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LA RIVOLTA DELL’OGGETTO

 

VI.

 

 

LA SOCIETA’ PASTORALE

 

 

 

«Mare Bloch, segnando le originalità del passato sardo, a proposito di studi sulla Sardegna, nota che il Medioevo vi “conobbe una società largamente signorilizzata, non feudalizzata", poiché l'Isola "a lungo sottratta alle grandi correnti d'influsso che percorrevano il continen­te". Ciò torna a porre l'accento sull'insularità della Sar­degna, una forza permanente e decisiva nel passato sardo. Al suo fianco però, non meno potente, c'è la montagna. responsabile, quanto se non più del mare, dell'isolamento delle popolazioni. Se in Sardegna, come in Lunigiana, come in Calabria, l'osservazione (se pos­sibile) ci rivela un hiatus con le grandi correnti della storia, l'arcaismo sociale (e tra gli altri quello della ven­detta.) perdura, lo si deve anzitutto alla semplice ra­gione che la montagna è la montagna. Cioè un ostacolo. Ma in pari tempo anche un rifugio, un paese per uo­mini liberi».

 

(Fernand Braudel, Civiltà e imperi, cit., pp. 22-23)

 

«Si confronti il bello, puro e schietto linguaggio orgo­lese con il gergo di qualsiasi malavita europea o ame­ricana; si paragoni l'innocenza e l'ingenuità della vita dei 'banditi' sardi con la tetra e ottusa depravazione dei gangsters, e si capirà facilmente come l'accusa di criminalità sia dovuta a un'ignoranza piena di presun­zione e di fretta».

 

(Alberto Moravia, in Franco Cagnetta, op.  cit., p. 301) (*)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6.1. SOCIETA' PASTORALE E SOCIETA’ CONTADINA NELL’ANEDDOTICA DELLA PRIMA SULLA SECONDA.

 

Per quanto riguarda i problemi cadenti nella sfera dell'attività politica, valgono anche per la Barbagia le considerazioni svolte da Maurice Godelier sulle società senza stato, nella misura in cui l'assenza di quest'ultimo, fino ad epoca recente, può essere ipo­tizzata, se non accertata. Anche in questa direzione si avverte la esigenza di nuove ricerche storico-antropologiche.

È certo che la società barbaricina non era, sino al secolo scorso, una società contadina (il contado è tale in relazione ad una città); non          aveva le caratteristiche attribuite da Godelier e dall'antropologia economica in genere alla società contadina.

Quella barbaricina era una società di pastori. Ancora all'inizio del   secolo circolava a Bitti una ricca aneddotica sullo stupore che nel passato suscitava la vista dei campi di grano del Logudoro: Miih 'itzu me'. su tricu = guarda e ammira, figlio mio, il grano.

Neppure oggi a Bitti è frequente la figura dei massajos (con­tadini), di gente cioè che si limiti a coltivare la terra senza avere bestiame; una figura che è invece prevalente da tempo nel Cam­pidano e nel Logudoro. Neppure durante la «battaglia del grano» i raccolti bittesi (sas incuntzas) erano molto brillanti; i pastori ara­vano qualche pezzo di terra e lo seminavano ma solo per aver il grano in provvista, non per commerciarlo o per versarlo all'am­masso. La coltivazione era un'attività marginale rispetto all'alleva­mento; lo è tuttora.  Tutt'al più è da segnalare come novità la comparsa dell'erbaio; una novità che però si inquadra nella, e raf­forza l'attività pastorale e perciò non è considerata un'attività con­tadina, come la semina del grano che era la coltura per eccellenza nel Campidano.

Le attività contadine, fino agli anni Cinquanta, a Bitti erano svolte a valle del paese dalle donne che ne ricavavano provviste di pomodori, patate, fagioli.

Ma la mietitura era considerata di fatto una mansione delle donne e degli uomini baroniesi, della pianura. La cultura bittese raccomandava alle donne di non andare a mietere, perché il sole cuoce (brucia) la bellezza: Bella mia non bandes a messare ca su sole ti coche' sa bellesa.

