III.
Chie pote' fache' lege
(Chi può
detta legge).
(Proverbio
sardo)
3.1.
SISTEMA NERVOSO CENTRALE, STRUMENTI E FONTE NORMATIVA.
Come si è visto il luogo che unífica le esperienze rese possibili dalle diverse
estensioni dell'uomo, cioè il luogo di concentrazione
degli effetti della sinestesia (1) è il
sistema nervoso centrale, nel quale esse si raccolgono e si dispongono in
relazione oppositiva-associativa e, così assumendo un
significato, diventano anche signìficanti. In tal
modo gli oggetti fisici (anche i suoni prodotti dalla voce umana lo sono)
finiscono per essere istituiti e trattati come segni (unioni di significato e
significante) dal sistema nervoso centrale, che, sempre per mezzo dei propri media,
proietta sugli oggetti il proprio ordine, piegandoli (nella misura
consentita dalla materia degli oggetti stessi e dalle capacità dei media disponibili)
ad ulteriori significazioni (cioè costringendoli ad
assumere nuovi e ulteriori significati e funzioni e dunque sempre modificandoli
fisicamente per adeguarli anche come significanti a quegli ulteriori
significati e funzioni, cioè trasformandoli in nuovi segni oggettivi).
C’è un blocco di marmo. Un sistema
nervoso centrale, servendosi di due mani, uno scalpello e un mazzuolo, lo
trasforma (modifica la sua forma primitiva), costringendolo a significare non
più soltanto marmo (una certa durezza, un certo colore, una certa temperatura e
cosi via) bensì anche altro. Non è
necessario che il risultato di questo lavoro sia il Davìd
perché si possa dire che il sistema nervoso centrale
ha operato una modifica del mondo. Tuttavia anche gli effetti dell'azione umana
sugli oggetti si gerarchizzano
in una scala di valori.
Ecco un bambino che modella la sabbia del
mare facendole significare
castelli e laghi.
Anche lui modifica il mondo; ma il mare cancella ben presto i suoi «segni». Sulla collina, invece,
l'antico castello, pur dilaniato dal
tempo, resta nel tempo a significare strutture ed eventi sociali ben più
complessi.
Si è parlato della gerarchizzazione dei media
e si è visto come ad essa di fatto corrisponda una gerarchia di sistemi
nervosi centrali o di fonti normativa. Se il sistema nervoso centrale del lombrico
ha estensioni che (non è da escludere però che ne abbia
delle altre) gli consentono soltanto di opporre commestibile-non commestibile,
umido/secco, e di associare commestibile/umido, non commestibile/secco (il Belacqua di Beckett (2) è una riduzione del sistema nervoso
centrale dell'uomo a poco più che questo) esso risulterà meno complesso di
quello del cane, che dispone di ben altre estensioni: vista, udito, olfatto,
maggiore mobilità, gusto etc.
La
diseguale disponibilità dei media acquisiti
produce una gerarchia dei sistemi nervosi céntrali degli uomini. Sia nel
momento in cui conosce il mondo (chi si serve del microscopio può realizzare
opposizioni/associazioni che sfuggono all'occhio nudo) sia nel momento in cui
proietta sul mondo il proprio ordine (e basta l'avere o il non avere in mano
un bastone a creare la disparità), ciascuno deve fare
i conti con le capacità degli altri di proiettare il loro ordine (con quelle di
tutti gli altri sistemi nervosi centrali e in particolare con quelle degli
altri uomini). Qui è la radice della disuguaglianza de!le capacità normative
degli uomini.
Anche lo scontro tra il gatto e il
topo può essere letto come rapporto tra due sistemi
nervosi centrali dotati di estensioni diverse nel momento in cui ciascuno di
essi si pone come fonte normativa. Il
topo soccombe (generalmente) perché le estensioni (chiamiamole pure «il
potere») di cui è dotato sono più deboli di quelle del gatto; il quale, grazie
alle proprie estensioni, impone il proprio ordine, almeno fino a quando non debba vedersela (non entri nello spazio di
contatto) col cane.
Lo schiavo in catene
(parzialmente, ma gravemente amputato di una delle sue estensioni naturali, la
mobilità) ha certamente una capacità normativa minore del suo padrone, che lo
affronta con la frusta e fa di lui un proprio ulteriore
strumento. I rapporti tra fonti normativa di diseguale
potere sono di questa specie.
Un gracile intellettuale è sfidato
da un energumeno. Che deve fare? Un rapido confronto
dei propri mezzi con quelli dell'avversario gli suggerisce la risposta giusta:
non farò a pugni con un carro armato (situazione e risposta possono trovarsi in
un dramma di Sartre). Ma non
è detto che l'energumeno resti sempre una fonte normativa più forte
dell'intellettuale. Lo scontro per il primato normativa
spinge il debole alla ricerca di nuovi media, di nuovo potere. Egli può (se può) armarsi di una pistola e far fuori l'avversario, per esempio. Ma la distruzione dell'avversario porrebbe
fine ad un gioco (3) la cui posta è non
tanto (comunque di rado) la distruzione
dell'avversario, quanto la riduzione di esso al proprio ordine, impadronirsi
degli strumenti di cui l'avversario dispone e farne strumenti del proprio
sistema nervoso centrale, magari passando attraverso quello dell'avversario. Il
debole può conseguire questo risultato per esempio alleandosi con gli altri deboli, vittime dello stesso energumeno.
Ed anzi
è proprio questa la strada generalmente seguita. Non è però una strada facile.
Per poterla costruire e percorrere è necessario adeguare il proprio ordine a
quello degli altri, mettere insieme capacità normative individuali, per crearne
una di gruppo, superindividuale, in grado di battere, con un uso unificato dei media dei deboli, quella concorrente dell'energumeno quando il terreno
sia sgombro da interferenze di altre fonti norrnative;
e, poiché di solito non lo è, confrontarsi anche con queste.
