricadono sulle famiglie-nazioni offese
e sui custodi del codice di quell'altra nazione (l'Italia?) offesa. Le stesse famiglie offese, nella misura in
cui devono anch'e rispetto al codice locale, non possono condannare
l'ospitalità data da altre famiglie al latitante, né interpretarla come un atto
di ostilità nei propri confronti. Il codice barbaricino regola così l'armonia
come le guerre tra nazioni (famiglie) e tende alla massima riduzione possibile
dei confini delle guerre che scoppiano nell'universo locale.
Le famiglie direttamente coinvolte nei conflitti sono
legittimate a cercare alleanze; ma quelle non coinvolte esigono il rispetto
della propria neutralità da parte dei belligeranti, ed hanno nella propria
forza gli strumenti per ottenere questo rispetto. La pretesa di schierare
dalla propria parte famiglie neutrali, non appena venga portata al di là del
limite fissato dal codice (parenti stretti, e «costretti», custrintos, obbligati),
corre il pericolo di produrre anziché nuovi alleati nuovi nemici, al limite,
di «inimicarsi» tutte le famiglie non coinvolte, quando queste vedano vulnerato
il loro diritto alla neutralità.
A loro volta le famiglie neutrali hanno dei doveri verso
quelle belligeranti, doveri essenzialmente di equidistanza dalle parti. Una
famiglia neutrale può dare ospitalità al latitante se questa (il dare
ospitalità) è la distanza tenuta anche nei confronti dell'altra famiglia in
guerra. L'ospitalità viene dunque concessa o negata in una rigorosa e
codificata valutazione dei delicati equilibri internazionali. Dal fatto di
essere ospitato deriva al latitante una serie di obblighi verso la famiglia
ospitante: a cominciare dall'obbligo a non utilizzare il «territorio» di questa
come base per l'attacco al nemico; il quale a sua volta non può portare la
guerra in quel territorio senza dichiararla alla nazione che lo governa.
Per farla breve, il codice locale configura l'ospitalità
data al latitante anche come una garanzia per la comunità e per le stesse
famiglie in guerra. È superfluo aggiungere che nel codice penale, italiano i
valori contenuti del «Comportamento ospitante» sono ben diversi. Ma è in questo conflitto di codici che va
cercata la ragione prima del fenomeno del «banditismo», che sociologi e
politici faticano ad intendere e che invece appare chiara a chi abbia
conoscenza delle implicazioni del bilinguismo.
La dicotomia esterno/interno può ancora essere proposta,
come prima griglia di analisi, perché ad essa dobbiamo ancora riconoscere un
rilevante valore Turistico, anche se, lo ripeto, si avverte il bisogno di nuovi
e ulteriori, filtri a maglia più fitta per l'ulteriore opposizione/associazione
degli elementi culturali a prescindere dalla loro (ormai non sempre
accertabile) provenienza esterna o interna. Non sappiamo che cosa troveremmo al
termine di questa seconda analisi; e del resto, se già lo sapessimo, non
varrebbe la pena di tentarla. È ben noto
che «Ogni scienza sarebbe superflua se l'essenza delle cose e la loro forma
fenomenica direttamente coincidessero» (Il capitale, III, 3). Se ci fermassimo all’analisi della contraddizione
interno/esterno rinunceremmo all'ambizione più forte dell'antropologia critica
che è quella di «individuare le contraddizioni presenti nelle diverse società».
La dicotomia esterno/interno trova la sua
esemplificazione -più, appropriata e più ricca nel rapporto lingua italiana /
(dialetti di) lingua sarda e nelle problematiche del bilinguismo, la cui
considerazione porterà anch'essa però al riconoscimento di una sempre più
accentuata e reciproca interferenza normativa.
La ragione del privilegiamento dell'esemplificazione
linguistica (per quella giuridica si rimanda al più volte citato libro di
Antonio Pigliaru sul codice della vendetta barbaricina e al citato libro di Lombardi Satriani e Meligrana) è, almeno in parte, anche
soggettiva: di coerenza ad un
ormai lungo impegno personale, prima inconsapevole e poi critico, allo studio
dei problemi posti dal bilinguismo (7).
