VIII.
SCUOLA
IMPROPRIA E SCUOLA UFFICIALE
«No hamus
fattu sa matessi iscola».
(Non
abbiamo fatto la stessa scuola)
(Modo di
dire barbaricino per prendere le distanze)
« Dae
cand'a s'amore ti ses dada,
no has
fatt'in su mund'atteriscola ».
(Da quando
ti sei data all'amore,
non hai fatto
altra scuola nella vita)
(Canzone sarda)
8.1.1.
In ogni cussorgIa
(forse da cursoria, la zona dove si teneva il bestiame al pascolo
brado) c'era una scuola. Era - non dovrebbe esserci bisogno di dirlo - una
scuola impropria. Essa poneva il pastore maturo ed esperto come mere (forse
maggiore), dunque maestro, e il ragazzo come theracu, garzone, cioè
allievo, apprendista (del resto ancora oggi la denominazione che occulta
ideologicamente la condizione servile dell'apprendista nella bottega artigiana
o nella casa privata è «ragazzo» o «ragazza»).
Assumiamo
questa coppia oppositiva mere-theracu, per ora, sotto il profilo
pedagogico; la vedremo più avanti trasformarsi nella coppia padrone/salariato.
Per ora, che vuol dire per un lunghissimo periodo di tempo, tanto lungo da
affondare le sue radici nel tempo remoto del mito, essa esemplifica due classi
d'età; solo più avanti esemplificherà due classi sociali. In una società senza classi, cioè avente una
stratificazione sociale labile e priva di spessore, la coppia oppositiva della
quale ci stiamo occupando è fisiologica (certo in senso culturale, non
biologico); diventerà patologica nella società ad accentuata divisione del
lavoro e in classi. Ma neppure la
società a capitalismo avanzato riuscirà a cancellare del tutto la sopravvivenza,
al limite inconscia, e dunque l'efficacia simbolica del modello mitico.
Nella
coppia fisiologica il mere è
il padre; ne assume il ruolo quale che sia il rapporto di parentela
con l'apprendista. Il theracu è il
figlio, si attiene al ruolo che nel codice degli atteggiamenti spetta al
figlio.
Nella
coppia patologica non solo il mere, ma addirittura anche il padre
biologico, diventa padrone e, corrispondentemente, il theracu è
fatto servo, oggetto di sfruttamento: a questo punto il rapporto pedagogico
scompare nel rapporto di produzione e in esso si brucia senza pietà.
Poiché in
Barbagia l'efficacia simbolica del modello mitico-fisiologico è ancora
maggiore che altrove in Italia ed è anzi ancora vincente, riattualizzata fino
ad occultare spesso la realtà del rapporto di produzione e dunque della coppia
padrone/salariato, è opportuno dare una descrizione non affrettata del
modello. Il mere (padre, maestro)
trasmette(va) gradualmente al theracu (figlio-allievo-dischente) tutto
il suo sapere, e cioè tutti i frutti della sua esperienza tecnica, giuridica,
morale, linguistica, impegnandolo in tutte le prove possibili, perché questa
scuola impropria (nel cui modello ormai inconscio forse affondò le sue radici
la bottega artigiana come proiezione urbana di un rapporto sperimentato per
secoli in campagna) non ammetteva operazioni riduttive né delle persone, né dei
luoghi, né dei tempi, né delle forme possibili del rapporto docente/discente,
né riduzione dei contenuti del rapporto sia pedagogico sia produttivo a
programmi specifici ed esclusivi. Su
tali operazioni riduttive (che in qualche misura incominciavano già a
manifestarsi nella bottega artigiana) invece si fondano e non potrebbero farne
a meno sia la scuola ufficiale sia la fabbrica.
Il theracu era impegnato
costantemente, nella misura consentita dalle sue capacità e abilità, in tutti
i luoghi e momenti e programmi del lavoro e della vita del mere: dalla
custodia alla mungitura delle pecore, dalla confezione al trasporto del
formaggio, dall'allevamento alla macellazione degli agnelli, dalla consumazione
dei pasti al riposo, dal canto alla preghiera.
