V.
LE IDENTITA’ TRIBALI E DI CLASSE DALL'ISOLAMENTO AL
CONTATTO FRA CULTURE.
«Antichi popoli considerati spenti sono suscitati alla
vita e nuove civiltà si creano. Il volto
della terra è veramente trasformato.
Siamo ormai nel pieno della civiltà storica e dei voli alla luna. Ma
(Emilio Lussu, 1959)
5.1. L’IDENTITA’ E GLI
EFFETTI DEL CONTATTO FRA CULTURE.
Negli anni Settanta, essendosi diffusa la coscienza del
carattere non naturale bensì storico-culturale del lavoro linguistico compiuto
attraverso il tempo dai sardi nella loro lingua, è anche affiorata una
tendenza ad accentuare il valore oppositivo della lingua sarda (in quanto
tale) nei confronti della lingua italiana e a sopravalutare i significati
politici di questa contrapposizione.
Si registrano anche tentativi espliciti di estensione
alla Sardegna dei nazionalismi rivoluzionari del terzo mondo. Ma le acquisizioni
del movimento anticolonialista non possono essere estese meccanicamente alla
realtà sarda. Non si può più considerare il contatto tra la cultura interna
all’Isola e quella esterna alla stregua di un contatto tra «culture globali». A
mio modo di vedere i problemi dell’identità socio-culturale della Sardegna non
si pongono più in termini di rapporti tra etnie, ma tra microetnia e
macroetnia. E del resto la stessa
identità etnica «si sviluppa solo partendo dal confronto con le altre etnie e
dal differenziarsi dalle altre». In Sardegna siamo al di l'à
di questo stadio (1).
Nessuna società può essere vissuta (e tanto meno vive oggi quella sarda) in un suo stato di quasi isolamento
disponendo integralmente «di quel margine di libertà che l'adattamento all'ambiente
in cui è situata le lascia» e che la farebbe «capace in teoria di
conservare inalterati i propri punti di equilibrio e di evolversi secondo la
propria logica» (2).
Di una società così isolata Balandier dice
che «avrebbe la possibilità di conservare un’armonia che le è specifica
perché, come ha detto C. Lévi Strauss, "sarebbe in certo modo una
società a tu per tu, con se stessa"», subito precisando però
che questa è soltanto un’ipotesi, perché in realtà «il contatto esiste sempre,
anche fra società ritenute estremamente 'primitive' e agisce instaurando la
dominanza delle une e sviluppando, in seno alle altre, discordanze e squilibri
più o meno pericolosi» (3).
Balandier cita la considerazione di Lévi-Strauss sulla
pseudo-arcaicità di certe società indiane d'America: «quelle che potrebbero
sembrare più autenticamente arcaiche sono zeppe di discordanze in cui si scopre
il segno inconfondibile dell'evento» (4). E si tenga presente che la considerazione è
attenuata perché riferita a contatti fra società compatte.
Quando l'aspetto relazionale esaminato riguarda intensi rapporti
tra una società forte ed una debole, la misura dell’efficacia dell'evento anche nelle
strutture è macroscopica. Quando non vuol tener conto di questa acquisizione dì
ordine generale la tendenza alla ricerca dell'«autentico» in Sardegna a forza
di espungere eventi esterni finisce per trovarsi in mano poco più che un vago
nulla; a furia di cancellare «l'evenemenziale» si distrugge anche lo strutturale,
cercato in un tempo sempre più remoto: questo elemento non sarebbe
autentico perché indotto dalla cultura italiana, quell’altro istituto sarebbe
da respingere perché introdotto dalla Spagna, quell'altro ancora non è «sardo»
perché fu un'intrusione pisana, e così via, fino ad andare oltre la
romanizzazione dell'Isola, alla civiltà nuragica e magari alle domande senza
risposta sul protosardo pregreco e prelatino, cioè fino ad entrare nella
regione del remoto nella quale affonda radici e mette rami e foglie e fiori il mito (come
osserva Balandier, ecco gli africani cercare la loro autenticità storica
nell'antico Egitto, o anche nei testi del colonizzatore, purché lo smentiscano,
come
Persino gli studi di Antonio Pigliaru sulla vendetta
barbaricina possono essere strumentalizzati in questa chiave: per esempio la
sua scoperta del fatto che ai codici locali sono state negate, dalla presenza
di codici esterni, le possibilità di ulteriori autonomi sviluppi può essere
fatta apparire come una oggettiva opposizione di Pigliaru alla comprensione
dell'evento perturbatore nella prospettiva di una rivalutazione assoluta della
struttura preesistente e delle sue virtualità.
Non credo che questa lettura «possibile» di Pigliaru sia
corretta. Egli avvertiva che il problema centrale è quello della relazione
dialettica tra una pluralità di codici e di fonti normative, a suo modo Il
codice della vendetta barbaricina è già uno studio di carattere relazionale nel senso invocato da Balandier. Anche Pigliaru sapeva quel che ci dice Balandier: «I processi interni di mutamento sono
diventati di secondaria importanza rispetto ai processi 'condizionati'
dall'esterno, che sfuggono al diretto controllo della comunità» (5). Occorre sottolineare che Il
problema politico oggi e invece quello della istituzione e del
potenziamento del controllo da parte delle comunità degli effetti del
contatto, non è già quello di Porre fine al contatto, anche se
questo ha, in atto, effetti soprattutto negativi, perché: «Le zone 'forti' che
si costituiscono grazie agli scambi ineguali possono
conservare il proprio dinamismo solo mantenendo inalterato il carattere
depressivo delle zone 'deboli' con cui sono in relazione; cosa evidente entro
uno stesso contesto nazionale, ove troviamo regioni in cui il ritardo si accentua,
e nel campo delle relazioni internazionali, dove lo scarto differenziale fra
nazioni si allarga» (6).