Neppure la viticoltura creava una categoria contadina: anzi si pensava che «tutti» avrebbero dovuto possedere e curare un vi­gneto, anche se i vigneti erano tenuti soprattutto dai viddaresos, prima solo artigiani e poi anche impiegati, che vivendo nel paese potevano dedicare ai vigneti il tempo libero. La donna andava or­gogliosa dei prodotti del «suo» orto, il calzolaio, il falegname e il fabbro del loro bruschette (un vino che dura fino a Pasqua), ma il motivo specifico e unificante dell'orgoglio del paese era ed è ancora oggi l'economia pastorale.

Il pastore bittese che seminava un campo a grano - e ripeto erano rari quelli che lo facevano, molti anzi non sapevano neppure aggiogare i buoi e il carro, e neppure ne possedevano - quand'era il momento della mietitura si faceva aiutare da mietitori itine­ranti, e giornalieri generalmente provenienti dalla Baronia, cioè dalla pianura più vicina, che appunto aveva conosciuto il barone ed era contadina. Degli abitanti di questa zona contadina i citta­dini-pastori della «libera repubblica bittese» raccontano aneddoti impietosi per le misure di ingenuità e di servilismo che li caratte­rizzerebbero. Si raccontano le umiliazioni alle quali i contadini ba­roniesi erano sottoposti da un certo conte fino a quando non fecero la loro apparizione in Baronia i primi liberi pastori bittesi, che avevano preso in affitto proprio i terreni del conte, al quale tutti si inchinavano felici di ricevere ordini e di poterli eseguire al me­glio e in fretta. Un giorno costui chiede ai pastori bittesi «suoi» affittuari di mettersi a disposizione immediatamente con i loro ca­valli per un trasporto di cose «sue». L'ordine è dato nella piazza della chiesa la domenica mattina quando è maggiore l'affollamen­to. Gli affittuari rispondono che non possono privarsi né dei ca­valli né del personale e che trovi altri che provveda al trasporto delle «sue» cose. I baroniesi si fanno intorno non potendo credere ai loro orecchi: gli affìttuari bittesi osano fare obiezioni al conte; che sarà di loro? Si stringono intorno a lui in attesa dei suoi fulmini. Il conte è gelido: lo non ho da cercare nessuno: l'ho detto a voi, e basta.

I baroniesi credono che la faccenda sia chiusa. Ma c'è una re­plica bittese: E noi abbiamo detto che non lo facciamo: e basta.

Lo stupore contadino è rappresentato da bocche aperte ma senza parole. Che farà il conte?  Li incenerirà col suo sguardo? La voce del conte si altera, il suo sguardo fa paura: Voi siete i miei affittuari; e da sempre, qui, tutti, non solo i miei affittuari, ma proprio tutti, tutti mi devono obbedienza; nessuno si è mai sognato di disobbedire ad un mio ordine; andate a prendere i cavalli.

I pastori rispondono: Per l'affitto dei terreni noi paghiamo se­condo il contratto; non ti dobbiamo altro che questo e questo avrai.

I contadini ora passano dall'incredulità e dallo stupore alla cu­riosità: i bittesi non solo non vogliono fare quel che il conte or­dina; gli danno del tu, alzano la voce quanto lui. Che farà il conte? Chi è perduto?  Lui o i pastori?  Come andrà a finire questa «storia» ?

Il conte raccoglie tutte le sue riserve di burbanza e solennità e decide: farete come ho detto, perché io sono quello che sono, il conte di...

La risposta e « storica»: E pro more chi ses conte e fatt’a conte no' nche pone' sal barras in culu (posto che sei conte, per amore del fatto che sei conte, e fatto a conte, ci metti la faccia in culo). L’esito di questo scontro storico tra nobiltà e nascente borghesia convinse i baroniesi che anche loro, volendo, potevano mandare il loro conte a quel paese?  No, non subito: secoli di as­servimento producono interiorizzazioni di codici servili, che non si cancellano in un giorno né in decenni.