In ogni modo, dal momento in cui
(e in tanto in quanto) la norma
è, non già prodotta da un solo sistema nervoso centrale, bensì dall'intesa di
più sistemi, si incomincia a costruire un codice semiologico sociale, premessa indispensabile per la
formazione di codici ulteriori e sempre più complessi di comunicazione e di
scambio (dunque ancora linguistici, di parentela, giuridici, produttivi,
economici, culinari, estetici e così via). Quando l'urlo di un uomo, opposto a
tutti gli altri possibili suoni della voce umana, da u
altro uomo che lo abbia udito, diventa un'unità discreta e dunque significante,
incomincia il comunicare degli uomini (il loro mettere in comune cose
significanti); incomincia la societas e la
costruzione di codici (4).
3.2. NECESSITA STORICA DELLA LOTTA TRA
LE FONTI NORMATIVE.
L’esistenza di norme e codici sociali
ha sempre indotto gli uomini a ipotizzare anche
l'esistenza di un sistema nervoso centrale sociale di volta in volta dislocato
in un dio, in un capo, in un'assemblea, cui venivano riconosciute funzioni
normative sociali. Così si credette, per lungo tempo, all'origine divina delle lingue
«naturali», anche se nella Genesi è detto che fu
Adamo (pur sempre un capostipite per altro) a dare il nome alle cose; del resto
circolano ancora grammatici, soprattutto nella scuola, ben persuasi di poter
gestire la fonte normativa linguistica in esclusiva (e circolano ancora
dizionari che registrano come «erronee» forme diffuse ed efficaci, altrimenti
non le registrerebbero, e dunque perfettamente grammaticali).
La verità è che gli uomini hanno, si,
cercato sempre (sembra questo anzi uno dei maggiori obiettivi della loro
storia) di darsi un sistema nervoso centrale sociale capace di porre fine alle
lotte tra individui, gruppi e sottogruppi e alla pluralità dei codici; ed hanno
anche compiuto grandi passi avanti in questa ricerca, realizzando integrazioni
di scala sempre più vasta, ma non sono riusciti a conseguire - almeno finora -
quello scopo. Si sono date molte fonti
normative sociali, ma non sono riusciti a sottrarle alla lotta degli individui
e dei gruppi per trasformarle in strumenti di parte.
Di qui anche la giusta sfiducia
degli uomini nei confronti di quelli fra di loro che
detengono il potere. « Chi maneggia il miele si lecca le dita» si dice in
Barbagia.
Di qui anche la necessità che la lotta
per il controllo delle fonti normative prosegua fra individui, gruppi e
sottogruppi, quale che sia la loro dimensione. La
posta è sempre il controllo dei media i più
potenti. Se neppure il sistema nervoso individuale è tutto raccolto nella
scatola cranica, tanto meno lo è un sistema sociale, terreno di scontri e di
conflitti ben più laceranti di quello tra stomaco e
mani illustrato da Menenio Agrippa alla plebe romana.
«La stanza dei bottoni» (5) non di rado riserva a chi la conquista la sorpresa di farsi
trovare quasi vuota. Neppure il monarca legibus
solutus poteva disporre a suo piacimento di tutto
il potere del regno; anche a lui sfuggivano fonti normative e media sociali
importanti, che, quando il tempo fu maturo, non mancarono
di tagliargli il collo.
Un sistema nervoso centrale
unificato della società non esiste, se non come astrazione culturale,
socio-giuridica; altrimenti detto, non esiste se non come medium di chi
lo detiene (dio stesso finì per diventare instrumentum
regni e il regnum, instrumentum Caesaris). Soltanto
a rivoluzione tecnologica e sociale compiute si può sperare che lo Stato cessi di essere strumento (appunto strumento) di oppressione di
classi dominanti su classi subalterne (6);
e soltanto allora si potrà sperare che abbia fine la lotta tra individui,
gruppi e sottogruppi per il controllo dei media (e dunque la
conflittualità dei codici) e che la società abbia una fonte normativa autonoma,
sovrana e «partecipata» e dunque un sistema nervoso proprio in grado di
ripartire i media acquisiti dall'uomo nel corso della sua storia con
equità pari a quella con cui la natura aveva dotato tutti di braccia e mani,
gambe e piedi, lingua e bocca, orecchie e udito, occhi e vista.
La lotta per il controllo delle
fonti normative (intendendo con questo termine non soltanto quelle che tali
sono definite da un punto di vista giuridico, bensì
anche tutte quelle che abbiano il potere di conservare o modificare i codici di
qualsiasi genere, sia pure parzialmente) coincide in gran parte con la lotta
politica, ma quest'ultima non la esaurisce anche se
tende ad acquisire il controllo di una sfera sempre più ampia di processi di
codificazione fino ad un passato recente sottratti al potere politico e anche
se tende, in quanto lotta politico-culturale, a coprire tutto lo spazio delle
codificazioni.
Per comodità di esposizione
sarebbe opportuna una distinzione tra fonti normative più immediatamente
individuabili - in quanto già individuate dalla teoria e dalla pratica politica
o perché aventi una funzione legislativa istituzionale (come il parlamento e i
consigli regionali) o perché aventi un potere di decisione che più immediatamente
di quello di altri soggetti incide sulle scelte legislative (governo, partiti, enti locali, chiesa,
sindacati, giornali, aziende e società pubbliche e private, università, . associazioni varie) da quelle che non essendo state ancora individuate sfuggono
all'attenzione delle forze politiche organizzate, le quali ancora non si
occupano, o si occupano solo marginalmente, di culinaria, di estetica, di
linguistica, di buone maniere a tavola,
di prossemica, di mimica e cosi via, pur essendoci
anche in questi campi chi ha maggiore e chi minore potere normativo.