Occorre una nuova riflessione sulle conclusioni alle
quali sembrano essersi fermati gli studi relazionali riferiti alla Sardegna.
Balandier analizzando i miti politici di colonizzazione e
di decolonizzazione distingue tre fasi: la prima è quella del mito
rappresentante l'integrazione del fenomeno coloniale nella cultura del
colonizzato, che così crede di padroneggiarla, «il sincretismo consente di
captare indirettamente i valori del
colonizzatore e di competere con lui» (7).
Una regione che, come
Nella rivolta nuorese la parola d'ordine è «tornare al
conosciuto» (tornare a su connottu) che è si, anche la tradizione, ma ha anche un senso
specifico: «il conosciuto» è l'insieme dei beni dei quali si è sempre avuta in
diacronia la disponibilità (si tratti di proprieta privata o demaniale) che si
eredita.
Nella formazione del Psd'A nel
primo dopoguerra sono presenti anche motivi di rivolta «contro i
collaborazionisti» della colonizzazione «rivolta contadina contro le autorità
'compromesse’ e insieme... rivendicazione nazionalistica unita a una azione
spiccatamente rivoluzionaria» (la direbbe Balandier (8) che usa questo schema per la rivolta dei Mau Mau)
«relegata nel tempo del mito» e dunque non ancora situata «nel tempo di
una storia accettata come realtà» e perciò fallita (in parte, nei suoi
obbiettivi immediati), come quella dei Mau Mau.
La terza fase è quella del passaggio dal mito
all’ideologia politica, che recupera anche i miti delle fasi precedenti
della resistenza e della rivolta (la formazione del Partito Sardo d'Azione è
sostanzialmente da collocare in questa prospettiva).
L’ideologia che meglio rappresenta questa fase è per
l'Africa la teoria della negritudine come venne formulata da Léopold Senghor
e presentata da Sartre come un mito e come un mezzo per negare la supremazia
dei bianchi.
Quelli che adesso in Sardegna parlano di sardidade tendono
a riferirsi più alla letteratura sulla negritudine che al mito sardista, al
quale tuttavia non sarebbe male riconoscere la primogenitura storica, almeno in
Sardegna. Come la negritudine per i
paesi africani, il sadismo per
Possiamo noi dimenticare che le più giovani energie della
Sardegna sono ormai coinvolte attraverso l'emigrazione e attraverso la cultura
scolastica e di massa nelle sorti della classe operaia di un'area, quella
italiana ed europea, a sviluppo industriale avanzato? Non pare che ciò sia
possibile. Ma non si presume di poterne dare qui tutte le ragioni, e nemmeno
quelle più importanti.
La ragione che so veder meglio, è ancora di ordine
culturale: cioè la misura del coinvolgimento diretto delle masse lavoratrici
dell'Isola nei processi di lotta di classe che si svolgono appunto sul terreno
nazionale ed europeo. Il modo più efficace da parte dei sardi di contribuire a
far trionfare anche il socialismo africano mi pare sia quello di far trionfare
il socialismo nel proprio paese, nella propria area economica, sociale e culturale.
Una rivoluzione fatta in lingua sarda, a prescindere dai
suoi contenuti, non Pare più matura e probabile di una rivoluzione fatta in
lingua italiana. Non si perda di vista la bussola offerta dalla linguistica,
che segnala l'esistenza di un movimento operaio forte e agguerrito parlante
l'italiano, mentre nei dialetti di lingua sarda siamo appena ai primi ingenui
tentativi populisti di traduzione, di messaggi rivoluzionari. Anche localmente
la riflessione, l'elaborazione teorica e politica rivoluzionaria avviene in
lingua italiana.
5.2. UN'IDENTITA’ IN DIVENIRE.
Ma il problema non è poi quello di scegliere l’una o
l’altra lingua per fare la rivoluzione della cultura e della società. Il problema
è quello della, individuazione dei contenuti da dare alla liberazione e alla
ricostruzione della identità.
Gli americani hanno fatto una rivoluzione sia pure di
coloni e non di colonizzati, dunque non anticolonialista nel senso
contemporaneo del termine, parlando la lingua della madrepatria inglese e non
le lingue indiane. La pretesa di
assimilare i sardi d'oggi più agli irochesi (10) che ai visi pallidi è tanto suggestiva quanto
intellettualistica e deriva da un forte complesso di colpa, certo sempre
salutare, ma non tiene conto della realtà storica.
Ci si guardi bene tuttavia dal rischio di sottovalutare e
scoraggiare la tendenza della cultura avanzata al recupero e all'ulteriore
sviluppo della specificità culturale e soprattutto delle implicazioni di
questa. Sono finiti i tempi in cui si poteva disporre delle cose sarde e dei
sardi ignorandone codici e messaggi, cultura e volontà.
Il Vicerè non aveva alcun obbligo di essere bilingue;
alla traduzione dei suoi ordini potevano provvedere intellettuali bilingui
suoi dipendenti. Il presidente della Regione (per dire le istituzioni e
organizzazioni politiche sarde autonomiste) ha l’obbligo di essere
compiutamente bilingue: il suo compito non è quello di trasmettere ordini di
una sovranità esterna bensì quello di farsi estensione di una sovranità interna
partecipando alla costruzione di questa.