Maria Giacobbe (1) racconta un aneddoto, diffuso in tutta la zona pastorale, di un baroniese che, spinto dalla fame, tenta l'av­ventura ed entra nell'orto del vicino per prendere (ma per lui è rubare) qualche melone. Ma la paura contadina ha la meglio: lo sfintere del baroniese non regge all'emozione. Aggiunge la Giacobbe: «al nuorese che si sente, in modo più o meno inconscio, crede e continuatore fiero di coloro che per millenni difesero contro gli invasori il loro feroce attaccamento alla libertà» il conta­dino baroniese continua ad apparire «un oggetto di scherno come l'uomo che passivamente permise a malaria e padroni di impove­rirgli un sangue già anemico. Implicito, crudele giudizio che sot­tintende la fedeltà alla regola che il vinto ha sempre torto». Lo stesso aneddoto raccontato dalla Giacobbe spiega il canto delle don­ne barbaricine: «Baroniesu non nde cherzo amare / ca mi prena' sa domo 'e melone: / pustis, cando si cacca' sos carzones / non bastat in sapone a lu lavare» (Un baroniese non voglio amarlo, perché mi riempie la casa di meloni - anziché di formaggio o di carne non pagata -: poi quando si sporca i pantaloni, non basta a lavarlo una quantità di sapone pari a lui).

Ho udito spesso pastori bittesi scandalizzarsi molto del fatto che i contadini del Logudoro si degradassero al punto di rubare covoni di grano; e divertirsi molto all'idea di un covone che opponga la resistenza che può opporre al laccio solo un animale provvisto di corna («Che paura le incornate del covone»).

La paura contadina baroniese è esemplificata da un altro aneddoto normativo che presenta uno sposino alla prima notte di noz­ze, incapace di accompagnare la moglie fuori di casa dove lei lo prega di uscire.  Egli chiede spiegazioni di questo desiderio e lei esita a darle, ma alla fine spiega che deve liberarsi del superfluo. Il contadino messo con le spalle al muro, vista l'impossibilità di sottrarsi al dovere di accompagnarla, occulta la paura con una motivazione galante: Ahi Mmaria, Mmaria, chi de cant'is bella, credia chi non caccais (ahi Maria Maria, che da quanto eri bella credevo non andassi di corpo). Si noti l'improvvisa coniugazione al­l'imperfetto della bellezza della sposa.

In una poesia di Montanaru, un vecchio porcaro conclude il racconto della sua vita di valoroso difensore del suo branco dicen­do: Bides, como so 'ezzu e pili canu / eppuru como ancora chest ancora / cando bi cola' tziu Bustianu / tzerta tzente non piscia' man­cu fora (vedi ora son vecchio e canuto - di pelo bianco - eppure ancora oggi quando ci passa zio Bastiano lui, certa gente non osa uscire di casa neppure per pisciare). Prodezza questa certo non richiesta nelle città, ma indispensabile fino a qualche decennio fa in Barbagia (2).

Ma che cosa accadde quando un ceto di padroni incominciò ad emergere dall'interno della stessa società pastorale? Dovette fare i conti con la millenaria ideologia egualitarista.

A pochi chilometri da Bitti esiste una sorgente detta di Don Bardigliu (se ne parla anche nel secondo volume del Diario Asproni). La sorgente deve il nome al suo proprietario, don Bardigliu app­unto, un signore che aveva vietato ai pastori di servirsene.  Poiché i pastori non rispettavano il divieto egli stesso si premurò di sorvegliare la sorgente. Sorpreso un pastore che procedeva all'ab­beverata, lo frustò. il pastore riuscì a sbalzarlo di sella e, preso il sopravvento, gli immerse la testa nella sorgente fino ad affogarlo, dicendogli: bie cusinu (bevi, signore) espressione passata a signifi­care la rivolta contro ogni sopruso.

Nel secolo scorso, il poeta analfabeta Raimondo Delogu (Re­munnu) compose satire di fuoco contro i cusinos di Bitti che inco­minciavano a definirsi come ceto:

 

Miseru chie s'arrambat a cusinu

ca s'arrambat a trutzzu formicosu:

male su riccu e peus su bisontzosu,

no sind'iffatta' de lu cumandare.

Si lu chircana a s'ora 'e pacare

nde Perdet s'amistate pro continu.