Ogni
operazione richiedeva molte abilità perché, per es., non si può custodire né
condurre il gregge al pascolo se non si impara a modulare la voce in un
determinato modo per comunicare ordini al bestiame per richiamare con un
fischio o una voche (una voce) la pecora che tende a sconfinare, e
dunque se non si conoscono le pecore ad una ad una, se non se ne conoscono il
nome e/o i tratti distintivi/oggettivi, se non le si riconosce anche di notte
dal belato o dal suono del
campano (sa metalla), se non si acquisisce il senso della posizione da occupare
in relazione al gregge e ai possibili ladri, se non si è capaci di scegliere
nascondigli sempre diversi nei quali ripararsi di giorno e di notte, se non si
è capaci di assistere la pecora in parto per liberarla se necessario della
placenta (sa sicundina), se non si conoscono le
piante e le erbe, se non si sanno interpretare «i segni» (sos sinnos), oltre
che del bestiame, del cielo, giorno e notte. E non basta sapere tutto questo e
altro se poi si ha paura delle ombre e dei rumori della notte e se,
nell'emergenza, non si è capaci di imbracciare a tempo il fucile e sparare a
colpo sicuro, o di scagliare pietre a distanza notevole con precisione
micidiale o di correre a lungo, saltare con sicurezza ostacoli pericolosi e
così via. Soltanto l'esposizione dell'indice di un ipotetico manuale (che però
per il fatto di essere un manuale sarebbe già eccessivamente riduttivo dei
contenuti di questa scuola) del perfetto pastore barbaricino richiederebbe un
intero libro. La educazione impartita al theracu era
non soltanto tecnica ma anche filosofica e morale; era cioè enciclopedica nel
senso etimologico e non in quello filosofico-editoriale (1) del termine; era un'educazione a 360 gradi in tutte le
direzioni possibili del lavoro e della vita dell'uomo che era il pastore.
Il compito
del mere era quello di fare del suo theracu non soltanto
un pastore esperto ed abile, ma anche un uomo; e per «fare un uomo» è
necessaria un'infinità di requisiti (a facher homine bi nde
cheret = per fare un uomo ce ne vuole), perché l'uomo non si misura a
palmi (shomine no si mittit a parmos) cioè non si misura solo sulle sue
qualità fisiche. Un'homine 'attu (un
uomo fatto) era quello capace di cavarsela in tutte le possibili circostanze
della vita con una risposta (ovviamente non soltanto verbale) giusta. adeguata efficace,
chiara eccetera. L’uomo maturo era quello che aveva interiorizzato il principio
della realtà al punto da non
poter escludere l'eventualità di «bere qualsiasi acqua», cioè dì accettare qualsiasi situazione (mai
dire: de cuss'aba non bio = non bevo di quell'acqua). Come nel mondo magico, la presenza dell'uomo era anche qui
non un dato, ma una conquista delle operazioni che si compivano, un processo.
Anche una 'emina
'atta (una donna fatta) doveva avere requisiti analoghi. Perciò 'emina per antonomasia era la
moglie (l'uomo diceva sa 'emina per indicare appunto la propria moglie; sa
mutzere, da mulierem, per indicare la moglie di un altro). Come un uomo non
era fatto fino a quando non si era impadronito non solo di tutti i segreti
tecnici del suo mestiere di pastore ma anche dei segreti del mestiere di uomo,
cosi una 'emina non era fatta sino a quando oltre che dei segreti del
suo mestiere di massaia non si era impadronita anche dei segreti del suo
mestiere di donna, che voleva dire anche figlia, ma soprattutto moglie, madre e
vicina (vichina, da vicus), cioè fino a quando non aveva una perfetta
conoscenza di tutti i codici degli atteggiamenti e fino a quando non era capace
di applicarli con performances perfette. Se pastore mannu e
massaia manna erano i più grandi elogi che si potessero fare dell'uno e
dell'altra con riferimento alle capacità tecniche, bonu o malu, bona o mala erano
i più grandi elogi o insulti alla totalità della persona di cui si parlava. Ma
l'intreccio tra le capacità tecniche e le qualità morali era talmente fitto da
escludere la possibilità persino teorica che si dessero le une senza le altre.
Insomma per essere una massaia manna non bastava il saper cucinare e
cucire, tenere pulita la propria casa e i propri figli, occorreva anche saper
educare i figli e tenere buoni rapporti con tutti gli interlocutori possibili,
parenti e vicini, essere in trattenzia (in rapporti appunto buoni: il trattar
bene era condizione indispensabile per essere trattati bene), essere
accettata dagli altri ed accettare gli altri.
Non
c'erano soluzioni di continuità all'interno della scuola impropria: non si
imparava prima a scopare la casa e poi a non buttare la spazzatura davanti
alla porta della vicina,, né viceversa, come può permettersi di fare la scuola
ufficiale dove, poniamo, l'insegnante di chimica è dispensato dal mettere in
discussione l'uso che i suoi allievi fanno o faranno in concreto del sapere
teorico.