Egli deve capire quel che si vuol fare della Sardegna da
parte dei poteri esterni all'Isola, ma anche e soprattutto deve capire quel che
Ma l'obbligo di farsi compiutamente bilingue (cioè in grado
di conoscere criticamente e di dominare tutti i codici) incombe soprattutto
sulla classe operaia, alla quale si pone il problema del superamento sia delle
distanze dalla classe operaia nazionale e internazionale sia delle distanze
esistenti al proprio interno, fra i ceti che la compongono, se, per usare
termini gramsciani, (11) essa «vuole
elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente», essere «guida di se stessa»,
e non già «accettare passivamente e supinamente dall'esterno l'impronta» che si
vuol dare alla sua identità, partecipando cosi «attivamente alla produzione
della storia del mondo».
Al di fuori di questa scelta, della scelta di un compiuto
bilinguismo, che incida e insista nel continuum culturale,
c'è ormai la certezza di finire,
come Capuccetto Rosso, mangiati dal dal lupo che sa imitare la voce della
nonna, cioè è bilingue (12). Oppure si
finisce come il topo della storiella raccontata da McLuhan e attribuita ai
separatisti del Quebec: il topo inseguito dal gatto scopre finalmente un buco
sotto il pavimento, dove nascondersi. «Dopo un po' sente uno strano rumore,
tipo "bau bau, grr grr" e capisce che deve essere arrivato il cane a
scacciare il gatto. Allora salta fuori dal buco e il gatto l'acchiappa. Mentre
se lo sta pappando, il gatto osserva: "Sai, è utile essere bilingui"»
(13).
Con l'istituzione della Regione Autonoma a Statuto
Speciale, in Sardegna, sono passati in seconda linea, per qualche decennio, i
problemi della ricerca della identità culturale. La pseudoborghesia sarda,
ormai «acculturata», anziché volgersi alle problematiche, dell'affermazione
della propria autonomia culturale, ha dedicato ogni suo sforzo alla realizzazione
del progetto di assimilazione di sé alla borghesia delle altre regioni «più
evolute», accettando di fatto una condizione subalterna e privilegiando le
problematiche economicistiche. Paradossalmente, con l'autonomia regionale, la
tendenza borghese all'unità italiana come uniformità si è venuta accentuando.
Fra gli intellettuali della sinistra soprattutto in
questi ultimi anni, si è venuto sviluppando il sospetto che dietro l'autonomia
regionale siano passati un più efficace depotenziamento della cultura locale e
una più diffusa e più radicale penetrazione nell'Isola del neocolonialismo
interno. Forse, giustamente, i baschi (fino alla morte di Franco), pensavano
che, rispetto alla loro condizione, quella della Sardegna fosse già
privilegiata, ma i sardi imparavano anche dai baschi che i problemi
dell'identità culturale sono non meno importanti di quelli dello sviluppo
economico.
Anche in Sardegna questi problemi emergono con la
crescita delle classi sociali subalterne. Alla prima generazione di cattolici
che gestì l'autonomia regionale per conto delle forze nazionalmente dominanti
è seguita una generazione di cattolici, i quali ritengono con Giovanni XXIII
che «tutto quanto si faccia per reprimere la vitalità delle minoranze etniche viola gravemente gli
obblighi della giustizia» e che «è, al contrario, chiaramente rispondente ai criteri della giustizia che i governanti si consacrino a
promuovere con efficacia i
valori umani di dette minoranze, specialmente in quanto concerne la loro lingua, cultura, tradizione» (Pacem
in terris nn. 95 e
96).
Per avere riaffermato la validità di queste assunzioni,
il vescovo di Bilbao, Monsignor Antonio Añoveros, si era meritati dal regime
franchista gli arresti domiciliari. In Sardegna l'affermazione di questi principi
non conduce in galera, ma ciò non toglie che di fatto
l'ingiustizia della compressione e cancellazione dei valori etnici,
linguistici e culturali isolani continui senza freni, esclusi come sono, questi
valori, dai canali di comunicazione che oggi hanno la forza di depotenziare
tutti gli altri (mi riferisco alla stampa, alla radio, al cinema e alla
televisione), oggi che i verba (registrati)
manent non meno degli scrípta (e che, in ogni modo, attraverso i
nuovi media, si superano barriere di spazio e tempo che nel passato solo
la scrittura riusciva ad attraversare e in misure di quantità di informazione
minori).
La comparsa e la diffusione dei media elettrici ha
portato ad una tale crescita della misura di esposizione dei sardi ai modelli e
ai codici culturali dominanti nazionalmente, quale né la scuola né la stampa
avrebbero mai potuto conseguire. Le conseguenze di ordine culturale di questo
evento sono al momento incalcolabili, ma è evidente la necessità. direi
l'urgenza, di studi approfonditi in questa direzione.
I nuovi media esaltano simultaneamente quel che
Saussure chiamava esprit de clocher (che forse non è più da tradurre con
«campanilismo linguistico») e la tendenza, opposta, allo scambio, dallo stesso
Saussure, chiamata force d'intercourse.