3.3. LA COLLETTIVITÀ REGIONALE COME FONTE NORMATIVA DEBOLE.
In Sardegna esiste ormai da quasi trent'anni (8 maggio 1949) un consiglio regionale avente
una larga sfera di competenze legislative attribuitegli dalla Costituzione. Il
consiglio regionale è agli occhi dei politici e dei giuristi, oltre che «sulla
carta», la fonte normativa più importante esistente all'interno dell'Isola (7). Ma il suo potere è limitato da altre
fonti nazionali e locali istituzionalizzate e non. Già i limiti espliciti posti dalla
Costituzione (lo statuto speciale per
La fonte normativa centrale (che
era quella dotata del potere di decisione) poteva fare, come fece, delle
concessioni alla nascente fonte normativa marginale, ma in funzione del
potenziamento e della nazionalizzazione di se medesima. Al consiglio regionale fu attribuita la
competenza (primaria o, più limitata, concorrente) in un certo numero di
«materie», ma gli si lesinarono i mezzi per l'esercizio di quella competenza, cioè gli furono negati i media sui quali si misurano, come abbiamo visto,
sia le capacità normative di un sistema nervoso centrale individuale, sia
quelle di una fonte appunto normativa sociale o di un potere politico che dir
si voglia. Fu concesso alla Regione di
fare leggi «in materia» dì agricoltura e di industria, di artigianato e di
turismo, di lavoro e pubblica istruzione, di caccia e pesca e cos' via, ma un
solo medium per attuarle, cioè l'uso di una certa quantità di moneta
acquisita con le entrate finanziarie (per altro assai limitate rispetto a
quelle di altri poteri concorrenti, come si vedrà più avanti). Ora, non c'è
dubbio che la moneta sia un medium importante in quanto consente
l'acquisizione di altri media, molti ma non tutti, come erroneamente
crede chi dice che «tutto si può comprare». La potenza del medium moneta
è misurata dalla sua quantità. Se dispongo di sole cento lire e voglio spostare
un macigno che soltanto cento schiavi o un bulldozer potrebbero muovere, il mio
potere (la mia capacità di far eseguire il mio ordine) è zero rispetto a quella di chi possiede la
quantità di moneta necessaria per assoldare i cento Schiavi o noleggiare il
mezzo meccanico. Ben diverso sarebbe il
rapporto se pur non disponendo di una quantità di moneta maggiore di quella del
mio concorrente, avessi il potere (come acquisito non interessa sapere in
questo momento) di ordinare a
cento persone o ad un proprietario di bulldozer di rimuovere il macigno con i
loro mezzi. Un potere siffatto può derivarmi soltanto da un altro medium: la
sanzione, la possibilità di infliggere
un ordine più oneroso della rimozione del macigno se quest’ultima
non sarà effettuata. Il mio medium in
questo caso non è, per così dire, al dativo ma all'ablativo. La mia decisione
viene eseguita non perché io dò qualcosa a chi la
esegue, ma perché se non la
esegue gli tolgo qualcosa. Il mio medium
non è il danaro ma un apparato coercitivo che immediatamente (senza la
mediazione venale) pone come mie estensioni anche i cento schiavi e il padrone del bulidozer sia pure limitatamente al conseguimento di quel
fine predeterminato.
Alla Regione fu concessa soltanto
la possibilità di «spendere» nelle materie di sua competenza una limitata
quantità di moneta. Quale altro uso poteva farne se non elargirla a destra e a
manca come contropartita dell'accoglimento dei suoi desideri? È anzi opinione
diffusa negli ambienti regionali che l'erogazione degli incentivi sia avvenuta
non tanto in direzione di scopi individuati dalla Regione quanto per il
conseguimento di fini altrui, di altre fonti normative, non di rado privatistiche. Non disponendo della
forza necessaria per imporre alcunché a chicchessia, non essendo armato di
sanzione efficace, il potere normativo della Regione è di fatto misurato dalla
quantità di moneta a sua disposizione (10). E tuttavia la lotta politica in Sardegna ha
come suo obiettivo primario la conquista di questa debole fonte normativa,
anziché per esempio il controllo della SIR che, disponendo di una notevole
quantità di danaro e di una maggiore libertà di usarlo, di fatto esercita nei
settori che le interessano un potere normativo maggiore di quello della
Regione.
Nel senso che, essendo il modello
di fonte normativa privilegiato dall'antropologia la sovranità popolare (nel
momento in cui questa, come s'è visto, costruisce, fissa, modifica e tramanda
il codice linguistico con la partecipazione attiva, dialettica di tutti e di
ciascuno), l'usurpazione del potere normativo da parte di un gruppo è tanto più
scandalosa quanto più il gruppo persegua fini che non siano quelli della
collettività.
3.4. PER
Il consiglio regionale, pur essendo,
per il modo in cui si forma (è eletto a suffragio
universale da tutti i cittadini sardi che abbiano compiuto i 18 anni) l'interprete legittimo della sovranità
popolare, in molti casi in cui si tratta di decidere
concretamente quale uso i sardi
debbano fare delle loro capacità di produrre e di comunicare, deve cedere il
passo ad altro potere formatosi a diverso titolo della rappresentanza
popolare. Quello della SIR è soltanto il caso più macroscopico di usurpazione
di fatto del potere normativo sociale; altri casi abbastanza noti sono quelli
del Consorzio della Costa Smeralda (Aga Khan) e
della Montedison (che, pur non essendo un gruppo solo
privato, si muove in una logica privatistica) fino ad
arrivare alle piccole costellazioni di industrialotti e di speculatori sulle
aree urbane e costiere e alla polvere della media e piccola proprietà terriera.