Non sono stati ancora studiati gli effetti della
pluralità dei codici di
comunicazione non verbale, cioè riferiti all'uso di media diversi dalla fonazione.
Infatti tutti i possibili comportamenti risultano qualificati e
rigidamente codificati, anche se di questi codici - al di fuori degli
specialisti - si ha una conoscenza soltanto esecutiva. Si è già ricordato che culture diverse
codificano in modo diverso le
distanze tra i soggetti. Un'idea della
diversa significazione delle distanze oggi può essere data dalla grande
quantità di persone che specialmente in occasione di feste e dunque di arrivo
di ospiti può essere accolta e fatta dormire in una sola stanza, della quale è
proprio il caso di dire che «cape quanto il padrone vuole». In talune feste
campestri (come a San Bachisio di Onanì) il rito prevede che tutti trascorrano
la notte in un unico ambiente. Tutto ciò naturalmente è reso possibile dalla
non dimenticata abitudine a dormire vestiti, propria dei pastori, che - quando
dormivano nella pinneta, cioè nell'ovile - si toglievano solo le scarpe
per riscaldarsi i piedi al fuoco. Degli spazi circoscritti si faceva un uso
freddo. L'ovile offriva le stesse possibilità di coinvolgimento che gli
americani - secondo McLuhan - hanno scoperto nelle automobili «compatte»
europee, in conseguenza dell'esposizione all'effetto freddo della TV.
Altro esempio di codice da studiare è quello che regolava
l'uso del «tatto» e in genere del contatto fisico tra le persone. La durata e l'intensità di una stretta dì
mano erano scomponibili in unità discrete e perciò codificate, dunque fatte
significanti: affetto, confidenza, fiducia, avversione, ostilità, odio... Anche
la posizione del berretto sul capo era codificata.
Quanto al linguaggio gestuale, ad esso si faceva ricorso
continuo, nonostante la comunanza di linguaggio verbale, non come ad un
linguaggio internazionale da usare per rimediare alla non comunanza di lingua (8). È in particolare da approfondire l'analisi
dei rapporti tra linguaggio verbale e linguaggio mimico-gestuale-fattuale. Il
privilegiamento del secondo in Barbagia era probabilmente dovuto alla sua più
bassa temperatura e dunque alla più bassa definizione dei messaggi. È da vedere, per es., se la notevole frequenza degli accoltellamenti non supplisca
ad una carenza di significanza delle offese verbali. Non c'è dubbio che la
coppia oppositiva sciaffo/carezza fosse sentita come più efficace cioè avente
un minore scarto tra rappresentazione e realtà) della coppia verbale mi
piaci/non mi piaci.
lo viddi che mi parve meraviglia
una gente ch'alcuno non intende
né essi sanno quel ch'altri bisbiglia.
(FAZIO DEGLI UBERTI, Il dittamondo)
4.2.1. IL
BILINGUISMO COME COSTANTE DELLA LINGUISTICA SARDA.
La storia linguistica della Sardegna è contrassegnata da
una quasi costante presenza di almeno due lingue. La prima, quella locale, è estremamente
povera, quando non del tutto priva, di testi scritti (9). L'altra è
sempre una lingua di gruppi dominanti esterni che conoscono e praticano l'uso
della scrittura. Il contatto con la
lingua latina per le popolazioni costiere soprattutto delle città più
importanti dovette prendere l'avvio subito dopo le guerre puniche, ma
all'interno dell'Isola la latinizzazione non doveva essere compiuta ancora nel
VI sec. d.C., quando Gregorio Magno scriveva ad Ospitone, capo dei barbaricini
adoratori di piante e pietre (ligna
et lapides) invitandolo a convertirli al cristianesimo (10).