I maestri
della scuola impropria non ponevano limiti alle loro responsabilità verso gli
allievi; non le alienavano. Non davano voti in condotta a fine trimestre, se
mai li davano in ogni momento, insegnando a ciascuno appunto come condursi in
tutte le circostanze. Non
rimandavano i «riottosi» ad un altrove,
«la vita», perché li domasse. La
scuola impropria era già la vita. E quando non riusciva a domare il riottoso
essa non poteva limitarsi a riconoscere
il proprio fallimento, doveva continuare a tenersi il soggetto difficile, continuare a
misurarsi con lui, perché qui non si davano naufragi definitivi come nella
scuola ufficiale. Il principio dell'educazione permanente, che i pedagogisti
considerano un'acquisizione moderna della loro disciplina, qui era applicato
fino in fondo per tutta la vita. S’homine
morit imparande = l'uomo muore imparando, e dunque vive tutta la sua vita
imparando (imparare = tanto apprendere quanto insegnare). Quel che tormentava una vecchia barbaricina
in agonia non era l'idea di dover morire, ma il
pensiero non aver fatto in tempo a imparare tutte le cose che avrebbe voluto
sapere (no sento chi moglio , sento chi no sapo) (2).
C’erano
anche qui maestri e allievi buoni e cattivi; buoni «domatori» d'uomini come di
cavalli, perché l'obiettivo era la «domesticazione» dell'uomo e quindi la sua
socializzazione, il farne un cristianu, cioè appunto un uomo. C'erano
anche tra gli apprendisti ì masetos e gli agrestes, i mansueti e
gli agresti, come tra i gatti. L’obiettivo era l’ammansimento anche degli
agresti. Mira chi ser masetu (= guarda che sei mansueto) era una frase idiomatica
che poteva a seconda del
contesto significare tanto: «tu non sei per niente mansueto e cioè trattabile» quanto: «tu sei un vero uomo ché non ti arrendi, cioè perché non
sei affatto mansueto». La mansuetudine cioè poteva connotarsi tanto
positivamente quanto negativamente. Nel vero uomo la cultura non doveva
annullare la natura. La mansuetudine (come effetto
della domesticazione culturale) doveva
convivere con la ferinità (la parola italiana fierezza è
l'esito debole di un etimo, di una verità fierus, che connotava
positivamente la persistenza nell'uomo educato di una forza, di un carattere interiore, naturale).
L’equilibrio
tra natura e cultura era un valore perseguito dalla scuola impropria. Un eccesso della prima sulla seconda agrestaiat (faceva l'uomo agreste, intrattabile asociale, animalesco, non cristiano, disumano); un eccesso di cultura produceva un uomo debole,
decadente inadatto alla vita dura dei campi dove l'uomo doveva anche
rassegnarsi a vivere a lungo solu
che fera (solo come una fiera).
Torna il
conto con la lettura strutturalista del mito di Edipo, risolto da Lévi-Strauss
nel conflitto tra ctonio e umano, tra nascita dell'uomo dalla terra o
dall'uomo stesso, a la madre soltanto, o dalla madre e dal padre (da uno o da
due con riferimento all'interpretazione freudiana), il contrasto tra il fascio
delle relazioni dei mitemi di sopravalutazione della natura col fascio delle relazioni
di sopravalutazione della cultura, a loro volta opposti a fasci di relazioni
sottovalutativi.
Il
rapporto campagna/centro abitato rifletteva a ben guardare gli elementi
essenziali del mito di Edipo: il paese era sopravalutazione della cultura, eccesso
di mansuetudine, di comodità. di buone maniere, di cottura dei cibi, di ceneri.
Chi appunto stava in paese più del necessario era un chisineri, un
addetto alla cenere. Il Viddaresu era uno che si moriat in sa
chisina (si spegneva vicino alla cenere, al fuoco domestico, dentro la
casa). La donna e gli artigiani che popolavano il paese erano natura
sottovalutata. Gli artigiani erano infatti come Edipo degli impediti, avevano
difetti fisici: il fabbro era generalmente zoppo come Vulcano, così anche il
calzolaio e il sarto, questi spesso era gobbo; la donna era fisicamente debole
per poter affrontare il rigore della natura, aveva in ogni modo i periodi di
debolezza, quelli delle gravidanze e delle maternità, in cui aveva bisogno di
protezione. Così la cultura si poneva
come un effetto del riconoscimento della debolezza dell'uomo nei confronti
della natura; la cultura era una cosa de ‘eminas, una proprietà
femminile.
Per contro
la campagna era natura sopravalutata e dunque sottovalutazione della cultura.
Qui l'uomo era sempre sull'orlo della regressione alla condizione ferina, forse
era anzi questa regressione, che si interrompeva per qualche giorno con
frequenze rade, ogni mese, ogni due mesi. Il rustico era ctonio, figlio
diretto della terra, e dunque ad essa doveva obbedienza. La natura era la sua
fonte normativa: egli conosceva poche parole, aveva pochi interlocutori umani,
Pochi media acquisiti etc. Comunicava con gli animali, leggeva i loro segni, era capace di punghere
sa 'ormina (pungere l'orma, seguire l'orma) di una bestia per chilometri e
chilometri: la natura come libro
è, secondo Foucault, un'invenzione epistemologica tardiva (3), in Barbagia compare soltanto nella poesia di Montanaru (4) nel sec. XX; è un'invenzione che di fatto è resa possibile e generata dal porsi del libro
come natura.