 

(Misero chi si appoggia ad un signore, che s'appoggia ad un tronco formicoso: cattivo il ricco e peggio il bisognoso, non si stanca di dare ordini.  Ma se lo si cerca all'ora in cui dovrebbe pagare si perde la sua amicizia per sempre) (3).

 

 

 

 

 

6.2. CAPI  E PADRONI NELl’IDEOLOGIA PASTORALE E IN QUELLA CONTADINA (LUSSU E GRAMSCI).

 

La società pastorale montanara, a differenza di quella conta­dina di pianura, non aveva conosciuto per secoli né gerarchie efficaci né stratificazioni sociali stabili. Era una società gentilizia, di liberi e di uguali, almeno nei suoi miti, nella sua ideologia.

Lo storico che meglio ha capito le società pastorali montanare è Fernand Braudel. Nel secolo scorso il campione di questa ideo­logia montanara nel suo proiettarsi verso l'esterno fu Giorgio Aspro­ni, nel nostro secolo Emilio Lussu. Non per caso Lussu ha spesso creduto di poter dire di aver trascorso la sua infanzia in «una so­cietà senza classi» (4).  Il suo paese, Armungia, era, sì, fuori della Barbagia (egli anzi lo considerava situato nelle estreme propaggini della Barbagia), nella parte montana meridionale dell'Isola, ma era anch'esso una repubblica montanara. Lussu ricorda una severa pu­nizione e una lucida lezione inflittagli dal padre per aver osato rivolgersi ad un «servo» anziano col tono del padroncino. Il fat­to che Lussu ragazzo tendesse ad assumere l'atteggiamento padro­nale rivela che il modello «servo-padrone» era già penetrato, sostituendosi a tzeracu-mere, dall'esterno, nella cultura armungese. Ma il fatto che egli fosse stato punito dimostra che lo schema servo/padrone veniva respinto non soltanto e forse non tanto dagli armungesi (il «servo» di Lussu era infatti un contadino della pia­nura) declassati alla condizione servile, bensì anche e forse di più dai «padroni» che dovevano essere custodi più gelosi dei va­lori della tradizione locale nella quale essi si sentivano non già padroni, ma qualcosa di più, capi: derivavano la loro autorità non dalla logica borghese (urbana e «civile») e dunque non dal fatto di possedere beni e mezzi di produzione che altri non posse­devano ancora perché giovani o non possedevano più perché cosi va il mondo, ma dal fatto di avere prestigio, autorità personale acquisita con un insieme di prove difficili di indipendenza, di co­raggio, di saggezza, di fermezza, di equilibrio etc.  Sia ben chiaro che quella descritta era un'ideologia destinata ad occultare la reale contrapposizione di classe e a risolverla appunto solo ideologica­mente.  Nella società pastorale neppure il figlio di un capo nasceva a sua volta capo, poteva soltanto diventarlo ripercorrendo intera­mente l'itinerario del padre (egli non partiva dal punto al quale era arrivato il padre). Solo perciò di lui si poteva dire 'itzu 'e babbu (figlio del padre) non per riconoscergli automaticamente il prestigio che il padre si era conquistato; infatti quel prestigio non era ereditabile (sempre secondo l'ideologia). Si potevano ereditare delle attitudini (il sangue non è acqua, si diceva) imputandole alla natura e non alla cultura. Il resto era tutto da costruire.  La sola condi­zione di privilegio nella quale veniva a trovarsi il figlio di un capo era il fatto di avere nel padre un buon maestro.