Nel mare magnum del «sincretismo» (Morin), che caratterizza la
comunicazione planetaria della seconda società industriale, la previsione di
una scomparsa dei dialetti incomincia ad apparire meno ragionevole di quanto
potesse apparire fino a qualche decennio fa, quando le integrazioni sembravano
possibili soltanto nella logica dei sistemi «centro-marginali» (M. McLuhan).
La figura del miga (così chiamata dal modo in cui
certi italofoni sardi, carabinieri, poliziotti, guardie di finanza,
domestiche, pronuncino la parola italiana mica) è, quella di chi ha
dovuto (o creduto di Poter) abbandonare il dialetto senza inoltrarsi molto nella conoscenza critica ed
esecutiva della lingua italiana, ma che tornerà
al dialetto, con esclamazioni cadenti nel territorio dei tabù linguistici (14), in circostanze drammatiche, nelle
quali l'appartenenza interiorizzata di un individuo ad una cultura si prende le
sue rivincite sulle «scelte» rinneganti che egli credeva di aver operato. In
questi casi cade di colpo la cultura d’accatto del miga ed esplode il
grido della cultura tradita e rimossa.
Ho assistito spesso al ritorno fulmineo e inatteso al dialetto di
persone anche ben più acculturate del miga. Ricordo, in particolare un
uomo politico che, colpito nel corso di una riunione da un manrovescio di un
suo collega di partito, aveva già rinunciato a reagire, ma quando si accorse di
perdere sangue dalle labbra si slanciò come una furia sul suo avversario
urlando: Su sambene meeeu!
Lassademilu chi lu bocco! (Il sangue miiio. Lasciatemelo che lo uccido).
5.3.
NECESSITA’ DI ULTERIORI RICERCHE SUGLI EFFETTI DEL CONTATTO.
Poiché, come dettava Ferdinand
De Saussure (15), «nella vita degli
individui e delle società il linguaggio è
un fatto più importante degli altri», non pare che le questioni qui
trattate possano continuare ad essere trascurate dal potere politico
democratico. E il discorso che è fatto per il bilinguismo verbale vale anche
per «tutti gli altri sistemi del medesimo ordine» per ciò che questi «hanno in comune con la lingua» (16).
Non è questo il luogo per una digressione sulle conquiste
che i progressi della linguistica moderna hanno consentito alle altre scienze dell'uomo
e in primo luogo all'antropologia strutturale.
Come prevedeva Saussure (17), i
riti, i costumi ecc. «considerati come
segni» appaiono finalmente «in un'altra luce»; li si colloca
e li si raggruppa nella «semiologia» (Saussure) o nella «linguistica» (Roland
Barthes) (18); e li si spiega con le
leggi della nuova «scienza
delle significazioni».
Abbiamo almeno parzialmente ricostruito le vicende
linguistiche isolane, mostrando come l'Italia pur essendo una nazione
caratterizzata da una forte presenza di varietà dialettali (19), ha seguito anche in materia di politica linguistica
l'esempio uniformante della Francia (anziché quello
della Svizzera), reprimendo non soltanto i propri dialetti ma anche altre
lingue romanze presenti nel proprio territorio.
Ma questa ricerca di «linguistica esterna» (20) deve essere estesa dai codici della
comunicazione verbale al «bilinguismo» degli altri sistemi di segni presenti
nell'isola. Si è più volte accennato alla distanza e conflittualità esistente
tra i codici giuridici locali da una parte e quello ufficiale nazionale
dall'altra.
Le ricerche sulle conflittualità dei codici o sistemi di
segni sono da intraprendere con rigore scientifico per consentire alle rappresentanze
politiche, sia nazionali sia regionali, di passare dalla conoscenza esecutiva
ad una conoscenza profonda dei conflitti fra codici.
Queste ricerche dovrebbero finalmente condurre ad una
individuazione esatta dei diversi gruppi sociali che si sono dati codici
differenziati e alla misurazione delle ragioni che ogni gruppo ha di attenersi
o di allontanarsi dall'osservanza di questi e altri codici.
5.4. FIGURE
SOCIO-CULTURALI E VICENDE CONTRAPPOSTE DEL PASTORE E DELl’INTELLETTUALE.
Per i sardi nati nel ventennio tra le due guerre e giunti
a maturità nel periodo immediatamente successivo alla caduta del fascismo l'esposizione agli elementi culturali altri da
quelli della propria famiglia e del proprio villaggio incominciava a sei-sette
anni con l'impatto nella scuola elementare (21).
Ma soltanto per chi proseguiva gli studi, dopo le elementari,
l'esposizione alla cultura esterna cresceva fino a diventare di alta intensità
e di alta frequenza col trasferimento nelle città sarde e, in maggior misura,
col trasferimento nelle città della Penisola. Prima o poi, in questo processo avveniva un ribaltamento: la
quantità dell'esposizione alla cultura nazionale superava la quantità
all'esposizione alla cultura di provenienza. E la quantità, trasformandosi in
qualità, produceva una coscienza più o meno lucida di un’appartenenza, non più
alla cultura del villaggio di origine bensì alla cultura-obiettivo, che,
provvisoriamente, chiamerei nazionale-borghese per sottolineare la sua
connotazione sociale allora prevalente.
In questo viaggio, in questo percorso dall'alfa
rurale-paesano all'omega urbano-borghese, dobbiamo vedere uno dei tratti distintivi
dell'intellettualità sarda soprattutto di estrazione interna (rustica o viddaresa
che fosse) (22).