La natura
era tutto, la cultura non aveva spessore.
Gli organi sessuali in campagna erano sa natura, la natura
appunto, il principio vitale; nel centro abitato erano invece sa irgonza (la
vergogna), cioè natura da nascondere, sottovalutata. Gli animali non
conoscevano la proibizione dell’incesto, né alcuna qualificazione dei
comportamenti sessuali; tutte cose che distinguevano l'uomo dalle bestie appunto,
ma che erano sentite come invenzioni del villaggio, anche se il pastore prima
di approdare alla campagna aveva fatto in tempo a interiorizzarle; il confronto
con il mondo animale privo di quelle leggi era inevitabile, e segnava con forza
il distacco della cultura dalla natura.
I vecchi
appunto avvertivano i ragazzi che la differenza tra l'uomo e gli animali era
innanzi tutto da cercare nel diverso comportamento sessuale e mettevano i
giovani in guardia dalla mimesi del comportamento sessuale delle bestie. Il
ragazzo era esortato continuamente ad imitare molti comportamenti degli
animali (correre come il cervo o la lepre, avere lo scatto del cinghiale, la
furbizia della volpe che può fingersi morta e non esserlo; avere la forza del
bue, la capacità di attenzione del cane e cos' via) con una sola eccezione: non
accoppiarsi come gli animali né incestuosamente né omosessualmente. Forse però il rapporto rusticu-viddaresu può
essere ulteriormente chiarito da un riferimento alla lettura tutta linguistica,
ma prestrutturalistica del mito di Edipo operata da Th. Thass-Thienemann (5).
8.1.2. IL
VILLAGGIO COME CULTURA VINCENTE SULLA NATURA.
Approfondire
l'analisi della scuola impropria della cussorgia, o rustica, significa
spingersi sino alla ricerca delle forme più semplici di trasmissione della
cultura, in qualche modo procurarsi l’intensa emozione intellettuale e morale di una discesa nelle origini, pari a quella effettuata
da Ernesto De Martino nel «mondo magico» (6).
Certo la
scuola impropria pastorale era, oltreché eterotopica, asimmetrica rispetto alla
scuola viddaresa costituita dalla bottega artigiana. Ma è possibile
immaginare questa come uno sviluppo ulteriore di quella e dunque riferire a
quella la ricerca del modello. Già la bottega artigiana anche paesana, a
differenza della scuola rustica, conosceva qualche caso di fallimento
definitivo, il caso per esempio del dischente (da discens) che aveva la
durezza del ferro e del quale il maestro appunto del ferro (il fabbro) ad un
certo punto doveva ammettere di non riuscire a fare «nen crau nen tzou»
(né chiodo né altro). Non tutti neanche
nella scuola artigiana erano di «buona pasta», malleabili, come quelli dei quali
si diceva che quel che vedevano facevano (si' ch'idian fachiana). Questi
ultimi diventavano a loro volta maestri, ma gli altri rientravano nella
famiglia che doveva cercare altri maestri «facitori d'uomini».
La
famiglia non si arrendeva mai definitivamente, ma la considerazione nella
quale ciascuno era tenuto era condizionata dalla quantità e dalla qualità
dell'apporto che egli era in grado di dare alla famiglia e alla comunità.
Chie non
pote' messare ispicat dice un
proverbio (chi non può mietere spigola), ma il raccogliere spighe è già un
ripiego, un'ammissione di incapacità, tollerabile nel minore o nel vecchio (in
chi non può ancora o non può più per ragioni di età) non nell'adulto. Al
vertice della scala dei valori era sempre l'uomo autosufficiente e in grado di
dare aiuto agli altri. Tutta la vita
familiare e sociale poneva a ciascuno l'obiettivo dell'autosufficienza e
dell'aiuto agli altri. Verso questo obiettivo l’uomo era spinto con la
costrizione fisica e con l'interiorizzazione del modello.
Ma: e di chi non era neanche capace di spigolare
che ne era? Se l'incapacità era imputabile alla natura veniva accettata,
tollerata e compensata. Si poteva vivere un'intera vita in un letto, assistiti
dalla famiglia e anche da tutti i vicini. Era questa la figura del marture (da
martire), dell'uomo che aveva bisogno di tutto e che compensava i sacrifici
degli altri in un solo modo: accettandoli e dunque testimoniando, col semplice
fatto di sopravvivere (di qui forse l'origine del nome, probabilmente suggerita
dalla Chiesa) la capacità di resistenza della cultura alla natura, il trionfo
del bene che è la vita in società anche sulle più gravi mutilazioni (su male) che la natura possa
infliggere.
A ciascuno
si chiedeva secondo le sue capacità naturali.