Nella misura delle loro provviste
di capitali da usare per la manipolazione del consenso tutti costoro in forme più
o meno mediate o palesi condizionano pesantemente il consiglio regionale, i
partiti politici e i sindacati, le province, i comuni, i comitati di base e
insomma i canali di aggregazione della volontà dei cittadini per esercitare
collettivamente il potere normativo. Non sarò io, tuttavia, a sottovalutare né
la forza attuale, né, soprattutto, la capacità di crescita ulteriore e
decisiva delle organizzazioni politiche, sindacali e culturali dei lavoratori,
antagoniste delle forze usurpatrici del potere normativo. La lotta politica è
in questo momento caratterizzata più che dallo scontro tra le forze politiche
variamente impegnate nella ricostituzione della sovranità popolare (privilegiato
dalla stampa), dallo scontro sotterraneo tra chi vede nelle fonti normative
della collettività un pericolo per il proprio potere «particolare» e chi
appunto si sforza di restituire il potere alla collettività.
Ne deriva una situazione per molti
versi esplosiva, perché le collettività non possono tollerare in eterno codici
(ordini) che non siano stati costruiti da loro medesime con la partecipazione
dialettica di ognuno. Ne derivano anche:
sospetti non sempre infondati di corruzione specifica di rappresentanze
politiche da parte dei detentori del potere economico; una resistenza nei
confronti di quest'ultimo non sempre espressa
attraverso i canali politici e sindacali ma spesso attraverso l'assenteismo,
il sabotaggio, i «delitti» contro la proprietà dal furto al sequestro di
persona (11); un sentimento
radicato e diffuso di vivere in una società di inappartenenza
e dunque da distruggere e rinnovare nelle strutture profonde, ma anche un
rigetto del sociale in nome di un individualismo selvaggio e anonimo. In
questo contesto assumono connotazioni di umiltà eroica gli sforzi sinceri per
il risarcimento dei diritti della collettività con la costruzione di occasioni
di aggregazioni di base, la tensione e l'alacrità della ricerca politica,
tecnica e persino scientifica di alternative.
Il potere del consiglio regionale,
che nei paragoni diacronici degli anni Cinquanta (col parlamento sardo
medioevale, con gli Stamenti spagnoli, col nulla
post-unitario) veniva esaltato come una grande conquista, si rivela al comparatismo sincronico di oggi (con le multinazionali, le
nuove estensioni del potere centrale e in genere delle fonti normative
esterne, la presenza capitalistica interna alla stessa Sardegna) un potere da
riqualificare mediante l'attribuzione ad esso di nuove estensioni che gli
consentano di accertare l'effettiva volontà popolare e di attuarla attraverso
gli organi esecutivi.
A chi sia arrivato a questo punto
della lettura senza salti non dovrebbe essere difficile immaginare le nuove
estensioni da attribuire al potere regionale e in genere al potere locale e
l'uso che se ne dovrebbe fare. Il riferimento è non soltanto agli strumenti del
comunicare (stampa, radio, televisione, scuola, cibernetica) ma anche ai mezzi
di produzione e infine a strumenti «punitivi» di chi non stia alle regole comunitarie. La coercizione è scandalosa quando è
funzionale al perseguimento di fini diversi da quelli della comunità,
particolaristici, come è avvenuto sinora. È ragionevole legittima e necessaria
quando è dettata dalla comunità ai propri membri da educare, da allevare far
crescere (pesare in barbaricino, cioè
sollevare da una condizione di natura infantile a un processo di cultura,
adulto; l'autorità comunitaria ha questa funzione, auget
appunto, fa crescere). Anche chi non rispetta il codice linguistico (non quello
del quale si ritengono custodi e «autori» grammatici e maestri elementari
autoritari, ma quello posto in essere dalla massa parlante) è colpito da una
sanzione ben più grave dei brutti voti in pagella: egli è, nella misura in cui
non rispetta, il codice non «capito», non «con-preso»,
escluso dalla comunicazione,, non riconosciuto come interlocutore. Perché mai non dovrebbe essere punito con la
«se-gregazione» chi avvelena l'acqua (caca sa 'untana
caca la sorgente) e l'aria, chi si appropria delle spiagge e delle aree
edificabili, della terra e degli strumenti produttivi, chi non il tributo
dovuto alla comunità in imposte o in lavoro e così via.?
L'idea che tutti i bisogni delle
comunità possono essere accertati e soddisfatti dal potere centrale statale e
che soltanto a questo spetti il potere di comminare sanzioni è ottocentesca
propria di chi non si sia ancora reso conto della direzione presa dalla rivoluzione
sociale e dalla rivoluzione tecnologica, entrambe antagoniste del sistema
centro-marginale, entrambe tendenti a restituire in parti uguali il potere
normativo ai cittadini.
L’esistenza al proprio interno di
una fonte normativa politica, istituzionalmente unitaria e democratico
-rappresentativa, sinora non solo non è valsa a portare
3.5.
Nel trentennio si è avuta una
svolta radicale della cultura in senso antropologico nel modo di concepire i
rapporti tra le fonti normative. Il termine a quo del processo di svolta
può anche essere collocato nei decenni antecedenti al 1946 (tra la fine del secolo
XIX quando
si ebbero le prime presenze socialiste a Carloforte
e nel bacino minerario e soprattutto gli anni immediatamente successivi alla
prima guerra mondiale, quando si formò il primo partito di massa, quello sardista), ma il termine ad quem
cade (e va oltre)
alla fine del trentennio del quale ci stiamo occupando.
Fino agli anni Cinquanta la fonte
normativa più importante nella cultura in senso antropologico della sardegna
interna era ancora, sia pure con efficacia decrescente, la famiglia. Era ad essa che l'individuo doveva
obbedienza, educazione, lavoro, assistenza, giustizia, solidarietà, gratitudine
e gratificazioni, collocazione sociale etc. La famiglia - monarchica o
repubblicana che fosse aveva potere di vita e di morte sui propri componenti
(ben altro potere cioè che quello della Regione); non prevedeva e non consentiva
interventi di organi esterni, extrafamiliari.