Lussu ebbe questo privilegio dal quale, può dirsi, fu per tutta la vita impegnato a dare nella cultura italiana ed europea l'imma­gine di sé che il padre aveva saputo dare nella cultura armungese: quella di un vero uomo (durante l'esilio in Francia scrisse che uo­mini si diventa, e aggiunse che se anche egli non lo fosse diven­tato, avrebbe fatto quanto necessario almeno per morire da uomo) (5).  E probabilmente sono da spiegare anche in relazione alla loro di­versa provenienza non tanto certe caratteristiche psicologiche e in­dividuali quanto talune scelte politiche diverse di Lussu e di Grani­sci: l'uno espressione, come si è detto, di una società-cultura mon­tanara, gentilizia (Lussu, s'è detto, la immaginava addirittura co­me una «società senza classi») non ancora del tutto vinta, anzi, ancora resistente alla logica della stratificazione borghese; l'altro, Gramsci, cresciuto a Ghilarza, che pur essendo un paese non lontano dalla Barbagia, ed anzi influenzato dalla cultura barbaricina, dagli abitanti della Barbagia è già considerato un paese del Cam­pidano che per loro incomincia ad Ottana, cioè dove incomincia la pianura, la zona delle loro razzie (6).  Nel paese prevalentemente contadino di Gramsci gli effetti e gli assetti di classe erano più facilmente leggibili che ad Armungia; risultando chiari già nel confronto con la non lontana società barbaricina. Gramsci poi trovò il modello di classe pienamente sviluppato nei rapporti di fabbrica a Torino e qui prese piena coscienza di sé e della storia, ma ai contadini sardi del secondo decennio del secolo l'occasione di una presa di coscienza, di una «rivoluzione nella loro psicologia», fu offerta dalla partecipazione alla guerra. «La trincea - scrisse nel 1938 Emilio Lussu su «Giustizia e Libertà» (7) - aveva insegnato ai contadini quanto la fabbrica aveva insegnato agli operai».

Al suo ritorno dall'esilio, Lussu quando era ministro della As­sistenza Postbellica disse scherzosamente, presente Nenni (il quale, da quel grande cronista politico che era, pubblicò l'aneddoto sull'Avanti), che a lui il fatto di essere esposto alla tentazione di ap­propriarsi di una montagna di denaro non aveva mai fatto né caldo né freddo, rispetto all'inclinazione ancestrale a rubare bestiame, co­me Agamennone.  Armungia e la cultura pastorale spiegano il fa­scino che in Lussu ostile ai letterati moderni esercitava l'Odisseo (in Francia durante l'occupazione tedesca, dovette nascondersi in un villaggio con la sua compagna, e coltivare un orticello: in quella circostanza gli accadde di sentirsi insieme «Ulisse ed Eumeo»).

Le caratteristiche della società pastorale non sono ancora state tutte individuate.

Certo tra di esse vi era l'aspirazione a capi che avessero uno spiccatissimo e trasparentissimo senso della comunità e che quanto alla eventualità che potessero usare a scopi personali il potere (pre­stigio, rispetto, attribuzioni etc.) ad essi riconosciuto fossero assolu­tamente immuni da ogni possibile sospetto, come la moglie di Ce­sare.  E nell'ambito angusto dei villaggi questo genere di capi evidentemente non doveva scarseggiare, forse anzi era addirittura sovrabbondante, al punto che, riconoscendo ognuno il capo nel proprio padre, restava poco spazio per la crescita del potere degli altri. Ma non è da escludere che anche nella generazione dei padri ad alcuni fossero riconosciute capacità normative maggiori che ad altri. Si era anche capi dei capi, re dei re, a seconda del genere di impresa nella quale doveva impegnarsi la comunità: probabilmen­te al più abile nel canto e nel ballo non si affidava il compito di guidare il gruppo nelle razzie in pianura, né a chi aveva questa capacità si affidava il compito di dirigere i grandi riti della fecon­dità.

La cheflerie però non doveva essere né stabile, né unica, né tanto meno ereditabile.

Questo fatto ha sempre messo in imbarazzo le sovranità ester­ne quando hanno cercato alleati locali per la propria penetrazione in Barbagia.

Gli invasori della Sardegna non conoscevano la parola d'ordine attribuita a Malinowski per la nazionalizzazione della colonizzazio­ne inglese attraverso l'amministrazione indiretta mediante l'utilizzazione delle strutture tradizionali: Find the chief!.  Tuttavia cercarono anch'essi i capi barbaricini coi quali accordarsi. Ma li cer­carono invano: in ogni modo gli eventuali accordi stabiliti con qualcuno, non valevano per tutti gli altri; e questi altri erano tanti che non si poteva trattare con tutti. Gregorio Magno poteva in­trecciare una corrispondenza con Ospitone, ma costui quale potere reale aveva e quanti lo riconoscevano come loro capo?  Come Ampsi­cora era stato a suo tempo un capo fantoccio dei cartaginesi, forse Ospitone fu un capo fantoccio inventato dal Papa. E per un capo che tradiva, o che si accordava anche in buona fede, cento altri erano pronti a prenderne il posto per seguire un'altra strada.