Nei confronti di chi si rifiutava di svolgere un lavoro che fosse in
grado di fare, l'atteggiamento era ben diverso; si passava alla costrizione,
legittimata con la considerazione ca (no) ser marturiru, cioè perché non
sei un martire, un testimone, puoi fare quello che ti si dice di fare e
dunque devi (marturiu è antifrastico
e sta a significare l’uomo in pieno possesso di tutte le energie, ma pigro,
svogliato, ozioso, come un paralitico).
Caratteristica
fondamentale della scuola impropria era un'attenta considerazione del rapporto
fini-mezzi; non si chiedeva a nessuno di fare quel che non poteva, ma non si
consentiva a chi aveva i mezzi di non fare. A ciascuno secondo i suoi bisogni,
da ciascuno secondo le sue capacità. Questo era il principio pedagogico sul
quale si fondava la scuola impropria produttiva.
Ma di chi
non stava al gioco che ne era? Per chi
non stava al gioco non c'erano vie d'uscita. Lo si sottoponeva alla violenza
sino a costringerlo. Qual era il limite posto a questa violenza? Non c’era
altro limite se non la forza che poteva essere opposta dall'oggetto stesso
della violenza. Cioè il rapporto diventava un mero rapporto di forza,
risolvibile solo con la resa o con la soppressione fisica di uno dei
contendenti.
Il marturiu poteva anche assoggettare
o uccidere chi cercava di condurlo al rispetto della norma fondamentale, ma
doveva sapere che l'ordinamento si sarebbe presa la sua vendetta e che un altro
lo avrebbe fatto fuori. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non era ammesso.
8.1.3. LE CAUSE
DELL’ARRESTO DELLA SCUOLA IMPROPRIA.
La ragione
dell'unanimità con la quale a cominciare dal secolo XIX i paesi della Sardegna
interna chiesero l'istituzione di scuole ufficiali è da cercare non
nell'esperienza della scuola ufficiale (ignota alla Sardegna interna e
vagamente conosciuta dalla stessa borghesia rurale ottocentesca ma
nell'esperienza che le comunità e all'interno di queste le famiglie avevano dei
propri modi di trasmettere e di sviluppare l'istruzione e la produzione. Cercavano scuole che fossero in grado di
darsi carico dell'insieme dei problemi che fino a quel momento erano stati
risolti su scala familiare e nello scambio all'interno del paese. La domanda nasceva da una oscura presa di
coscienza dell'impossibilità storica di continuare a perpetuare la condizione
di isolamento secolare e dunque dall'emergente coscienza della necessità di
impadronirsi di tutti gli strumenti materiali e concettuali necessari per
dominare nel proprio ambito il rapporto con l'esterno senza esserne dominati.
Il modello
del rapporto docente/discente era quello del rapporto padre/figlio,
anziano/giovane, madre/figlia; mastru/dischente, mere/ltheracu, prima
che questo degenerasse definitivamente e si fissasse nel rapporto
padrone/servo, che sono i termini con i quali è giusto tradurlo dopo
l'accentuarsi della stratificazione di classe conseguente alla sempre più
diffusa e penetrante presenza del modo di produzione capitalistico.
Volevano
una scuola per capire tutto ciò su cui avevano incominciato a interrogarsi
quando le spinte esterne incominciarono a rivelarsi di sempre più difficile
contenimento con gli antichi e tradizionali strumenti della chiusura e della
fuga. Volevano una scuola che gli consentisse di dare ulteriore ma autonomo
sviluppo alla loro cultura. Ebbero invece una scuola che negava e nega quella
cultura in blocco; la nega proprio come cultura, degradandola a subcultura e a
folklore; una scuola che non favorisce l'ulteriore sviluppo della cultura nella
quale si sono istituiti, ma anzi li destituisce dalla condizione umana già
conquistata, con la promessa di una cultura altra e di una diversa identità e
condizione.
Forse agli
intellettuali prodotti da questa scuola come al colonnello Buendia accadeva
spesso di pensare che in punto di morte avrebbero riudito voci rustiche
ripetere ammonizioni formulate nel momento in cui avevano lasciato i campi per
lo studio: tu diventerai una sanguisuga perché la scuola delle città produce
soltanto sanguisughe; non sai che la gente che lavora, se avesse un minimo di
senno, di studiati non ne lascerebbe vivo uno che uno.
La vera
storia dei rapporti delle società paesane dell'interno dell'Isola con la scuola
ufficiale è ancora tutta da scrivere. Se non se ne tiene conto è difficile
spiegare quel che s'è appena detto e il fatto che chi si volgeva alla cultura
della scuola ufficiale voltava le spalle alla cultura pastorale, poneva questa
come oggetto dei propri discorsi, ma per quanto poteva non come spazio dei
propri percorsi, perché la sua cultura di riferimento era diventata un’altra
diversa da quella di origine; e non solo diversa ma anche oppressiva nei
confronti di quella di origine.