Solo l’incesto («a norma delle norme» Lévi-Strauss)
faceva scattare l'intervento esterno. A Bitti nel
secondo dopoguerra si ebbe un caso fosco di «vendetta» comunitaria su un padre
che, dopo aver. sedotto la figlia, l'aveva uccisa.
Non c'erano limiti alla sovranità
interna della famiglia. In domo sua dontzunu es prus
de su re (a casa sua ciascuno conta più del re), anche se del re si diceva
che poteva raggiungere la lepre col carro (su re sichi'
su lepor’a carru), ma
il riferimento al carro colloca il proverbio più nella società contadina che in
quella pastorale. C’erano sì anche nella società pastorale, i limiti posti al potere
delle famiglie dalla legge e dai codici dello Stato, ma questi non erano
accettati dalla cultura paesana; e lo Stato per secoli non aveva avuto
strumenti (media) efficaci per farli rispettare. Anche nei rapporti con
lo Stato e con la «Giustissa» (le estensioni
giudiziarie dello Stato, in primo luogo «la forza» = i carabinieri) ogni
famiglia doveva regolarsi come meglio credeva purché tenesse fermo il rigetto
del codice esterno e purché non violasse la sovranità interna delle altre
famiglie (13). Certo è che non era
lecito - era anzi grave offesa - il testimoniare su delitti commessi all'interno di altre famiglie davanti ai tribunali dello
Stato. Foucault
parlerebbe di resistenza comunitaria dell'«illegalismo»
(14).
Il lettore non abbia troppa fretta
di considerare tutto ciò scandaloso e selvaggio. Non più tardi di una decina d'anni fa Nanni Loi, non in Barbagia ma a Milano, nascose una telecamera in
un tabacchino, nel quale, ben in vista dei clienti, era stata legata ad una
sedia e imbavagliata una commessa per individuare le reazioni dei clienti che
poi furono trasmesse in televisione. I clienti entravano, vedevano e: 1) fingevano di non aver notato
alcunché di strano, chiedevano le sigarette, pagavano e se ne andavano; 2) i
più sinceri o curiosi avanzavano timidamente una domanda: che cosè? La risposta era: Niente, una cosa nostra. I
clienti consideravano la risposta soddisfacente e se ne andavano; 3) solo
qualcuno osò un giudizio blandamente negativo.
Il test, che misurava la vigenza a Milano di una fondamentale norma familista («non ficcare il naso nelle cose altrui») ebbe
termine quando un cliente protestò con energia e incominciò a slegare e sbavagliare la ragazza dicendo che avrebbe chiamato la
polizia.
Probabilmente in Barbagia le
reazioni al test sarebbero state alquanto diverse: in un luogo pubblico com'è
un tabacchino o un bar, i clienti, per il fatto di conoscersi bene tra di loro
e di conoscere bene anche il personale del, bar, o avrebbero subito capito che
si trattava di uno «scherzo» o sarebbero subito intervenuti a liberare la
ragazza, perché se è principio fondamentale il non occuparsi delle cose altrui
lo è anche il non portare in piazza le cose proprie. Una famiglia ha tutto il
diritto di legare un figlio in uno scantinato, non ha quello di provocare altre
famiglie legandolo alla porta d’ingresso, che in Barbagia affaccia sulla
strada. Le reazioni dei milanesi rivelavano che il loro spazio privato è più
ampio che in Barbagia. I barbaricini che videro il
programma trovarono selvaggi i clienti milanesi, fino a leggere tutto il
programma come una «vendetta sarda» di Nanni Loi, che
è sardo, e che appunto si sarebbe proposto di rivelare l'inciviltà milanese; i
più affetti da etnocentrismo dissero, mettendo in dubbio la probità
intellettuale di Loi, che l'ultimo cliente, quello
civile, era una comparsa.
Nella lunga durata la famiglia barbaricina era stata un vero e proprio stato sovrano con
un territorio, un governo, una popolazione, un suo un suo ordinamento e una sua
forza armata (di coltelli e fucili). E i
rapporti tra famiglie si erano regolati come rapporti tra stati, con alleanze,
coesistenze pacifiche, matrimoni appunto di stato, conflitti bellici graduati
in escalation, armistizi, paci rispettate e tradite. Semus in
paghe, semus in gherra, no semus, semus a pírma, semus a sa
vritta, donzunu in domo
sua, semus custrintos e
così via; tutte espressioni che designavano rapporti internazionali: siamo in
pace, siamo in guerra, non siamo (non esistiamo gli uni per gli altri, qualcosa
di più che il ci ignoriamo) (15),
siamo in discordia (ma non ancora in guerra), siamo alla (guerra) fredda, siamo
alla coesistenza pacifica, siamo «costretti», più che alleati (impegnati dal
rapporto di parentela alla solidarietà). Giovanni Lilliu
ritiene che la disgregazione della società barbaricina
sia stata preceduta da un lungo periodo di coesione sociale dei villaggi; a
differenza di quello barbaricino «l'ordinamento giuridico nuragico conclude e
la società rimane compatta e si, rafforza». La degradazione, che appare
completa nella rilevazione di Pigliaru, sarebbe stata
graduale, a partire dal VI sec. a. C. quando Cartagine cacciò i sardi indigeni sui monti del centro
isolano; la società incominciò a passare dalla compattezza e omogeneità
Preistorica all’attuale (16).
I villaggi divennero universi
aventi ciascuno tante naziones (nazioni) proprio come il pianeta. Il
codice. della vendetta barbacina era un codice
internazionale che regolava le guerre tra le naziones,
tra gli stati costituiti dalle famiglie e parentele, sia da un punto di vista sincronico sia da un punto di vista
diacronico.