Per ora il termine «intellettuale» è assunto
nell'accezione più ampia possibile, che è quella del termine «istruito»
designante nella lingua-cultura sarda il ruolo e lo statua appunto
dell'uomo che traeva il proprio reddito «dalla penna» (dall'applicato comunale
al prefetto, dal maestro elementare al ministro della pubblica istruzione) e
avente una connotazione sociale ben precisa, che ne faceva un sinonimo del
termine «signori».
Per quanto fossero ricchi i proprietari terrieri non
istruiti non erano considerati «signori» bensì «prinzipales», cioè egemoni sì
ma all'interno della società e della cultura rustiche.
La meta degli studi, come già rilevato da Gramsci, il
quale privilegiava questo aspetto, era il passaggio
alla classe superiore o la conferma dell'appartenenza ad essa, perché, come ha
scritto Wright Mills, «il miglior modo di entrare a far parte della classe
dirigente è quello di nascervi dentro» (23).
Classe superiore significava però anche cultura
superiore; anzi il passaggio a questa funzionava da giustificazione morale
dell'altro passaggio, quello di classe.
Infatti il trasferimento all'altra cultura (sia che si guardasse a
questa come ad una cultura effettivamente altra, sia che la si considerasse
come livello superiore di un continuum culturale avente nei codici del
villaggio il livello più basso) implicava anche l'autoespulsione, in ogni modo
l'oggettiva esclusione dalla cultura di provenienza.
Come è stato rilevato da Antonio Pigliaru, di fatto, gli
intellettuali anche se figli e fratelli di pastori, erano esclusi dal «noi
pastori»: non erano, per esempio tenuti ad applicare il codíce della vendetta, non erano titolari dell’obbligo di
vendicare l'offesa con i mezzi e nelle forme previste dal codice locale,
potevano invocare un «superiore motivo morale» (24); e il motivo altro non era se non l’obbedienza dovuta
ad altro codice, del quale magari ci si serviva per una vendetta più subdola e
più carognesca resa possibile dall’uso di strumenti clientelari in vicende
processuali colte, e in ogni modo dall'uso dei media caldi.
La vendetta del «noi pastori» si serviva di media freddi,
il coltello per es., e in questo caso si diceva consumata a «ferru vrittu» (= a
ferro freddo) perché il massimo del «caldo» producibile nell'ambito della
cultura del «noi pastori» era la fucilata che a sua volta risultava abbastanza
fredda rispetto al medium caldo
costituito dalla giustizia corta.
L’intellettuale si poneva come mediatore linguistico e
giuridico tra la cultura locale e quella esterna;
traduceva, in quanto bilingue, elementi dell'una nell'altra; ma nella
traduzione interferiva notevolmente il modello culturale della classe (o ceto)
di appartenenza del traduttore (25).
I ritorni, anche se frequenti e persino quotidiani, alla
cultura di provenienza erano soprattutto strumentali, finalizzati all'affermazione
dell'egemonia della cultura esterna e della classe sociale di appartenenza.
Perciò la partenza di chi «andava a studiare» da parte di chi «restava a terra»
era spesso paragonata a quella del fumo che appunto non ritorna.
La lingua italiana (e la connessa cultura) aveva un altrove
nel quale bisognava andare
e soggiornare a lungo per conquistarla; e chi riusciva a conquistarla era
legittimato a cambiare la propria identità (persino il proprio nome).
L’accumulazione culturale realizzata nell'altrove dava all'intellettuale un
alibi (appunto un altrove) per tutta la vita, anche se tornava al paese.
Ritornavano il medico, il prete, l'avvocato, il maestro
elementare, il farmacista, il veterinario; e spettava appunto a questi personaggi
bilingui la gestione del contatto fra la cultura esterna e quella interna al
paese, da loro poste come livelli superiore e inferiore. Erano anche in questo
senso «signori»; avevano anche un ruolo
educativo.
Nel secolo scorso l'esattore di Bitti, Ciriaco Antonio
Tola, illustrava in versi dialettali alcune tecniche agrarie (26) e spiegava sempre
in versi il Saul di Vittorio Alfieri che egli stesso aveva fatto
rappresentare nel paese. Ma quel che i signori istruiti chiedevano ai loro
interlocutori era essenzialmente il riconoscimento deila superiorità della
cultura esterna e del potere esterno.
Non potevano mettere in questione i valori della cultura esterna senza
mettere in questione anche il ruolo della propria classe, che localmente
rappresentava la classe nazionalmente dominante.
Di segno totalmente opposto era la vicenda di chi,
terminate o interrotte le scuole elementari, restava nel villaggio (abitato o
agro). Per lui la misura dell’esposizione alla cultura italiana sì facava
sempre più scarsa sino a ridursi quasi a zero, con la sola eccezione della
breve, improvvisa, traumatica parentesi dell'esposizione
assoluta costituita dal servizio militare; che era però appunto una parentesi: due giorni dopo il ritorno (qui
un ritorno c'era), il giovane pastore barbaricino aveva già ripreso a parlare
il suo dialetto, ad indossare gli stessi abiti, compiere gli stessi gesti,
riprendere in mano gli stessi oggetti (27),
cantare le stesse canzoni, ballare gli stessi balli di prima. Insomma il viaggio del pastore non era
irreversibile come quello del suo coetaneo «studiato», non approdava ad un
altrove. E del resto il tempo della
cultura locale era vissuto come un tempo reversibile, mentre quello della
cultura nazionale-borghese era irreversibile nel senso che a questi termini è
stato dato in particolare dal Saussure degli «Anagrammi», da Marcell Mauss,
Lévi Strauss, Eliade ed altri (28).