La sorte
peggiore attendeva chi si fermava a mezza strada. Quella dello studente fallito
è stata per qualche secolo una figura tipica e patetica di quasi tutti i paesi
sardi. Egli era jacanu semprere e
priteru mai (diacono sempre e prete mai); un uomo che non era arrivato alla
piena maturità né nell'ordine del «noi pastori» né in quello del «noi studiati»
(che erano quasi esclusivamente i preti) perché i due ordini non si situavano
in un unico continuum che offrisse ruoli intermedi, c'era anzi tra di
loro una esplicita soluzione di continuità. Respinto dagli uni e dagli altri,
sospeso in un limbo atroce, in una terra di nessuno, lo studente fallito poteva
entrare in contatto con entrambi sì ma soltanto nello spazio della vacanza di
questi (le strade e i sagrati, le rivendite di vino e le botteghe artigiane
sempre frequentate da clienti e osservatori sfaccendati) e soltanto qui poteva
illudersi di essere ugualmente partecipe della vita degli uni e degli altri e
alla pari con gli uni e con gli altri, ma non aveva accesso ai processi
produttivi: come pur conoscendo un po' di latino non poteva dir messa, così pur
disponendo delle energie fisiche necessarie non partecipava alla mungitura e
alla confezione del formaggio.
Questa
condizione umana fu descritta nel secolo scorso dal poeta cieco di Macomer
Melchiorre Murenu (7) con un apologo in
un'ottava ancora ben nota in tutta l'Isola:
Su contu
de Juanne est contu bellu
chi a lu
contare piaghere dada:
unu juu
teniat che vascellu;
it'at fatt'isse? bendidu si l'ada,
ca nachi si poniat in cappellu
e a
istudiare si nch’andada.
Su contu
'e juanne est contu 'e riere:
non tenet
juu e non ischit iscriere.
(La storia
di Giovanni è una storia bella / che a raccontarla dà piacere: / Aveva un
giogo, come un vascello; / Che ha fatto lui?
Se l'è venduto / perché dice che si metteva in cappello / e se ne andava
a studiare. / La storia di
Giovanni è da ridere: / non ha giogo e non sa scrivere). L’ottava, si diceva, è nota in tutta a Sardegna
ed attribuita anche ad altro autore e con varianti (8).
La scuola
fu in più di un momento l'unica struttura alternativa globale a tutti i modi di
vivere consacrati dalla tradizione locale che respingeva radicalmente tutte le
altre: l'esercito e ovviamente prigioni e colonie penali, enti di sviluppo e
partiti politici, cooperative e sindacati, enti locali e polizia, con la sola
eccezione costituita dalla Chiesa cattolica, che era depositaria dell'unica
cultura universale sovrapaesana accettata e si poneva essenzialmente come una
struttura pedagogica, spesso anche in modo esplicito e con qualità formali non
trascurabili.
Proprio a
Bitti si ricorda una rivolta di donne al grido di Prates cherimus (padri
vogliamo). Su questa parola d'ordine, fuori di Bitti e più tardi anche qui, da
parte di chi non conosceva i veri motivi della rivolta furono avanzate due
ipotesi opposte: l'una la spiegava con una misura straordinaria di fede
religiosa nelle donne bittesi, l'altra con le straordinarie virtù che per
antica voce pubblica i frati nasconderebbero sotto il saio e che, chissà
perché, non sarebbero condivise dai portatori di brache laiche. La vera ragione
della rivolta, originata dal trasferimento dei frati del locale convento era
che questi svolgevano il ruolo di maestri. Quando nei locali dello stesso
convento - dopo essere stati prigione - si insediò la scuola con maestri laici
e vi rimase fino agli anni Trenta, si smise di rimpiangere i frati. Non è una storia che piacerebbe a Michel
Foucault?
Un paese
che disse no alla ferrovia e che non voleva essere attraversato neppure dallo stradone
provinciale ha invece detto sempre si alla
scuola (Bitti infatti è uno dei pochi centri della Sardegna interna che avevano la scuola elementare, allora detta
normale, già nel 1823). La scuola e in ogni modo l'unica struttura esterna che
i paesi sardi abbiano spesso chiesto all'unanimità. Ma le ragioni profonde di
queste unanimità non sono mai state pienamente intese neppure dalle
rappresentanze politiche locali che anzi hanno sempre posto la loro enfasi
rivendicativa su altre istanze: nel secolo scorso su gendarmi e strade, sussidi
e croci di cavaliere; in epoca più recente su insediamenti industriali di qualsiasi
genere purché abbiano nome di industrie (basta chi tenza' lumen).