La vidda
(paese, da villa) non si concentrava in alcun luogo per
esercitare il suo potere normativo, neppure nelle piazzette, tranne he per le feste; era dispersa nelle strade, nelle case e
nelle menti degl' abitanti. Non poteva imporre alcunché di specifico e di concreto
in circostanze determinate. Aveva tuttavia i suoi codici che erano efficaci in
quanto dettati e dunque interiorizzati da tutti.
La famiglia aveva invece braccia
ed armi per conseguire i propri fini, per correggere le devianze interne e per
affrontare gli ostacoli esterni. Ma in questi ultimi trent'anni
la sua sovranità si è fatta sempre più labile e sembra avviarsi all'estinzione
in conseguenza della necessità e dell'offerta di un numero sempre più elevato
di occasioni esterne di obbedienza, di lavoro, di educazione, di assistenza, di
solidarietà, di giustizia, di gratificazione, di collocazione sociale. S'è
fatta una fonte normativa debole nei confronti di
altre contermini: la scuola che dà istruzione, la fabbrichetta
o l'ente che dà occupazione, l'ospedale e la mutua che danno assistenza
sanitaria, l'INPS che assicura la vecchiaia il pretore che «risolve» i
conflitti con le altre famiglie, i compagni di lavoro che danno solidarietà in
fabbrica e nel partito e così via.
3.6. L’ALIENAZIONE
DELLE RESPONSABILITÀ.
Si tenga però ben presente che il
processo in atto è caratterizzato da contraddizioni strutturali derivate dalla
compresenza di modi di produzione, modelli culturali (giuridici, linguistici,
etici, estetici, religiosi, politici etc.) sia residuali della tradizione
secolare interna (o vissuta come tale), sia innovatosi indotti dall’esterno o
risultanti da contatti con l'esterno.
Tra la famiglia e Ie nuove fonti normative
concorrenti è in atto un’accentuata «alienazione» reciproca di responsabilità
e di colpe. Da parte delle nuove fonti c'è da un lato una sfrenata
rivendicazione di competenze sull'individuale e sul sociale che esse poi non
sono in grado di esercitare con esiti soddisfacenti; dall'altro lato, proprio
in conseguenza della incapacità di esercitare queste competenze si registra
una tendenza a gravare la famiglia di nuove responsabilità alle quali non è preparata. Da parte della famiglia c'è ugualmente una
tendenza a conservare poteri che essa non e più in grado di esercitare; e per
altro verso essa si trova nella necessità di, svolgere funzioni che vengono sì,
in astratto, attribuite ad altri soggetti sociali e da questi anche reclamate,
come si diceva, ma che poi in concreto sono disattese.
L’alienazione delle colpe e delle
responsabilità nasce su questo terreno: la famiglia è pronta ad imputare alla
scuola la responsabilità della cattiva educazione dei giovani; e viceversa la
scuola non fa che imputare alle famiglie la cattiva educazione degli allievi. L'ammalato è palleggiato tra famiglia e
ospedale; il disoccupato grava sulla famiglia, ma gli organi pubblici
promettono e danno sussidi e cosi via.
Dopo essere stata per secoli una
fonte normativa antagonista e vincente nei confronti di uno Stato (su re) remoto,
la famiglia si scopre debole. La sua sovranità unitaria ora si disperde in una
molteplicità di fonti contraddittorie. Né lo Stato, né
Eppure è (deve essere) questo
l'obiettivo: creare una fonte normativa unitaria che abbia la stessa capacità
di dominare gli usi (codificandoli nell'interesse collettivo) della tecnologia
moderna che la famiglia aveva di
dominare gli usi della tecnologia arcaica nel proprio interesse. La mia convinzione è che quest'obiettivo
possa essere conseguito soltanto da una scuola che sia anche fabbrica e azienda
agraria, ospedale e ristorante, luogo di lavoro e di riposo, assemblea politica
e teatro, emporio e museo. Un discorso
incominciato in altra sede (18) che
sarà sviluppato nella parte conclusiva di questo saggio.
Nel trentennio si è quasi del
tutto estinta la fonte normativa spontanea o unanime costituita da sa 'idda. Sa Comuna, il Comune, che si muove nella logica degli enti
locali e nelle strettoie della legge statale ha ben poco a che vedere con
quello che sarebbe stato un potere unitario moderno risultante da un'evoluzione
interna, da un ulteriore sviluppo della fonte normativa costituita in Passato dalla
villa. Quest'ultima
non programmava il proprio lavoro normativo.
La sua norma scaturiva a posteriori dalla ripetizione dei gesti,
dall'accostarsi e fronteggiarsi delle case, dalla ripetizione dei passi e delle
parole, come i percorsi e i discorsi, con la stessa logica e la stessa
dialettica della norma linguistica, non programmata, ma risultante dagli scarti
e dalle fedeltà ai codici delle performances
individuali e per cosi dire private. Ora la sanzione che colpiva le devianze
individuali dai codici posti in essere dalla villa - essenzialmente sa
critica, la riprovazione universale, il controllo, che poteva determinare
un certo isolamento del deviante - è priva di efficacia. Quel che non
era lecito agli occhi della villa - per esempio, l'interruzione di un
fidanzamento che nella cultura locale era già un matrimonio - è lecito per
altre fonti normative ora accettate (la legge italiana e le consuetudini
«civili» continentali o cosmopolitiche divulgate anche dalla stampa più
scadente ma più diffusa come i foto-romanzi); ora puoi farlo se ti va di farlo;
sa 'idda
critichi quanto vuole (sa 'idda critiche' cantu cheret); se mai dovrai guardarti dalle sberle dei tuoi
genitori che ancora ci tengono a saldare il codice di comportamento
privato con quello dettato dal paese.