5.5.
VERSO UNA CONVERGENZA DELLE DUE FIGURE E DEI DUE PERCORSI.
Ma vediamo che cosa accade nella sincronia del nostro tempo
ai due personaggi che abbiamo preso come coppia oppositiva espressa dalla
cultura locale nella relazione con la cultura esterna. Le loro partenze, i loro
percorsi e le loro prospettive attuali non sono più quelle di
mezzo secolo fa. Li abbiamo visti prima assimilati soltanto fino al
momento della frequenza della scuola elementare. La novità è che ora anche gli ulteriori
percorsi hanno cessato in qualche misura di essere divaricanti.
L’esposizione ai messaggi e ai codici della cultura italiana
(che a questo punto non possiamo più chiamare nazionale-borghese, perché non è
connotata soltanto dalla borghesia, anche se continuiamo per ora a parlarne,
per comodità espositiva, come di una categoria omogenea) incomincia non più ai
sei-sette anni, ma fin dalla prima infanzia per entrambi i nostri personaggi.
Essi sanno appena camminare e già la radio e il televisore li raggiungono con
messaggi provenienti da una cultura che sta ancora in un altrove, ma che, nella
misura in cui manda fin qui i suoi messaggi, sta anche qui. Il fatto che il
paese non partecipi all'elaborazione dei messaggi radiofonici-televisivi e
stampati in lingua italiana sta a significare che esso ancora non interviene
efficacemente nel controllo e nella modificazione dei codici esterni, ma deve
cercare di adeguare ad essi quelli interni, i propri.
Durante il fascismo gli apparecchi radio nei paesi della
Sardegna interna si potevano contare sulle dita di una mano. Avevano la radio
(e l'avercela era già, un segno di gran distinzione; non per nulla la radio era
ancora un mobile-monumento) il medico, il prete, il farmacista, il veterinario,
l'esattore, il podestà, qualche maestro elementare e insomma gli
intellettuali-signori.
Soltanto quando parlava Mussolini (cioè la personificazione
dei codici esterni, addirittura «la cultura» tout court, tutto il resto
essendo soltanto «ignoranza») l'apparecchio del maestro-podestà o del
maestro-segretario del fascio veniva installato in una finestra che affacciava
sulla piazza principale dove la gente era convocata non tanto per ascoltare il
contenuto del messaggio quanto per assistere ad un prodigio: quello di una
voce cosi potente da coprire la distanza mitica esistente tra il remoto altrove
nel quale parlava e il paese (il dove la si ascoltava). In questo caso il medium era veramente il messaggio (29).
C'erano però ancora paesi «fortunati» i quali, non avendo
ancora la corrente elettrica e avendo invece altissime percentuali di
analfabetismo, venivano in più accentuata misura risparmiati dalla presa
del centro sulla periferia realizzata attraverso i media caldi
(radio e stampa) estensioni specifiche della capitale.
Questi paesi continuavano a considerarsi l’ombelico del mondo, universi compiuti, centri a se
medesimi, cioè a privilegiare il
sacro rispetto al profano, il tempo reversibile rispetto a quello irreversibile
(30).
Oggi la diffusione dei mass-media e i loro
effetti, a cominciare dalla caduta degli indici di analfabetismo, espongono
anche chi «non va a studiare» alla cultura italiana e ai suoi messaggi in
misure non molto distanti da quelle del coinvolgimento di chi studia. Anche
nell'ovile più sperduto la radio a batteria porta voci che parlano e cantano in
italiano e non di rado anche in altre lingue. Solo in questi ultimissimi anni si e registrata una crescita dell'emittenza locale anch'essa
generalmente italofona, ma con eccezioni più frequenti di uso del sardo, dopo
il primo tentativo fatto nel ‘67 e nel '68 col Controgiornale di Radio
Sardegna che fu la prima trasmissione bilingue messa in onda
settimanalmente da Radio Cagliari.
Nel ventennio fra le due guerre, anche gli elementi
dell'altra cultura appresi sui banchi di scuola (date storiche e dati
geografici, eventi e personaggi, testi e codici, tutti appartenenti all'altrove
e dunque eterotopici, poesie ed inni di una letteratura e di una patria di
inappartenenza tranne che nella retorica propria del patriottismo scolastico
prima che, fascista, in definitiva brandelli di codici e brandelli di messaggi)
venivano presto dimenticati; solo eccezionalmente taluno veniva recuperato come
esercizio mnemonico fine a se stesso, in un gioco assolutamente privo di
decodificazione come sequenze di significanti altamente definiti soltanto sul
piano fonologico ma privi di significati (come la musica), posto che non si
dominava il sistema linguistico che li faceva significare, che dava a ciascuno
di essi un valore semantico; significanti non aventi alcun rapporto (o aventi
solo rapporti improbabili), se non quello della estraneità e dell'oscurità,
con gli altri di lingua sarda nei quali si continuava a designare e connotare
l'immaginario e il vissuto culturale quotidiano. Anzi gli inni imparati a scuola, per
l’interferenza dei moduli canori locali, diventavano irriconoscibili cantati negli ovili.