La domanda
di scuole era solo marginalmente orchestrata dalla nascente borghesia rurale:
scaturiva soprattutto da ragioni interne alla cultura paesana, la quale però
chiedeva scuole in una prospettiva alquanto diversa da quella in cui la
cultura urbana-borghese le concedeva a se stessa e le negava o concedeva ai
paesi. La cultura colta assunse sempre nei confronti della richiesta paesana
di scuole un atteggiamento negativo, specialmente accentuato nelle città
maggiori, che sono state - come si vedrà più avanti il maggiore ostacolo al
decentramento della scuola nell'Isola e in genere in ogni regione. Lo sono state e lo sono tuttora anche se non
più, (e ben si comprende) in riferimento alla scuola elementare e media, ma
all'università.
La storia
delle istituzioni scolastiche in Sardegna è straordinariamente ricca di prove
allucinanti di questa resistenza le cui ragioni sono tutte riconducibili ad
una sola, generalmente implicita ma nel passato non di rado brutalmente
esplicita: la scuola ufficiale è organica alle classi dirigenti urbane e al
loro potere; il ritmo di diffusione nel territorio e tra le classi subalterne
del sistema scolastico ufficiale non può che essere dettato dai bisogni di
sviluppo delle classi dominanti; queste solo dove, quando e in quanto abbiano
bisogno di manodopera culturalmente qualificata concederanno il diffondersi
delle scuole, professionali ed elementari, poi anche media. Si tengano
presenti almeno le considerazioni di Gramsci sulla scuola professionale; ma
ovviamente su questa linea specialmente dopo il 1968 si può citare un'intera biblioteca.
8.1.4. L’INGANNO
DELLA SCUOLA UFFICIALE.
La scuola
ufficiale si serve della scrittura alfabetica quando ancora quelle improprie continuano ad
ignorare e/o a non aver bisogno di questo strumento di comunicazione che supera le distanze spazio-temporali; quando esse
incominciano ad accostarsi all'alfabeto
la scuola ufficiale si fa gutemberghiana; e quando le improprie si accostano al testo
stampato l'altra si proietta verso nuovi
media. Quelle che chiamiamo scuole improprie sono organiche
alle classi strumentali e
subalterne, l'altra alla classe dominante.
È da aggiungere, anche se
qui non ce ne occuperemo, che anche le classi
dominanti si danno scuole improprie specifiche, di ulteriore selezione rispetto a quella che può
essere effettuata dalla scuola ufficiale. Quest’ultima che è Apparato Ideologico
di Stato (AIS), nel senso althusseriano,
non deve essere confusa neppure
con le scuole improprie della classe
dominante. Non tutti gli allievi che la scuola ufficiale ammette alla frequenza delle lezioni, magari a
circuito televisivo chiuso, per es. del
grande chirurgo «caposcuola» sono poi ammessi alla «confidenza» con
quest'ultimo e in definitiva alla scuola impropria che da lui prende il nome
(per es. la scuola di Valdoni); se i compagni di scuola del figlio del ministro
non hanno le stesse possibilità di diventare come il loro compagno deputati lo
si deve alla impropria «scuola del ministro», che pratica rigorosamente il numerus
clausus anche quando e soprattutto quando la scuola ufficiale sia aperta
alle grandi masse.
In
Sardegna la scuola ufficiale non solo è estensione di classi dominanti, è anche
estensione di classi dominanti esterne (Cioè uno strumento di penetrazione e distinzione dei centri di
potere mediterraneo ai quali via via l'oggetto Sardegna venne attribuito nel
gran gioco politico internazionale). La scuola è, dal punto di vista culturale
e dell'egemonia, quel che gli eserciti d'occupazione sono dal punto di vista
militare, gli apparati di polizia dal punto di vista del potere di sorvegliare,
quelli giudiziari dal punto di vista del punire, lo Stato dal punto di vista
politico perché la politica (rovesciando un celebre giudizio di Clausewitz) può
dirsi una continuazione della guerra e le istituzioni che garantiscono la cosiddetta pace sociale in realtà
sono preposte strutturalmente (come ha
dimostrato, credo definitivamente, Franco Fornari) al controllo e all'uso della violenza organizzata
contro popoli sconfitti e classi subalterne, al fine di evitare che questi e queste
risollevino la testa e si organizzino per una ridefinizione dei rapporti di
forza.
Come «la
lingua lasciata a se stessa conosce soltanto dialetti» (Saussure), come la
società lasciata a se stessa conosce soltanto la parentela e il villaggio ma
non lo Stato e la città (generati, come sappiamo, dal principe e dalle classi
dominanti nella lotta per la conquista, la conservazione e l'espansione del
proprio potere), così la trasmissione del sapere, e dunque l'attività
educativa, lasciata a se stessa conosce soltanto scuole improprie e non scuole
ufficiali, le quali ultime sono, nell'ordine pedagogico quel che la lingua, la
città., lo Stato sono nell'ordine del comunicare, dell'abitare e
dell’associarsi. La scuola ufficiale è un
medium posto in essere, gestito
e interamente controllato, anche se più o meno direttamente, da un'egemonia. Le
scuole improprie invece si danno carico di tutti i problemi di
insegnamento/apprendimento sottratti al controllo non tanto del dominio quanto
dell'egemonia delle classi dominanti (egemonia nel senso gramsciano).