Dialetti come quello di Bitti (ancora oggi ma meno che
nel passato recente fortemente conservatore delle forme latine), definito dal
Wagner «una volta il palladio d'arcaicità» (11),
sono testimonianza di una latinizzazione non
già come ritenuto da taluni (12)
anticipata, ma fortemente, ritardata. Il
latino, dove è penetrato prima (come è accaduto nella parte meridionale
dell'Isola), ha anche avuto la sua maggiore evoluzione sia in conseguenza del
maggiore uso interno sia in conseguenza dei più stretti contatti successivi con
le lingue romanze della penisola iberica e di quella italiana. Gloriarsi, come erano soliti fare i bittesi e
i letterati sardi in genere,
della maggiore vicinanza dei dialetti sardi al latino significa gloriarsi dell'immobilità e della
bassa accumulazione culturale; il che
può anche essere vanto legittimo, ma in una sincronia che -assuma a proprio valore appunto
la conservazione e l'immobilità. Nella
notevole misura in cui nell'interno dell'Isola il lessico dei contadini è
ancora molto prossimo a quello di Columella, si è, già dalla lingua, posti di
fronte alle prove del permanere delle tecniche agrarie del 1 sec. d.C. (13).
Tutte le volte che i sardi sono stati sul punto di trovarsi uniti in una
vera koiné linguistica, una nuova lingua si è imposta dall'esterno.
Intervennero i romani (e ancor prima di essi i fenici e i
cartaginesi) quando forse era in corso il primo processo di formazione di una
koiné protosarda (14). Sedici secoli
dopo la conquista romana (
Oggi che l'italiano è sempre di più lingua comune a quasi
tutti i sardi (un sassarese e un cagliaritano possono intendersi se parlano la
lingua standard italiana meglio che nei rispettivi dialetti), al punto che si
teme una definitiva scomparsa dei dialetti di
lingua sarda, si profila il bisogno oggettivo dell'acquisizione anche
nell'Isola di lingue internazionalmente più diffuse dell'italiana.
I dialetti sardi sembrano definitivamente condannati a
meno che i nuovi strumenti del comunicare, distruggendo i «sistemi
centro-marginali» (15), non diano
luogo ad un ritorno dei dialetti, come già sta avvenendo in Inghilterra (gli
stessi dialetti italiani alla televisione conoscono una rifioritura), e a meno
che la distruzione dei «sistemi centro-marginali» non coinvolga nel sincretismo
di una lingua veramente universale tutti i passati linguistici e tutte le
concrete lontananze linguistiche, non abbatta cioè le distanze temporali e
spaziali tra le lingue cosi come tende a realizzare una compresenza delle mode
più lontane nel tempo e nello spazio, eliminando l'uniformità per spianare il
terreno ad una sincronia universale in
cui alle mode che vengono e passano subentrino modi diversi di parlare, e di
comportamento tutti legittimi in quanto tutti comunicabili e comunicanti.
Compare in ogni modo anche in Sardegna la lingua dell'ultimo
sistema centro-marginale nel quale l'Isola è coinvolta, l'inglese, che pone la
propria presenza per ora nei termini in cui ci si pose, sulle prime, la presenza dell'italiano nel XVIII
secolo. Esso è infatti parlato da gruppi
la cui lingua (e presenza) nell’Isola è per il momento sentita come esterna. ma
che tende ad espandersi, in quanto si tratta della lingua di nuovi gruppi
virtualmente e forse già in atto titolari di una egemonia più vasta e più penetrante
di quella piemontese (già oggi il numero dei sardi che conoscono l'inglese
proporzionalmente non è certo inferiore a quello dei sardi che una trentina
d'anni dopo il passaggio dell'Isola ai Savoia conoscevano l'italiano). Insomma
c'è il rischio che fra qualche secolo un sardo possa scrivere in inglese a
proposito dei Promessi Sposi quel che oggi mi scrive l'ispanista
sardo Ignazio Delogu a proposito del Don Quijote: «vi trovo
completamente sviluppata quella che avrebbe dovuto essere la nostra lingua».
4.2.2. LINGUA
SARDA E QUANTITÁ DI LAVORO DI
COMUNICAZIONE VERBALE.