Cosi si assiste allo svuotamento e
all'abbandono dei riti di coesione dell'universo paesano: le nascite, i
fidanzamenti, i matrimoni, le morti e le feste si privatizzano, mentre prima
erano avvenimenti comunitari, ciclici e reversibili; e, privatizzandosi e riducendosi
all'essenziale, perdono la loro efficacia simbolica, il valore semantico del
quale appunto la comunità li arricchiva. Il paese non riconosce più un capo di
stato in chi nasce, in chi si sposa, in chi mette al mondo
figli, neppure in chi muore (19). Non si canta alla sua nascita, né alla sua
morte, come si era fatto per millenni.
Chi ha il morto in casa incomincia ad avere soltanto il problema ioneschiano di «come sbarazzarsene» alla svelta (20). La quantità di lacrime che strappa
la morte si è fatta avara come quella dei chicchi di grano che si gettano sugli
sposi. Non si nasce e non si muore più alla
comunità paesana (21), ma ad un
numero sempre più ristretto di intimi. E così la
comunità paesana tende ad estinguersi. Già Sebastiano Satta (22), agli inizi del secolo, aveva invitato le prefiche a
piangere appunto per la morte della comunità, che aveva incominciato ad
abbandonare i grandi riti nei quali riattualizzava le
proprie origini e le ragioni permanenti della propria esistenza. Le pro-loco pongono come folk quel che era
fino a ieri la cultura locale, collocandosi in un punto di vista esterno al folk.
Nessuno vuole un bambino fólk, né una moglie o un
marito folk, né un morto folk (23). Solo che prima
tutti i riti erano sentiti non come folk, bensì come cultura e basta, cioè come
elementi che creavano e arricchivano la coesione comunitaria,
I'istituzione degli altri in me e l'istituzione di me
negli altri.
Di vita comunitaria si sente
ancora e più che mai il bisogno, ma non si sa più come metterla in piedi. I tentativi sono tanti, ma e come se si fosse
smarrito il segreto magico che dava vita alla comunità. E il segreto era la reversibilità, la
ripetizione dei gesti, il rituale, la rigidità dei codici, ma soprattutto la partecipazione
di tutti alla istituzione di questi.
All'inizio degli anni Sessanta un ingegnere,
che nelle campagne di Bittì studiava un percorso
stradale per conto della Regione o della Cassa per il Mezzogiorno, sorpreso
dalla razionalità di un sentiero già esistente, chiese ai suoi accompagnatori bittesi chi lo avesse tracciato. La risposta fu: gli asini.
L'ingegnere, che veniva dalla
città, la interpretò come un tentativo di provocazione e provocò a sua volta:
E in mancanza degli asini, chi tracciava le vostre strade?
- In mancanza di asini, si
chiamano gli ingegneri -, risero gli accompagnatori. L’aneddoto veniva allora raccontato a scorno
degli ingegneri, ma ora lo si racconta per riconoscere che nel nostro tempo i
percorsi non possono più essere il risultato della ripetizione del passaggio privato
della gente e degli animali, ma devono essere invece progettati; insomma che il
risultato deve essere previsto esattamente prima di porre mano al lavoro,
perché manca il tempo per le correzioni in corso d'opera; in definitiva
per riconoscere che nel nostro tempo in
materia di strade cento asini sono una fonte normativa meno autorevole
(razionale) di un ingegnere, al quale però si chiede una capacità di
interpretazione dei bisogni comunitari pari a quella che poteva essere espressa
nei secoli da tutti gli interessati ad un percorso stradale. Sì passa dal bricolage, nel senso
chiarito da Lévi-Strauss ne La pensée sauvage appunto alla progettazione.
È un esempio del nuovo
atteggiamento assunto verso le fonti normative.
Quella familiare era stata efficace, ma troppo ristretta e si ripercuoteva
troppo lentamente su quella comunitaria; e quella paesana era appunto troppo
lenta e troppo disarmata: le nuove fonti (lo Stato, la Regione, il comune e
peggio i potentati economici interni e soprattutto esterni) dispongono di media
efficaci ma non riflettono la volontà e i bisogni collettivi.
NOTE
(1) Sinestesico
è il sincronismo funzionale posto in essere dal sistema nervoso centrale fra due o più estensioni (organi di
senso) in conseguenza della
stimolazione esterna anche di uno solo di essi.
Per un significato diverso
(usato nella critica letteraria), che qui però non ci interessa, v. Giacomo
Devoto, Civiltà di Parole, Vallecchi, Firenze
1965, p. 156.
(2) Samuel Beckett, Com’è, Torino
1965; infatti qui Belacqua è «afflitto da misteriose amputazioni ». Non è diverso da quello degli animali più semplici il
meccanismo dei calcolatori, della machina sopora di
Ross Ashby o della tartaruga
vagante di Grey Walter, machina speculatrix, complessi
di circuiti elettronici simili
agli archi riflessi nella spina dorsale di un animale. «Ciò a cui mirano i prodotti di alta elettronica di Ashby e di Walter - scrive Jagjit
Singh, op. cit., p.
19 - è simulare l'attività mentale del cervello, cioè i suoi processi di pensiero
in modo rudimentale ove la fibra nervosa è sostituita dal filo elettrico, la
carne da aggeggi metallici e la misteriosa pulsazione della fibra nervosa vivente
da onde elettromagnetiche ».
(3) V. Eric
Berne, A che giochiamo, Bompiani, Milano 1967.
(4) In questa chiave possono essere
lette anche le acquisizioni delle ricerche sulla comunicazione tra gli
animali. V. Bil
Gilbert, Il linguaggio degli animali, Milano,
Mondadori (Sugar), 1966; Hubert e Mable Frings, La comunicazione animale, Boringhieri, Torino 1971.