 

 

 

 

 

6.3. OMOLOGIA DI DIALETTO, VILLAGGIO E PARENTELA NELLE SOCIETA’ DELLE EGEMONIE A BASSA DEFINIZIONE.

 

Come Saussure dice che la lingua, lasciata a se stessa, co­nosce soltanto dialetti, cosi è da dire che la politica lasciata a se stessa conosce soltanto la parentela, la famiglia, e tutt’al più il villaggio.

Le lingue lasciate a se stesse non hanno espansione nello spazio e nel tempo, tuttavia sono lingue (nel senso tecnico della lingui­stica interna che, appunto, non distingue tra dialetti e lingue); svolgono tutte le funzioni proprie di una lingua, ma appunto non coprono una grande distanza nello spazio e nel tempo, cioè non sono lingue nel senso politico (della linguistica esterna). I guai incominceranno quando le popolazioni che parlano queste lingue lasciate a se stesse, cioè questi dialetti, saranno coinvolte prima in eventi e messaggi e poi in strutture che impongono distanze più lunghe.

Allora sorgerà il problema dell'uso e dello sviluppo ulteriore del        proprio codice e/o dell'acquisizione di altri media e di altro codice, già adatti a coprire quelle distanze.

Può aggiungersi che né la politica né la lingua erano del tutto lasciate a se stesse neppure nelle piccole comunità barbaricine. Erano infatti «lasciate» a queste comunità; non erano state ancora espropriate da un principe esclusivo, da una fonte normativa esclu­siva: tutti i parlanti della comunità, come provvedevano insieme a conservare, trasmettere e modificare la lingua, così provvedevano insieme a definire l'interesse comune.  Infatti il dire che una lingua è lasciata a se stessa è dunque come dire che essa non è egemo­nizzata da una classe dirigente.

Nell'ordine politico una comunità lasciata a se stessa è una co­munità libera, nella quale tutti sono capi e nessuno lo è veramente per tutti; nessuno può usurpare il potere normativa spettante agli altri. Una società lasciata a se stessa conosce in politica solo l'una­nimità e poiché questa è sempre difficile e lenta da conseguire (le sfere di competenza normativa dei singoli capi non consentendo la strumentalizzazione del potere dei media degli altri) non consente il conseguimento di obiettivi che non siano quelli modesti raggiun­gibili col limitato potere di ciascun capo.

Mumford dice a proposito dell'equilibrio del villaggio neolitico che esso era fondato sul fatto che il villaggio non aveva capi né grandi né piccoli che gli ponessero traguardi ambiziosi; o, che è lo stesso, non aveva ambizioni tali da richiedere la presenza dei capi che imponessero le normative richieste per conseguirlo.

Nel reame di Napoli poche tasse e poche strade; ma chi se ne lagnava? Pare non le comunità che non sentivano il bisogno di strade. Se ne lagnava chi sentiva (a voler essere maliziosi, si po­trebbe dire il bisogno di imporre tasse e di specularvi sopra; chi tiene grano e vino ha da essere giacobino, ma non si vuole essere maliziosi; e perciò si dice): il bisogno di avere strade. E questi erano... Già chi erano costoro?  I mercanti che dovevano offrire la loro mercanzia alle popolazioni dell'interno, insomma la borghesia. Chi ha avuto bisogno di trasformare l'Atlantico in una via d’acqua tra l'Europa e le Americhe? Certo non gli Incas, certo non gli Atzechi ai quali bastavano le «loro strade».