Se la verità delle lingue fosse, come ancora pare a
molti, quella scritta, anziché quella parlata (ma dopo Saussure, almeno per le
lingue non associate come quelle cinesi a scritture ideografiche, nessuno
studioso dovrebbe più dubitare che le lingue parlate siano rispetto a quelle
scritte quel che un soggetto fisico è rispetto alla sua fotografia) (16), si dovrebbe credere che gli abitanti
della Sardegna hanno avuto una lingua soltanto dopo la colonizzazione punica;
inoltre, data la scarsissima quantità di documentazione scritta reperibile
nella lingua locale anche nei secoli successivi,
Colpito dalla prossimità del sardo al latino, Dante, nel «De Vulgari Eloquentia» (18) osserva che i sardi si attendono alla grammatica latina come scimmie
«sicut simiae»). Questa osservazione - che spesso ha scandalizzato i letterati
sardi (19) ha un suo fondo di verità.
In fondo Dante diceva che il lessico latino modellava il comportamento
linguistico dei sardi, condizionandoli in senso riduttivo della loro capacità
di comunicare.
Dante non aveva bisogno di costruire gli «speciali
algoritmi della sintesi automatica e della analisi della lingua» di cui parla
S. K. Saumjan (20) per avere
un'opinione abbastanza realistica sul comportamento linguistico dei sardi. Dante intuiva che ad una riduzione storica
(cioè dovuta a cause extralinguistiche) delle applicazioni trasformazionali
delle strutture linguistiche date corrisponde un conservatorismo linguistico,
se non un vero e proprio decadimento della lingua (21).
Nessuno oggi ritiene che i sardi non avessero
incominciato a parlare ancor prima delle guerre puniche. Tuttavia l'impressione
di una loro balbuzie, di un loro relativo mutismo, di una loro non completa
attitudine alla comunicazione verbale, non può essere messa da parte prima che
ne sia stata individuata la ragione determinante, la quale non è
esclusivamente da far risalire all'etnocentrismo delle culture osservanti,
dunque al fatto che i sardi non parlassero o parlassero male le lingue dei
loro dominatori, né esclusivamente ai pregiudizi di chi vede nella lingua
standard una forma (o sistema) strutturalmente più alta della forma (o sistema)
dialettale, anziché il dialetto del gruppo e delle classi egemoni militarmente,
amministrativamente e culturalmente (cioè sul piano extralinguistico) nei
confronti degli altri dialetti parlati da «gruppi più di prestigio e di
riconoscimento sociale» (22). Resta da scoprire la ragione del formarsi di
questi pregiudizi: generalmente essi derivano da trasposizione meccanica di
giudizi validi per la gerarchia storica e di classe dei valori sociali nel
campo dei valori linguistici, ma anche dall'oggettivo interesse dei gruppi
socialmente dominanti a istituire gerarchie linguistiche modellate su quelle
politiche esistenti nella società (interesse che trova appagamento solo nel
prodursi concreto di differenziazioni, di distanze linguistiche verticali, di
classe, e orizzontali, geografiche). I
gruppi egemoni, nella misura in cui conquistano e detengono un esclusivo
diritto di accesso alla comunicazione scritta (23) (e cioè alla comunicazione a distanze spazio-temporali
maggiori di quelle percorribili dalla lingua soltanto parlata) e
corrispondentemente il diritto di precedenza e accesso alla pubblica
amministrazione, ai grandi scambi commerciali, al potere economico, politico e
religioso, procedono ad una accumulazione linguistica differenziata,
specifica, esclusiva, che appunto lì distingue semiologicamente e innanzitutto
linguisticamente dai gruppi esclusi, soprattutto da un punto di vista lessicale
e semantico, che sono i due domini delle lingue più esposti alle vicende
esterne.
In Sardegna questo fenomeno presenta conseguenze ancor
più gravi perché i gruppi dominanti hanno sempre avuto provenienza esterna; e
perché anche i pochi di provenienza interna dovevano cercare la propria
legittimazione in una sovranità esterna: questi gruppi si sono via via serviti
di lingue diverse da quella locale anche dal punto di vista della struttura
grammaticale. La scarsa misura in cui i
sardi riuscivano ad impadronirsi di queste lingue era la stessa di quella in
cui riuscivano ad accedere alle funzioni dirigenti, di legittimazione derivata
dalle sovranità esterne. La misura
della diffusione della lingua del colonizzatore-conquistatore corrispondeva con
quella della reale penetrazione e diffusione della volontà e della
cultura del dominio esterno fra le popolazioni dell'Isola.