Fino a 30-40 anni fa il rapporto col coetaneo «andato a
studiare», foss’egli pure un fratello, si interrompeva; la comunicazione con
lui scendeva a periodicità e intensità sempre più basse fino a rasentare
l'estinzione, per la divergenza sempre più ampia delle prospettive e delle esperienze culturali, prima che per
la distanza fisica e di classe (quest’ultima sopraggiungeva come il frutto al
fiore). Infatti non era soltanto un modo
di dire che il titolo di studio costituiva un capitale (su fundu) dal
godimento dei cui «frutti» (gli interessi) erano esclusi proprio quelli che
avevano penato perché esso si formasse. Giovani pastori o contadini e giovani
studenti potevano anche trovarsi di nuovo insieme al bar o nella «festa grande»
o, frequentemente, in piazza, comunque nel «tempo libero», ma soltanto per
riconoscersi diversi, a prescindere dal valore attribuito alla diversità.
Nella sincronia odierna le distanze si sono ridotte, anche
in conseguenza della maggiore esposizione dei non studenti e dei «non
istruiti» (ma già si avvia a cadere in desuetudine anche questo termine) ai
messaggi e ai codici della cultura altra, ma ovviamente e parallelamente anche
a causa dei movimenti più profondi della società di una meno mediata presenza
del modo di produzione capitalistico che si è fatto precedere dai suoi codici e
dai suoi messaggi come il colonialismo si faceva precedere dai missionari.
Anche il pastore e il contadino sono entrati in un tempo
irreversibile; e hanno incominciato un viaggio irreversibile, come nei decenni
addietro capitava solo agli intellettuali. Già l'esperienza della seconda
guerra mondiale (che aveva portato per lunghi anni i giovani sardi ad una
esposizione totale a culture altre, al contatto traumatico con altri; e che
aveva portato in Sardegna, nei paesi dell'interno, un grande numero di giovani
parlanti sì l'italiano o dialetti della lingua italiana e tuttavia non
«signori», ma lavoratori anch’essi, contadini e operai) era stata una
esperienza qualitativamente (come quanttà di qualità) molto diversa dalla
esperienza ordinaria del servizio militare.
Ma a suo tempo, nel secolo scorso, anche la leva aveva in qualche misura
(nell'ordine dell'évenémentiel) sconvolto
la vita dei giovani sardi. «Sa levata nos foghe' grand'offesa» = la leva ci reca un grave danno (31).
Pur appartenendo all'ordine dell’evenemenziale, la
seconda guerra mondiale ha
inciso profondamente nella concezione del mondo e della storia.
Sono poi sopraggiunti la diffusione dei mass-media, il
processo di democratizzazione, la scuola dell'obbligo e l’università di massa,
la crisi della società contadina, l’emigrazione di massa (che da una regione
sottopopolata come
Oggi il contatto del giovane pastore con i coetanei
destinati agli studi non viene a cessare fra gli otto e i dieci anni come nel
passato. La comune frequenza della
scuola dell'obbligo lo prolunga fino ai 14 anni. Successivamente una grande quantità delle
informazioni trasmesse dalla scuola e, parallelamente (fuori della scuola),
dalla stampa, dal cinema, dalla TV, dai partiti, dai sindacati, nei luoghi di
lavoro e di vita vengono simultaneamente apprese da studenti e non studenti, da
istruiti e non istruiti.
Le prospettive dell'uno e dell'altro dei nostri personaggi
hanno perso le loro certezze: sarò pastore versus sarò signore; canterò
e ballerò a sa rustica (in qualche paese si diceva, ancora negli anni
'50, «in sardo») vs. canterò o ballerò a sa civile («in
italiano»); vestirò come mio padre vs. vestirò come il maestro; mungerò
pecore vs. farò prediche; se non avrò fortuna sarò bandito vs. se
non avrò fortuna anziché medico o avvocato sarò impiegato del comune (e «
sempre pane del governo» mangerò).
Le aspirazioni più alte del primo non sfioravano le paure
più gravi del secondo: finire, in caso di fallimento, applicato al comune. Il punto più alto di una gerarchia non si
saldava neppure col punto più basso dell'altra. Non c'era un vero e proprio continuum
socio-culturale, ma una separazione che si credeva netta, nonostante la
sempre più prepotente interferenza dei codici italiani. Il più fallito degli studenti poteva fare
quello che non era permesso al meglio riuscito dei pastori: parlare due lingue
liberamente. Nel corso dell'ultimo trentennio si sono fatti più frequenti i
casi del pastore che a vent’anni riprende gli studi – non di rado con
successo - e i casi opposti del riassorbimento dello studente nelle attività
produttive pastorali. Ma soprattutto si è ridotta la distanza culturale fra le
due categorie e si è accentuata la comunanza dei codici e dei modelli.
Ottana fid’ottana antigamente / como totu su mundu es cambiadu (= Ottana
era Ottana anticamente / ora tutto il mondo è cambiato) sentenziava una poesia
risalente ad un tempo in cui ogni cambiamento-evento, per modesto che fosse,
veniva studiato, ricodificato, esorcizzato, assorbito.
I nuovi cambiamenti di Ottana e dintorni (dove è sorta
una zona industriale) non sono più esorcizzabili né tantomeno decodificabili
da parte della cultura rustica. Questo e
un lavoro che ormai viene fatto soltanto nei termini
e con le attrezzature concettuali della cultura colta (32), come si sforzano di farlo le organizzazioni sindacali
della nuova classe operaia e i partiti politici del movimento operaio.
È in crisi la figura del pastore privo di dubbi sul
valore del proprio ruolo e del proprio status; delle sue 300-400 pecore,
del suo magazzino pieno di provviste: salsicce, formaggi, grano, lardo, fave (33).