Anche ai villaggi barbaricini bastavano i loro sentieri «usati».  Non ne volevano di nuovi, perché sapevano che questi non sarebbe­ro stati «loro» bensì di chi aveva interesse ad aprirli.  Bastavano anche i loro dialetti, i loro capi, le loro scuole improprie. Questo quando? e fino a quando? Fino a quando essi riuscirono ad essere «a tu per tu con se stessi», fino a quando «tutta la storia» fu per loro la loro storia: cioè fino a quando la dimensione dei loro eventi poté cadere tutta all'interno della loro cultura, della loro società, dei loro villaggi e della loro lingua. Cioè mai, del tutto, perché anche nel corso della «lunga durata» della loro chiusura e fuga dal contatto con gli altri, ebbero dei contatti. Persino il senso della chiusura e delle fughe sfugge se lo si cerca al di fuori di un’analisi relazionale, cioè dei rapporti della Barbagia con car­taginesi, romani, bizantini, pisani, genovesi, spagnoli, piemontesi, italiani, americani. Non c'è possibilità di porre il chiudersi se non in relazione ad un aprirsi: chiudersi versus aprirsi (che devono co­stituire coppia associativa, oltre che oppositiva).

 

 

 

 

 

 

6.4. LA CONCEZIONE DEL TEMPO.

 

Venivano da lontano, ancora nella prima metà del secolo XX, nei villaggi barbaricini, personaggi strani che, dopo Cento anni di solitudine, sarà bene chiamare Melquìades.  Per secoli, come Mel­quìades venivano a intardos, cioè di rado; ogni quanti anni o de­cenni, non si può stabilire. Ma venivano. Avevano con sé ogni vol­ta cose mai viste prima da «ammustrare», appunto monstra da svelare. Si crede ancora, nell'immaginario collettivo locale, di ricordare quella volta (quando fu? Fu allora: il tempo dell'evento non ha altro termine di riferimento se non l'evento stesso) che Melquíades venne a mostrare un animaletto metallico che batteva con regolarità come il cuore dei bambini e di ogni essere vivente. Ai più audaci o fantasiosi egli offri anche il modo di ascoltarlo.

Se poi all'animaletto si apriva la pancia - cosa che solo Mel­quíades sapeva fare, con delicatezza mirabile - potevi vedere i suoi intestini metallici, e vedevi il suo cuore di ruote d'oro o d'argento palpitare, un animaletto senza sangue che Melquíades nutriva sfre­gando pollice e indice intorno alla testa rotonda dentata. Le sue gambette restavano sempre sottovetro e non lo portavano da nessuna parte; o se erano braccia, erano braccia con le quali non poteva far niente, poteva soltanto girarle una più velocemente una più len­tamente con regolarità sino ad esplorare con entrambe, con quella svelta e con quella pigra, tutto il suo campo circolare perfettamente sigillato.

Era un animaletto curioso, ma che non serviva a nulla. Mel­quíades diceva che serviva per misurare e figurare il tempo.  Diceva proprio cosi: misurare il tempo, come se fosse stata una cosa possi­bile e come il farla a quel modo avesse avuto un senso.  Ed invece era una cosa impossibile perché il tempo è eterno: va e viene, ma è eterno; c'è sempre stato e ci sarà sempre; non verrà mai meno. L'animaletto infatti non misurava altro che il proprio tempo, la propria rappresentazione del tempo. E poi a che pro’ misurarlo? Era un'impresa stupida, come quelle del lodeino che una volta si era messo in testa di contare le stelle, e un’altra volta di contare i granelli di sabbia sulla spiaggia di Siniscola, e un'altra volta ancora di contare i barili d'acqua del mare; e uno di Siniscola che lo aveva visto intento a compiere quella follia gli aveva chiesto:

- Che fai?

- Misuro l'acqua del mare.

- Ma ce ne saranno più di cento barili.

E il lodeino poveretto aveva risposto: ti sbagli: quella che c’è in più la vorrei a casa mia.

L’uomo che accettò di scambiare non si sa quante forme di cacio con l'orologio di Melquíades fu chiamato Lodeino. Lui giu­stificava l'acquisto dicendo che l'animaletto gli faceva compagnia.

Più tardi fu soprannominato Lodeinu Itoraèste (Lodeino Che­oresono), perché se ne stava sempre stranito e incantato a contare le ore. La gente diceva che era ormai schiavo di Melquíades anche se Melquíades era ripartito e nessuno sapeva quando sarebbe ritornato.