V. inoltre
Algirdas J. Greimas, Semantica strutturale, Rizzoli,
Milano 1968, p. 13: «Nel caso degli insiemi significanti artificiali gli
elementi discreti sarebbero dati a priori, mentre gli insiemi
significanti naturali metterebbero in luce le unità discrete costitutive di
essi soltanto a posteriori». Ma
non si possono affrontare qui i problemi teorici e filosofici della comunicazione. Per un primo approccio vedi: Adam Schaff, Introduzione alla semantica, Editori
Riuniti, Roma 1965; Umberto Eco, Trattato di semiotica, cit.; Tullio De Mauro, Introduzione alla semantica, Laterza, Bari 1965; Stephen Ullmann, La semantica, Il Mulino, Bologna 1966;
Eugenio Coseriu, Teoria del linguaggio e
linguistica generale, Laterza, Bari 1971; Willard Van Orman
Quine, Il problema del significato, Ubaldini, Roma 1966; C. K. Ogden
e I. A. Richards, Il significato del significato, Il Saggiatore, Milano 1966; Luis J. Prieto, Principi di noologia, Ubaldini, Roma
1967; Marcello Durante, La linguistica sìncronica,
Cit.; 1 Pierre Guiraud, La semantica, Bompiani,
Milano 1966; Flavia Ravazzoli, Linguistica, Edizioni accademia, Firenze
1975. Possono essere utili anche i
manuali più agili come Jean Perrot,
La linguistica, Valmartina, Firenze 1968; John T. Waterman,
Breve storia della linguistica, La Nuova Italia, Firenze 1968.
Inoltre A. J. Greimas,
Del senso, Bompiani, Milano 1974, pp.
49-94. Da leggere anche A. A. Leont’ev, Teoria
dell'attività verbale (la psicolinguistica in URSS, con prefazione di Tullio De
Mauro, Laterza, Bari 1973) e in particolare il saggio
di V. M. Pavlov, La facoltà di linguaggio come
materia della scienza linguistica: «La stessa formazione segnica è impossibile nel cervello, se non si
trasforma in qualcosa di materiale fuori della testa dell'uomo, perché
il segno deve essere dato dalla percezione (anche) come oggetto esterno
rispetto all'apparato percettivo umano. [... ] Condizione affinché il segno possa
mantenere la sua qualità specifica è, quindi, che il destinatario del discorso
percepisca il «corpo» del segno codificato nel mezzo intersoggettivo e lo
comprenda» (pp. 55-56). (indietro)
(5) Ne aveva parlato l'On. Pietro Nenni alla vigilia dell'ingresso del suo partito nei
governi di centro-sinistra.
(6) Com'è ben noto, la teorizzazione marxista e leninista pone lo stato appunto
come « strumento » di oppressione delle classi dominanti su quelle strumentali
e subalterne.
(7) I resoconti stenografici dei
dibattiti in assemblea pubblicati dagli uffici del Consiglio costituiscono,
insieme con gli organi di stampa quotidiana, documenti di lettura
indispensabile per lo studio delle trasformazioni culturali della società sarda
nell'ultimo trentennio e per la conoscenza delle posizioni via via assunte dalle forze politiche e dalla cultura ufficiale
(colta). Gli organi dì stampa che nel
trentennio hanno avuto maggiore continuità sono i seguenti: (quotidiani) L'Unione
Sarda,
Si consiglia anche la lettura: a)
degli atti della Commissione speciale di indagine del Consiglio regionale sulle
zone interne a prevalente economia agro-pastorale; b) degli atti della
Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna;
c) degli elaborati della prima commissione di studio del Piano di rinascita; d)
della rivista dell'assessorato regionale al piano: La programmazione in
Sardegna. Da vedere inoltre i
resoconti dei parlamentari sardi alla Camera e al Senato e ancor prima alla
Costituente e alla ConsuIta nazionale.
Particolarmente impegnati alla ridefinizione del rapporto
della società sarda con quella nazionale risultano gli interventi di alcune
personalità politiche sarde come Emilio Mastino, Renzo Laconi,
Giov. Battista
Melis, Salvatore Mannironi,
Mario Berlinguer, Luigi Polano,
Antonio Cassitta, Ignazio e Luigi Pirastu,
Umberto Cardia, Girolamo Sotgiu, Lorenzo Isgrò, Luigi Berlinguer, Giovanni
Berlinguer, Francesco Cossiga,
Antonio Maxia, Antonio Segni, Luigi Marras, Gonario Pinna e Giuseppe Tocco.
Per il periodo luglio 1944-fine
del 1946 è indispensabile la lettura degli organi di stampa che allora si
pubblicavano. Il dibattito teorico era
vivo soprattutto nei settimanali Riscossa, il Solco, il lavoratore, Il
Corriere di Sardegna già citati. V.
in particolare le introduzioni alle antologie pubblicate dalla EDES di Cagliari e soprattutto quella di Manlio Brigaglia all'antologia di Riscossa. (indietro)
(8) L.C. 26 febbraio 1948, n. 3. Per
la legislazione regionale v. Giuseppe
Contini, Codice delle leggi della Regione Sarda, Giuffrè, Milano 1977.
(9) Cfr. Giuseppe Contini, Lo Statuto della
Regione sarda (documenti sui lavori preparatori), Milano, Giuffrè 1971. V.
anche AA.VV. (G. Contini, G. De,
Grazia, S. Zoppi, V. Rovigatti, R. Richardson, G.
Granaglia, G.Negri,
P. Ungari, G. Lilliu, A. BoscoLo e M. Pira),
Formazione e gestione della cultura nello Stato federale e in
quello regionale, Giuffré, Milano 1974.
(10) Di questa fondamentale questione, rilevata soprattutto agli inizi della prima legislatura dei Consiglio regionale dai rappresentanti del Partito sardo d'azione, si è parlato ben poco nell'Isola in seguito, sia in sede politica sia in sede dottrinaria.