Scomparsi i pastori (gli ultimi sono morti negli anni
'50) che non avevano una grande opinione del compaesano prefetto o alto
magistrato: «Sono stato a casa sua - dicevano -, è piena di cartoline
illustrate; ha una tale paura dei contagi, che non fa altro che lavarsi le
mani. E lui sarebbe un vero uomo?»
La società pastorale barbaricina tuttavia non è ancora
degradata al punto di quella di Siligo (nel Logudoro) descritta da Gavino Ledda:
quel padre, padrone di poche diecine di pecore, ancora oggi in Barbagia sarebbe
considerato meno di un mannalitagliu, un vero e proprio remitanu,
cioè un uomo da poco (remitanu viene da eremita-nu e designa, come
cumbessu che viene da cunversu, l’emarginato per sua colpa, l'asociale, cioè il contrario del
campione d'ella cultura locale, che è il balente, l'uomo capace di
cavarsela in tutte le circostanze con le risposte che il gruppo e la cultura
pastorale si attendono da lui), tutt’al più adatto a custodire non un gregge
vero e tutto suo, ma il gregge delle mannalitas (delle capre da latte
tenute non nell'agro, ma nei dintorni immediati del paese e che la sera tornano
ciascuna alla propria famiglia per essere, munte); non lo si accetterebbe
neppure come pastore da burla, tanto meno come rappresentante tipico della
categoria; e non lo si accetterebbe neanche come padre, incapace cioè di
suscitare il rispetto, l'ammirazione e l'affetto persino di un figlio bambino;
e quanto a questo figlio, convinto che basti la conquista di un titolo di
studio a fachere homine, a fare un vero uomo, qui in Barbagia si
direbbe che è un'homineddu de pacu prus o mancu, un'omettino di poco più o meno, insomma un uomo da poco
pronto a vender l'anima (cioè a misconoscere la cultura che lo ha espresso e
dunque a negare e a perdere l'identità): cosa che qui non è permessa neppure
allo scrittore.
Tuttavia anche i modelli della società barbaricna (il
pastore sattiano dai «molti armenti», balente, rispettato da tutti e
ammirato dai propri figli, ma sì anche da quelli «studiati») sono entrati in
una fase critica, perché al padre pastore si chiede non più di domare cavalli
bensì di guidare l'automobile per andare e venire dal pascolo.
Il processo di messa in questione dei valori della
cultura pastorale, incominciato all'inizio del secolo, ha avuto uno sviluppo
contraddittorio con momenti di acuta rivolta (il banditismo) e momenti di
blanda adesione a modelli esterni.
5.6. IL GRANDE EVENTO:
Il punto più alto dell'orgoglio della propria identità
culturale, innescato dal contatto con altre identità, era stato toccato a
livello artistico dal gruppo nuorese dei poeti dialettali de su connotu e dalla triade Satta, Ciusa, Deledda,
sul finire del secolo scorso e nel primo decennio del nostro. Gli altri, a cominciare da Montanaru fino ad
arrivare a Dessi, a Cambosu, a Masala, alla Giacobbe e a Michele Columbu,
saranno poeti e scrittori dell'identità perduta. Invece Lussu, Gramsci, Fiori,
Satta (34) e Mannuzzu (Giuseppe Zuri)
hanno posto il problema di una identità nuova, da
conquistare.
A livello di massa il mondo contadino e, soprattutto,
quello pastorale, aveva raggiunto coscienza di sé nella prima guerra mondiale, quando gli fu offerto un nemico da combattere
Perché, come ha dimostrato Franco Fornari (35),
l'avere un nemico comune (e dunque anche l'inventarlo da parte dei ceti
dirigenti) è elemento essenziale per la formazione di una coesione di gruppi sociali dispersi: e le
collettività dei villaggi sardi erano fino a quel momento appunto disperse; si
erano poste ciascuna come universo compiuto, la cui coesione interna era frutto
della chiusura al villaggio vicino.
Da una parte stavano i sardi «de su Forza Paris»: omogeneizzati
per la prima volta da una parola d'ordine, da una divisa, da un rancio, un
fucile, un nemico, una provenienza e una koiné linguistica e forse (ma appunto
forse) un avvenire (come prometteva Attilio Deffenu nella propaganda dello
Stato Maggiore) (36).
Dall'altra parte stava, non tanto l’impero austro-ungarico, quanto il cecchino bavarese. Dalla stessa parte, a sinistra e a destra del tratto di fronte tenuto dalla «Sassari» c'erano ancora altri, non nemici ma concorrenti, termini oppositivi all'interno dell'associazione contro il nemico comune; altri ai quali si doveva svelare la propria identità, il «noi sardi» in un potlatch la cui escalation competitiva si realizzava non su doni-oggetto e offerte di cumbitos come a San Francesco di Lula o all'Annunziata di Bitti (37), ma era riferita alla balentia (per una cassa di birra un tenente di Orune (38) giunse a penetrare sotto la neve, da solo, nella trincea nemica per fare prigioniero un cecchino; ritornò con due prigionieri e fu respinta la sua pretesa di due casse di birra). La concezione della balentia ha sempre fatto largo spazio all'elemento agonistico: balentia anzi significava record irraggiungibile, perciò la parola e usata soprattutto in senso antifrastico, per indicare ciò che balentia non è. Balentia in senso positivo e quel che nessuno è mai riuscito a fare.