Non bastava un orologio da solo, neppure quando ne fu col­locato uno nel campanile, a modificare la concezione del tempo che rimase ancora a lungo, e per molti resta ancora quello orga­nico e reversibile, scandito dalla pendolarità degli eventi cosmici e naturali (il sorgere e tramontare quotidiano del sole e della luna, l'alternarsi del giorno e della notte, l'andare e venire delle sta­gioni) (8).

Ma gradualmente la concezione meccanica del tempo irrever­sibile ha finito col prevalere, anche nei villaggi più sperduti. «Pal­chi non torri, di', tempu paldutu? / palchi non torri, di, tempu passatu... Cantu utilosu mi saristi statu. / Tempu, haénditi a tempu cunnusciutu», cantò nel Settecento don Baingiu Pes, il «Catullo gallurese» (9), quando la crisi del tempo organico investe la sua coscienza (Perché non torni, di', tempo passato?  Perché non torni, di', tempo perduto?... Quanto mi saresti stato utile, tempo, se a tempo t’avessi conosciuto).

 

 

 

 

 

6.5. Il PRENDERE NON È RUBARE.

 

Le testimonianze della sopravvivenza di un'etica egualitaria residuale sono numerose.  Ne citiamo soltanto qualcuna.  Persino nella ormai mite Gallura si ricordano ancora versi come questi re­gistrati agli inizi del secolo XIX, dunque certamente anteriori alla legge delle Chiudende, da Antoine Claude Pasquin Valery (10).

 

Dimmi tu Petru d'Achena

chi ti oddu priguntà:

si no aggiu chi magnà

e incontru chi piddà;

Piddaraggiu cos'angena?

-          Si cun mecu ti considdi,

bé' ti oddu considdà:

si non hai chi magnà

e incontri chi piddà;

maccu sei si no lu piddi

- Li to' considdi' so' boní,

però m'lncontr'imbrugliatu:

di lu chi araggiu piddatu

saraggiu poi obbligatu

a la restituzioni?

- A nn'hai a fa di diuni

si chistu contu ti fai.

Maccu sei si tu non sai

chi in la nizissidai

tutti li bé' so' communi.

 

Si tratta di un dialogo tra un Pietro d'Achena, evidentemente depositario della saggezza locale, ed un interrogante indeciso tra la fame e il furto. Dimmi tu Pietro d'Achena / che ti voglio interrogare: / se non ho di che mangiare / e trovo qualcosa da prendere,   / dovrò prendere una cosa altrui?

- Se con me ti consigli, / bene voglio consigliarti: / se non hai di che mangiare / e trovi qualcosa da prendere / sei matto se non la prendi.

- I tuoi consigli sono buoni, / però mi trovo imbarazzato: / di quello che avrò preso / sarò poi obbligato / alla restituzione?

- Ne avrai da fare di digiuni / se ti fai questo scrupolo (cal­colo). / Tu sei matto se non sai / che nella necessità / tutti i beni sono comuni.

Si noti bene che il furto nell'emergenza non è mai chiamato rubare furare), ma semplicemente «prendere» (piddà in gallurese, piccare o pinnicare in barbaricino, leare in logudorese, pigai in campidanese). «Una tale moralità - commentava il Valery, riferen­dosi ai versi citati può sembrare ardita e non punto civile». Era invece indiscutibile in Sardegna, poteva non essere condivisa solo da uno stolto. Lo stesso Valery la trovava affine a pensieri di Pascal e ad affermazioni fondamentali di Rousseau, concludendo che la «canzone del montanaro sardo non è che l'espressione del pensiero evangelico intorno al diritto della propria conservazione, adottato come norma dai casistici e dai teologi, più umana e più liberale di tutti i nostri codici» (11).

Ad Oschiri (dunque ancora fuori dalla Barbagia) si racconta di un poveraccio trovato moribondo ai margini della strada che porta ad Ozieri da un ricco («prinzipale ») appunto ozierese, il quale scese da cavallo e gli chiese se avesse un qualche malore o se per caso fosse ubriaco. Il poveretto con un fil di voce rispose: no, so molzend' ‘e famine (no, muoio di fame). Il ricco gli disse: coscadili, cosca e rimontò a cavallo, cioè gli d