Al
discorso qui appena accennato ciascuno può trovare verifiche concrete nella
storia e nella situazione della propria regione e in ogni modo nelle realtà
socio-culturali da lui meglio conosciute. Qui ovviamente si privilegeranno le
verifiche offerte dalle vicende e dai rapporti delle due scuole nello spazio
regionale né troppo ampio né troppo angusto del quale ci si è occupati finora,
tenendo presente che
La storia
delle scuole ufficiali è stata scritta e celebrata all'infinito; ciascuna di
esse s’è aggiornata senza risparmi, mentre sono ancora tutti da ricostruire le
vicende, le strutture, i contenuti, le forme, i principi pedagogici delle
scuole improprie, poste fin dall'epoca classica nello spazio dell'ignoranza,
al cui interno si presumeva il buio compatto di una notte fonda (mentre vi
splendevano costellazioni, soli e falò culturali grandiosi). Si sa quasi tutto
dei «generosi» e lungimiranti promotori delle scuole ufficiali che si sono
frequentate. Si conoscono i tutori, i
finanziatori, gli educatori e persino gli ex allievi di queste scuole, che
disponevano di luoghi specifici. I loro nomi sono incisi a grandi lettere nelle
lapidi dei corridoi e sui frontoni degli edifici spesso monumentali. Et scripta manent. Rimangono
anche i loro mezzibusti, che dopo la morte non si decompongono ma si
trasformano in bronzo perenne. Tuttavia è da dire che anche in Sardegna si è
avuta una notevole evoluzione nei modi di pensare e descrivere la scuola
ufficiale anche dal suo interno. Non si può dire infatti
che le griglie di analisi (prevalentemente sociologica) e il punto di vista
critico di un libro come quello di Marisa Buonajuto Brigaglia e dei suoi
allievi sul liceo «Azuni» di Sassari (9)
siano ancora quelli della pur meritoria Storia dell'educazione e degli
istituti educativi in Sardegna scritto da Emanuele Scano sul finire
del secolo scorso (10), che costituisce
un'esemplificazione ortodossa del metodo e dei pregiudizi dello storico della
scuola ufficiale. La cultura di chi non ha frequentato quest'ultima, non solo
vi è regolarmente definita «ignoranza», ma anche «lussuria».
A chi
ritenesse Emanuele Scano uno storico troppo provinciale e troppo vecchio per
far testo si raccomanda la lettura del settimo volume de
L’attenzione
è sempre posta sulle scuole ufficiali privilegiando tra queste quelle che
presentano la maggiore affinità con quella odierna. A questo limite non riesce
a sottrarsi neppure
Per lo
storico ufficiale dunque l'educazione incomincia con la scuola ufficiale, con
l'apparizione dello scriba. Non lo sfiora il sospetto che fosse
incominciata molto prima proprio perché è la storia della scuola ufficiale e di
classe che lo interessa. Naturalmente non deve stupire il fatto che gli
storici ufficiali, cioè gli scriba di oggi, privilegino la storia degli scribi
di ieri, come non deve stupire il fatto che i potenti della terra di oggi
attribuiscano ai Faraoni la costruzione delle Piramidi, o che i personaggi dei
films siano così spesso cineasti e quelli dei romanzi così spesso degli
scrittori.
Inoltre
all'interno della storia degli scribi viene colto come terminus a quo
della vicenda della scuola quello nel quale la scrittura è staccata dalle
finalità laiche e utilitarie e consacrata (come la scrittura appunto
geroglifico) «ad un uso più elevato, la storia o il pensiero astratto» (Marrou,
p. 14). Millenni di lavoro educativo
che pur hanno prodotto le conquiste più alte dell'umanità, come la
domesticazione delle piante, degli animali e dell'uomo stesso, le lingue
cosiddette «naturali» che già sarebbero impossibili senza il pensiero astratto,
vengono allontanati nelle zone della penombra storiografica. La storia
dell'educazione incomincerebbe invece soltanto nel momento in cui «al di sopra delle classi popolari, contadine o artigiane,
la classe degli scribi appare come una classe superiore, la quale
dominando la massa confusa dei soggetti a servitù, partecipa più o meno
direttamente dell'esercizio del potere» (17);
un giudizio sul quale non si può che concordare, ma soltanto se lo si riferisce
- come lo si riferisce - alla scuola ufficiale, non quando lo si pone come
valido per tutte le possibili forme e istituzioni educative.