Se «il vero bilinguismo implica l'assimilazione di due
culture» (24) questa condizione
incomincia a profilarsi soltanto nel nostro tempo; nel passato si ebbero
soltanto «sovrapposizioni culturali» Più accentuate nei maggiori centri
costieri o più prossimi alla costa (Cagliari e Sassari) e addirittura
irrilevanti nei villaggi dell'interno.
Ciò è vero per le dominazioni e/o incursioni fenicia,
punica romana, vandalica, bizantina, pisana, genovese, aragonese, spagnola,
piemontese e anche per la dominazioni italiana fino alla prima guerra
mondiale. C'è nel passato una sola ma
decisiva eccezione: quella che in un lento volgere dei secoli portò la lingua
latina anche nelle zone più interne, dove però ancora ai tempi di Papa Gregorio Magno - come s'è visto -
i barbaricini non intendevano la lingua della Chiesa di Roma. Dall'incontro del latino - diffuso forse,
più che dai soldati dell'impero, dalla Chiesa - con gli idiomi locali derivò
una nuova lingua romanza, quella appunto sarda. Il fatto che questa lingua abbia potuto formarsi dovrebbe
stare ad indicare nella storia dell'Isola la presenza di un lungo periodo di
concreta e oggettiva autonomia o quantomeno di equilibrio tra presenze
culturali esterne e capacità interne di controllo e assorbimento di queste.
4.2.3.
PER UN GIUDIZIO DI VALORE SULLE LINGUE.
Il salto dal privilegiamento della lingua scritta a
quello della lingua parlata non può condurre lo «studio esterno» delle lingue
«O la linguistica esterna» alle stesse conclusioni alle quali perviene la
«linguistica interna» (25) per la
quale le strutture delle lingue di cultura non hanno una maggiore validità di
quelle dei dialetti. La linguistica esterna si apre alla distinzione tra lingue
ricche e lingue povere di evoluzione concreta, di storia, di produzione
linguistica e cioè di concreto
«lavoro linguistico» (26).
La linguistica italiana, com'è emerso anche dalla più
gran parte degli interventi all'XI Congresso della SLI del 1977 (grande
abbuffata di comunicazioni sull'interferenza) privilegia esplicitamente i
problemi di linguistica interna. Quest'ultima, posta di fronte alla necessità
di un confronto tra il sardo e l'italiano, non emetterà un giudizio di valore
ma si limiterà a riconoscere che entrambi sono dal proprio punto di vista
tecnico delle lingue e dunque che il sardo non è meno sistematico ordinato,
strutturato e funzionale dell'italiano.
E fino a quando essa si limita a trarre dal confronto questa conclusione
svolge al meglio il suo compito.
I guai incominciano quando con i soli strumenti della
linguistica interna o addirittura con i soli strumenti della linguistica sarda
interna si pretende di dare giudizi di valore e si finisce di fatto col mutuarli
più o meno acriticamente da categorie immediatamente politiche (rendendo in tal modo un cattivo servizio tanto alla linguistica quanto alla politica)
sia che si ponga l'italiano come
lingua più ordinata del sardo (come la linguistica d'Oltralpe aveva fatto per il francese nei confronti
del bretone e dell'occitano, oltre che
delle lingue parlate nei paesi coloniali) (27)
sia che (magari con la buona intenzione di rafforzare la
critica del colonialismo linguistico e culturale) si affermi la parità di
valore assoluto tra le due lingue o addirittura, come pure è stato fatto, si
pongano il sardo e le lingue minoritarie in genere e i dialetti come lingue
«vere» contro quelle ufficiali meno vere, meno autentiche e non so che altro.
(La considerazione è stata avanzata sia pure in termini dichiaratamente
provocatori da Sergio Salvi).
Il lavoro di approntamento di una strumentazione critica
per la formazione di giudizi di valore attendibili sulle lingue cade, almeno
per ora, sul terreno della linguistica esterna, che a mio modo di vedere non è
da confondere né con l'etnolinguistica (28)
né con la sociolinguistica, entrambe almeno in Italia ancora orientate alla
spiegazione dei fatti linguistici per mezzo di quel che già si conosce dei
movimenti della società, ma deve essere intesa come disciplina antropologica
capace di risalire dalla conoscenza dei fenomeni linguistici e in genere
semiologici alla conoscenza di fenomeni sociali non ancora individuati procedendo
in una direzione inversa a quella della sociolinguistica e dunque procedendo
dal linguistico al sociale.
Su questo terreno la metodologia del materialismo storico
può saldarsi con quella dei linguisti e dei logici, come ha mostrato
Rossi-Landi. Sulla base della assunzione
che sia gli artefatti materiali sia gli artefatti linguali sono
costitutivamente sociali, cioè prodotti dal lavoro umano, egli ha sostenuto che
fra le due categorie «esiste e non può non esistere una profonda, costitutiva
omologia, che con espressione brachilogica si può battezzare ‘omologia del produrre’». Si può anche discutere qualche passaggio, ma
nel complesso la proposta appare sufficientemente fondata. Sostanzialmente
sviluppando una considerazione sussuriana, quella della lingua come «deposito» (29), si deve riconoscere che la lingua è
un prodotto del lavoro linguistico, come, il capitale è un prodotto del lavoro materiale. In questa sede non è
necessaria una completa ricognizione delle implicazioni dell’omologia del
produrre. Tuttavia sono da tener
presenti almeno le considerazioni essenziali di Rossi-Landi che possono
valere come punto di partenza
per ulteriori riflessioni: «Come
materiale, strumento e denaro, la lingua costituisce a pieno titolo il capitale
costante di ogni ulteriore lavorazione linguistica, cioè di ogni
espressione e comunicazione; ed è solo come capitale costante - nei tre aspetti
di materiale, strumento e denaro - che può essere intesa» (30). «Il capitale linguistico costante e cosa morta se ad
esso non si aggiunge un capitale variabile costituito dalla forza
lavorativa erogata dagli uomini che parlano e intendono quella lingua» (31). «capitale costante e variabile
costituiscono il capitale linguistico complessivo o totale per mezzo del
quale avviene la comunicazione» definita a questo punto come «produzione e
circolazione di messaggi nell'ambito di una comunità linguistica » (32).
Possiamo fermarci qui e incominciare a sottolineare la pregnanza di alcune categorie di questa linguistica esterna (o categorie comuni all'economia e alla linguistica): capitale costante, capitale variabile, capitale linguistico complessivo, materiale, strumento, denaro, mercato linguistico locale, internazionale, planetario, produzione, circolazione etc. Sono tutte categorie che rinviano al rapporto del linguaggio come lavoro e della lingua come prodotto alla società nella quale concretamente linguaggio e lingua si pongono in essere, secondo i bisogni appunto della società. Il confronto dei valori, impossibile nella linguistica interna, a questo punto diventa non solo possibile ma necessario, perché può riferirsi a categorie quantificabili. Il numero dei parlanti che costituiscono il capitale variabile non è più irrilevante. Si scopre così che la categoria del «prestigio» giudicata priva di fondamento scientifico sia irrilevante il confronto delle estensioni, dei media (della tecnologia in generale e dunque del potere normativo) di cui le masse parlanti le due lingue a confronto dispongono (e dai quali dipendono le quantità e i ritmi di accumulazione, di produzione e di circolazione dei messaggi, degli artefatti segnici verbali come degli artefatti segnici non verbali). La lingua di una società che ancora costituito da 500 milioni di erogatori di forza lavoro. Non è più dal linguista interno sia dal critico della glottofagia ha invece fondamenti oggettivi. Infatti un capitale variabile costituito da un milione di persone non ha lo stesso valore di un capitale variabile che non si serva della scrittura e in pericolo quando questa società entra in contatto intenso con una società di lingua diversa che si serva della scrittura; e, se quando la prima conquista l'alfabeto l'altra può disporre di media più caldi come la stampa che consente la moltiplicabilità di uno stesso messaggio, lo squilibrio si accresce; se poi la prima società continua a privilegiare le estensioni fisiche naturali dell'uomo mentre l'altra società fa uso della ra